Mese: gennaio 2011

L’assenza del padre o della tradizione. Uno studio su La ragazza Carla di Elio Pagliarani

Vincenzo Frungillo

 

 

Credo che siano molto indicate per definire il senso generale dell’opera poetica di Pagliarani le parole che usa Guglielmi a proposito de La ragazza Carla: «Nella Ragazza Carla, il modo della presentazione è tenuto distinto dall’oggetto: in termini linguistici, il significato definito si differenzia rispetto al referente aperto alle determinazioni del tempo e della storia […] Non è comunque qui la realtà ricevuta in un ordine diverso da quello che la costituisce, ma tutta pensata e ridotta nei suoi frammenti e mescolata: invece che un’immersione mistica in essa, prevale la fermezza dell’indagine e l’impegno della conoscenza.»[1]

Stando alle parole di Guglielmi, La ragazza Carla non è solo un esempio di narrazione in versi ma è anche un’esperienza originaria e profonda del tempo che l’attraversa. Questo comunque non vieta di leggere il poemetto del 1960 alla luce di alcuni elementi fondanti del genere epico tradizionale. Due sono, in particolare, gli elementi che mi sembra di poter rilevare: la scomparsa in Pagliarani di una qualsiasi forma metafisica o mitico-teologica e la scomparsa del corpo dell’eroe come luogo di spazio ideale. Il venir meno di questi due pilastri della tradizione epica occidentale, non significa la messa tra parentesi del racconto in versi, anzi proprio la crisi radicale di quelle certezze induce il poeta a ritentare in maniera nuova, e adatta ai tempi, il genere epico. Un’indicazione di lettura del suo poemetto, Pagliarani la offre in sottotraccia già nella dedica iniziale. Qui troviamo scritto: Continua a leggere “L’assenza del padre o della tradizione. Uno studio su La ragazza Carla di Elio Pagliarani”

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Contatto assoluto. Note sulla poesia di Elisa Biagini

Giovanna Frene


I due principi dell’associazione, la similitudine e la contiguità, trovano la loro sintesi in un’unità superiore: il contatto. L’associazione per contiguità equivale a un contatto diretto, l’associazione per similitudine è un contatto nel senso figurato del termine.
(S. Freud,
Totem e Tabù)

Esiste quindi, a quanto pare, una confusione quasi inevitabile, che si avrebbe la tentazione di considerare “naturale”, fra valere per ed essere come […].
(G. Genette, Figure III)



Pensare alla poesia di Elisa Biagini mi richiama per prima cosa due paragoni a livello stilistico. Il primo è con l’arte plastica: credo che pochi stili poetici nella poesia italiana contemporanea siano riconoscibili, in quanto fortemente connotati, come quello di Biagini, e indissolubilmente legati al soggetto di cui trattano – un ponte impacchettato non può che essere un’opera di Christo, la tela tagliata rimanda solo a Fontana, l’igloo a Merz, l’omino pop stilizzato a Haring, il corpo perfettamente classico del nudo appartiene alle foto di Mapplethorpe. Il secondo paragone corre più indietro, alle opere musicali di Schubert: da molte parti è stato evidenziato come la musica di questo autore, pur rimanendo assolutamente fedele a sé stessa nello stile, metta in atto una pressoché inesauribile capacità d’invenzione in quanto ai temi espressi (basta ascoltare i Lieder, tanto per intenderci) – la lettura del recentissimo L’ospite (Einaudi 2004) di Biagini porta alla luce come l’ossessivo trapungere e ricucire il corpo e la realtà dell’ago poetico (mutuo qui, anticipando, da Cortellessa, e prima ancora dalla definizione che Zanzotto aveva dato, in una recente registrazione video, della funzione della poesia rispetto al paesaggio) si attua attraverso una serie sempre nuova e incredibilmente varia di quelle che comunemente vengono chiamate “immagini”, e che qui preferisco chiamare tecnicamente “figure”.

Tenendo come dato imprescindibile quanto scritto da Andrea Cortellessa nella lucidissima presentazione alle poesie di Biagini nell’antologia Parola Plurale (Sossella 2005) Continua a leggere “Contatto assoluto. Note sulla poesia di Elisa Biagini”

Indice de “La libellula”, n.2 (dic. 2010)

http://www.lalibellulaitalianistica.it/blog/

Sommario

Lo spazio come tempo narrato e narrante: geografia e dimensione storica in letteratura

> Alessandro Di Prima, La casa di Sunset Park, tracce letterarie e discorso storico (pp. vi-viii)

  • Marco Amici, Fra narrazioni di trasformazione storica ed etica del mito: intervista a Wu Ming 1 (pp. 3-14)
  • Josephine Pace, Le “interferenze” della scrittura: intervista a Maria Attanasio (pp. 15-18)
  • Salvo Torre, È ancora possibile narrare il paesaggio? (pp. 19-25)
  • Francesco Muzzioli, Spunti, riferimenti e riflessioni per una ‘critica spaziale’ (pp. 26-34)
  • Gerhild Fuchs, Considerazioni ‘spaziali’ sulle strade padane nella narrativa italiana contemporanea (pp. 35-45)
  • Beatrice Barachetti, L’utopia dell’altrove in Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli (pp. 46-56)
  • Luca Lenzini, Incontri (pp. 57-64)
  • Luigi Ernesto Arrigoni, Coordinate spazio-temporali negli scritti sull’India di Mario Luzi (pp. 65-75)
  • Mirella Scriboni, Interni (ed esterni) con figure: la parabola storica della comunità levantina di Alessandria d’Egitto nelle opere di Fausta Cialente (pp. 76-85)
  • Ilaria de Seta, «Una impressione globale nello spazio» e Continua a leggere “Indice de “La libellula”, n.2 (dic. 2010)”

Esordienti allo sbaraglio

Gilda Policastro


Abbiamo tutti in mente il Calvino del Sentiero dei nidi di ragno, un «primo libro» che non esauriva affatto le potenzialità del suo autore e anzi, bastava appena a dar conto dell’esperienza che vi culminava e della necessità di raccontarla. La Prefazione al Sentiero data 1964, più o meno coeva a due esordi narrativi diversissimi dal Sentiero, quelli di Edoardo Sanguineti e di Giorgio Manganelli. Sanguineti nel ’63 ha trentatré anni, ha già pubblicato un libro di poesia, Laborintus, nel ’56, in cui ha stravolto l’aspetto referenziale della lirica tradizionale, componendo in un collage linguistico abnorme lacerti di reale e materiali verbali attinti prevalentemente al sostrato psichico; e pochi anni dopo, nel ’61, un libro dantesco altrettanto dirompente, che in polemica col Croce «esteta» propone una lettura della Commedia in chiave di «romanzo teologale», rivalutando la cosiddetta «struttura» su cui gravava appunto l’interdetto crociano. Quando Sanguineti pubblica Capriccio italiano nessuno gli fa sconti perché è un giovane esordiente, e del resto probabilmente a trentatré anni non si era allora giovani scrittori, né tantomeno Sanguineti poteva dirsi un esordiente, appunto.

Compartimenti stagni

Forse non tutti oggi conoscono Capriccio italiano, che scuola e università emarginano, con tutta la neoavanguardia, dai corsi rimasti fermi praticamente ai programmi Gentile, e l’editoria punisce con l’estromissione dai cataloghi (non fosse per la raccolta Smorfie che nel 2007 lo ha riproposto, insieme agli altri due romanzi e ad altre scritture in prosa di Sanguineti – ma è pur essa largamente introvabile): la «storia del parto di un padre», come Continua a leggere “Esordienti allo sbaraglio”

Hoda Barakat nella cruna dell’ago

Giampiero Marano

1. Nel mondo di Hoda Barakat l’oggettività fenomenica e la finzione, la verità e il sogno appaiono separati da un discrimine sottilissimo. In tal senso gli epiloghi dei due romanzi finora tradotti in italiano risultano fortemente emblematici. Nel finale di Malati d’amore il protagonista e io-narrante parla dall’ospedale psichiatrico in cui è internato: soffre di amnesie, sa di essere malato. A volte pensa che la donna sposata di cui è stato innamorato e che ha ucciso non è mai esistita, la crede “fabbricata mettendo insieme i pezzi delle varie donne che ho conosciuto per colmare il vuoto del mio corpo senza desideri” (1) oppure, nel suo delirio, ne suppone il ritorno dal marito tradito. Anche nell’epilogo dell’Uomo che arava le acque Niqula viene assalito dal dubbio di essere stato ucciso dalla guerra. La cornice stessa di un’incertezza così radicale è delineata da uno scenario surreale. Il protagonista vede decine di migliaia di poltrone vuote rivolte verso il mare mentre davanti all’acqua si staglia un palcoscenico di legno con la gigantografia di una famosa cantante libanese: improvvisamente, uno dei proiettori si accende e abbaglia Niqula per diversi minuti. Questo esistere precario, intermittente, ha un preciso rapporto con la condizione personale di Barakat, nata nel 1952 in Libano e qui rimasta per quasi tutta la durata della lunga guerra civile, ma ormai da anni emigrata all’estero. Una volta tagliati i ponti con il paese d’origine, la distanza che la separa dagli amici rimasti in patria si approfondisce sempre di più, senza che questo significhi, dall’altro lato, assimilazione e integrazione con la cultura del paese ospitante, cioè la Francia. Anche i rapporti con gli altri connazionali emigrati sono difficili: i libanesi residenti all’estero Continua a leggere “Hoda Barakat nella cruna dell’ago”

Un'idea intorno a Pasolini e alla sua critica della cultura

Rino Genovese

La mia idea di partenza è che Pasolini sia, paradossalmente, un fenomeno per molti aspetti non italiano. Certo, alle sue spalle ci sono i nomi ben noti – Pascoli, Gramsci, Contini, Longhi –, ma con la loro semplice mescolanza non si ottiene il cocktail Pasolini. A mio parere Pasolini va considerato uno dei pochissimi critici della cultura, insieme con Leopardi, che l’Italia abbia avuto. E mi pare significativo che, almeno per tutti gli anni Ottanta, ci sia stata una sua ricezione postuma più in Germania che in Italia (Freibeuter, cioè Corsaro, si chiamava una rivista tedesca che cominciò a essere pubblicata poco dopo la sua morte). La tipica dicotomia dell’ultimo Pasolini, quella tra progresso e sviluppo, ricorda infatti molto da vicino un’altra dicotomia della cultura tedesca del primo Novecento (che si ritrova anche in uno scrittore come Thomas Mann, disperatamente calmo e olimpico)[1]: mi riferisco a quella tra Kultur e Zivilisation. Dal primo lato della dicotomia sta l’autentica educazione – la formazione spirituale, si potrebbe dire con espressione un po’ roboante: insomma, nei termini di Pasolini, il progredire in senso morale e civile. Dal secondo lato c’è invece lo sviluppo economico caotico e la crescita di una potenza tecnica che distrugge le basi tradizionali della civiltà, o della cultura, usando il termine sia nel senso della cultura “alta” sia in quello dell’antropologia. Si tratta, come si sa, di una distinzione che rientra nell’ambito concettuale di una critica della cultura di stampo conservatore: fa parte di una forma mentis nostalgica del passato e dei valori della tradizione. Continua a leggere “Un'idea intorno a Pasolini e alla sua critica della cultura”

Scritture della mobilità, intercultura e la sperimentazione poetica di Theresa Hak Kyung Cha

Renata Morresi

1. Dove sono andata? Chi sono diventata?

Negli ultimi anni dall’esperienza delle nuove migrazioni sono nate opere letterarie che mettono in scena le questioni legate al passaggio da un luogo a un altro, da una lingua a un’altra, e ne indagano gli effetti di spaesamento, sorpresa o sradicamento sui protagonisti. Sono testi che si chiedono cosa significhi appartenere a più mondi, sentirsi estranei, cercare una casa altrove, identificarsi con una comunità, lasciarsi trasformare dall’incontro eppur resistere l’assimilazione e la dispersione del bagaglio di ricordi e tradizioni che viaggia da lontano col sé. Così si interroga la poeta siriano-americana Mohja Kahf:

And where did I go?

And what did I become?

And in my new home did I eat cherries?

And in my adopted family was I warm like Aleppan wool?

What happens to a child who can no longer speak

the language of its mother?

(Kahf 2003, 14)

[“E dove sono andata? / E chi sono diventata? / E nella mia nuova casa ho mangiato ciliegie? / E nella mia famiglia adottativa sono stata al caldo come nella lana di Aleppo? / Cosa accade a una bambina che non può più parlare la lingua di sua madre?” Questa e le traduzioni che seguono sono a cura di chi scrive.]

La cosiddetta “letteratura migrante” pone domande che in molti modi ci riguardano: certamente come studiosi di letteratura, poiché mette in discussione ogni sistematizzazione della letteratura in termini monolinguistici e puramente nazionali, ma pure come transitori residenti del pianeta, di un paese (o più di uno), di una città (o più di una), di un cuore che vive nell’incontro e nel mescolamento con gli altri, e, infine, come parlanti di una lingua (o più di una) che cercano di dare forma e voce alla propria fragile umanità.

Relativizzando in tal senso l’identità del soggetto che scrive e dei soggetti che sono scritti, molti altri autori “migranti” si sono chiesti: come ci si rappresenta nel movimento instabile e inquieto che i fenomeni di migrazione, esilio e diaspora implicano (o, parallelamente, nell’immobilità e nel confinamento dei Centri di permanenza, dei campi profughi, dei ghetti, dei campi nomadi)? Come cambia l’idea di casa, origine, nazione, per coloro che sono costretti a fuggire, trasferirsi, espatriare? Più in generale: come si immagina la propria identità, la storia e la memoria di se stessi, partendo dall’idea che esse siano mobili e costruite, vissute tra più lingue, negoziate in incontri e relazioni che vanno oltre le comunità, i paesi, le famiglie di origine? Come si (ri)costituisce la “casa”, il posto intimo e abitabile dove nasce e si forma il senso di sé? Continua a leggere “Scritture della mobilità, intercultura e la sperimentazione poetica di Theresa Hak Kyung Cha”

Scuoiamenti: Sanguineti, Marsia (e Marx)

Gian Maria Annovi

«Le abitudini si fanno con la pelle / così tutti ce l’hanno se hanno pelle»

(E. Pagliarani, La ragazza Carla)

Dopo averci abituati ai suoi innumerevoli travestimenti, sono certo che Sanguineti mi perdonerà se, per una volta, sarò io a “travestirlo” con le fattezze un po’ grottesche di Marsia, il satiro suonatore di siringa che osò sfidare Apollo. D’altra parte è lo stesso Sanguineti ad autorizzare l’operazione, quando, in Reisebilder 29, si dipinge come un «osceno fauno di mezza / età», e tracciando un proprio autoritratto in Glosse 5 lo completa con «zampe zufolesche». Anche nelle splendide versioni pascoliane di L’ultima passeggiata, il poeta si definisce «faunesco furbesco grottesco», senza contare l’autorappresentazione «zufolante» di Sopra il proprio ritratto e le «sperticatissime siringhe» che costituiscono uno dei numerosi optional del poeta funambolo di Cataletto 12. Continua a leggere “Scuoiamenti: Sanguineti, Marsia (e Marx)”

Appunti per una lettura del Beckett coprolalico

Giorgio Mascitelli


Come è stato notato da molti, una delle caratteristiche salienti dell’organizzazione stilistica e retorica della narrativa di Beckett, perlomeno del Beckett del periodo centrale della trilogia, è l’uso di un registro in prima persona estremamente curato, se non pignolo nel lessico, e quasi pedante nella descrizione minuta di avvenimenti e decorsi di pensieri del personaggio. Tale tono perfettamente orchestrato sintatticamente e retoricamente, da risultare in alcuni passaggi quasi una sorta di programmatico antiflusso di coscienza, punta ad ottenere un effetto di anonima razionalità della voce enunciante, privo com’è di marche stilistiche vistose, mescolanze di linguaggi o citazioni clamorose. Naturalmente, non appena il lettore si è abituato a questa, per così dire, velocità di crociera, ecco subito irrompere il rovesciamento, la catastrofe, come andava di moda dire qualche anno fa, di un salto di registro brusco, sia questo un riferimento alla realtà storica, un innalzamento di tono o al contrario un suo abbassamento fino al turpiloquio ed è superfluo aggiungere che questa è una della fonti principali della comicità beckettiana. Esempio mirabile di tale organizzazione del discorso è il Moran di Molloy, perché i caratteri stessi del personaggio forniscono a pieno lo sviluppo di una tale possibilità, ma presente in effetti in tutti i testi di quel periodo.
In realtà il cambio improvviso di registro, specie se Continua a leggere “Appunti per una lettura del Beckett coprolalico”

Recensione a Mariano Bàino, "L'uomo avanzato" (Le Lettere, 2008)

Massimilano Manganelli

L’esordio narrativo di un poeta è sempre un fatto curioso, per alcuni aspetti eccezionale, soprattutto se, come in questo caso, il poeta è, nell’opinione di chi scrive, uno dei nostri maggiori. La curiosità sta nel vedere a quale plot il poeta affiderà la propria prosa e quali debiti questa contrarrà (ammesso che lo faccia) nei confronti della scrittura in versi, mentre l’eccezionalità è determinata semplicemente dal fatto che la scrittura narrativa costituisce un evento anomalo all’interno di un flusso diverso, quello della poesia, appunto. Continua a leggere “Recensione a Mariano Bàino, "L'uomo avanzato" (Le Lettere, 2008)”

Quattro categorie più una: "loose writing"

Marco Giovenale

 

Come esistono spostamenti del continente “testo narrativo”, quando accade che blocchi interi di romanzi, o famiglie di autori, che nel tempo e con lo smarginarsi o vicendevole divorarsi delle teorie fanno massa coesa o si disintegrano e – in una ideale deriva dei continenti alfabetici – assumono una diversa configurazione in quello che pensiamo essere un buon rilievo cartografico delle scritture, così si può dire che le teorie stesse, scogliere intere di definizioni, rupi di criticism, possono compattarsi, franare, emergere, collidere (non nella realtà-realtà, fortuna vuole; sì nella più concreta realtà dei segni che ci costruiamo, a proposito della realtà-realtà).

A questo proposito – con io meno critico che autoriale – vorrei suggerire (o dire che vedo, vedrei, penso di vedere) proprio un conflittuale compattamento.

In questi tempi vedo, osservo – e suggerisco – il darsi di una imperfetta ma forse non infelice unione tra categorie o schegge di generi che, considerate poi singolarmente, possono anche non aver ricevuto di fatto una organizzazione e definizione condivisa, ed essere al limite in movimento, addirittura “all’avanguardia”, o perfino di là da venire, in sostanza inespresse. E tuttavia, ancora non espresse e allineate dai critici in elenco, unirsi. Si uniscono. O possono esser passibili di presentazione di gruppo.

Allora ne assommo / accorpo / unisco – o vedo unite – cinque, ora: Continua a leggere “Quattro categorie più una: "loose writing"”

Grammaires de la subversion

Alessandro De Francesco

Dans les années 1960-70, le potentiel subversif de la poésie devient un véritable thème, une approche compositionnelle et théorique, en Italie comme en France. Le souhait, typique de la poésie de ces années, de définir une poétique autour du rapport entre le langage et le réel, un rapport interactif, problématique et problématisé, parfois contrastant, souvent voué à produire des paradigmes de modification radicale, est très lié à une prise de conscience du potentiel à la fois théorique et politique de l’écriture poétique dans la modernité. Le refus que certains auteurs ont manifesté à l’égard des poétiques et même de la poétique avant la poésie, n’a pas su limiter cette exigence pressante. Cette question s’est installée dans le langage, à savoir dans l’exigence de définir une géographie langagière subversive, de produire une, ou, plutôt, de multiples grammaires de la subversion. Continua a leggere “Grammaires de la subversion”

Berlusconi e la letteratura

Alberto Casadei

 

L’argomento potrebbe essere liquidato in poche battute: il berlusconismo non è una cultura ma un addensato di cattivi costumi, e di sicuro non ha prodotto una riflessione artistica e letteraria (come del resto il leghismo o, salvaguardando la par condicio, i vari centro-sudismi). Ma il punto è: quale cultura dovrebbe essere pensata in Italia per uscire davvero dal berlusconismo? In letteratura, il ‘nuovo impegno’ di Saviano o di molti scrittori, soprattutto di polizieschi o anche di storie controfattuali, sembra l’unica risposta possibile. Ma è davvero così? Continua a leggere “Berlusconi e la letteratura”

"Uno sguardo di passaggio". Mimesi e desiderio in "Horae canonicae" di W.H. Auden

Italo Testa

 

Le tracce mimetiche e il dio dei dettagli

Nella Poetica Aristotele afferma che la poesia avrebbe la sua causa na­turale nella capacità imitativa[1]. Sebbene la tendenza mimetica com­pe­netri l’intera vita sociale dell’uomo, è solo nell’espressione poetica che essa si esplicherebbe di per sé[2].

È possibile dunque guardare alla poesia nella pro­spettiva di un’in­dagine sul­­la natura umana? E il problema della natura mi­metica dell’uomo ha lasciato trac­cia nel pensiero dei poeti? In tale di­re­zione ho scelto di confrontarmi con un caso esemplare: Horae ca­no­nicae, una raccolta di Wystan Hugh Au­den. Nei suoi scritti poetici e sag­gistici Auden si è sforzato costantemente di formulare in modo espres­sivo delle diagnosi dell’epoca contemporanea – the age of anxiety, secondo il titolo di uno dei suoi poemi più noti[3] – sullo sfondo di una visione della na­tura e del destino storico dell’uomo come in­di­viduo e come specie. E Hor­ae canonicae è il testo di Auden che tocca nel modo più intenso e dram­matico la condizione mimetica dell’uomo. Au­den, che pure è stato nel Novecento forse il più stupefacente manipolatore di forme poetiche, ha consapevolmente elabo­rato una poesia allegorica, che vuo­le farsi veicolo di alcuni significati uni­versali sulla condizione umana. Continua a leggere “"Uno sguardo di passaggio". Mimesi e desiderio in "Horae canonicae" di W.H. Auden”

Nel camminare accanto. Piccola Fabrica per Biagio Cepollaro

Giuliano Mesa

Un libro di transizione e di crisi, scritto fra il 1993 e il 1997, che Cepollaro pubblica quando la crisi, la frattura, è diventata ormai accoglimento, non più rifiuto, del passato, e quando la transizione si è già spostata, di un lustro ancora, oltre i Versi nuovi.

1. Escludendo la sezione prima, Come un prologo, datata 1989-1991, che ha funzione di cerniera rispetto alle prime due ante del trittico De Requie et Natura (Scribeide, 1985-1989; Luna persciente, 1989-1992), questa Fabrica comincia nell’anno in cui la vicenda del Gruppo 93 si conclude. Ne dice, nel suo “ringraziamento”, Cepollaro stesso, accennando anche al “tracimare polemico” che proseguirà fino alla chiusura, nel 1997, della rivista “Baldus”. Se ne potrebbe dire, qui, con la memoria del “compagno di strada”, di chi osservava, e discuteva, camminando accanto. Meglio rimanere accanto alle poesie, alle domande che ponevano e che ancora pongono.

2. Il titolo della trilogia, nella sua non celata ambizione, ne espone sùbito un carattere fondamentale: la volontà, ostinatamente perseguita, di “non venire a patti”. Nel 1985, a un anno dall’esordio (Le parole di Eliodora), Cepollaro recide ogni legame con le convenzioni naturalistiche: Continua a leggere “Nel camminare accanto. Piccola Fabrica per Biagio Cepollaro”