Per…a Delo

Giulio Marzaioli

Il peana è un genere le cui caratteristiche principali sono la dedica ad Apollo e la ricorrenza del ritornello iè iè paian (“guaritore”, epiteto con cui veniva appellato il dio). Dal recente “incontro” con un peana tratto da Pindaro (Frammenti, a cura di Roberta Sevieri, Edizioni La Vita Felice) sono scaturite alcune suggestioni di lettura che forse valgono una riflessione. Nel testo (Per…a Delo – Peana VIIb =fr. 52b M) Pindaro, disponendosi ad invocare il dio celebrato a Delfi, assume l’Inno ad Apollo, attribuito ad Omero, quale termine di riferimento:

Rispetto al precedente omerico Pindaro pone una distanza, scegliendo una “via non battuta” e quindi probabilmente differente rispetto al mito canonico del dio così come lo canta Omero, ma pur sempre in un cammino su cui viene invocata la protezione delle Muse. Lo sguardo rivolto alla (propria) tradizione e la scelta di un nuovo panorama, che da questa si discosti, riassumono la tensione che esercita Pindaro nella propria scrittura, tensione che nulla ha a che vedere con i c.d. “voli Pindarici”, solitamente riconducibili a un’assenza di elementi conoscitivi che, sebbene ignoti al giorno d’oggi, dovevano essere ben presenti al pubblico cui il poeta si rivolgeva e potevano, quindi, venire sottointesi nella composizione (non già “voli”, quindi, bensì sponda silenziosa del pubblico al coro):

Apollo…
te e…
la madre…
peana…
corone…
con germogli…
a me non…
do inizio…
all’eroe…
fate risuonare i canti,
lontano da Omero, per una via non battuta
sempre procedendo, né con cavalle d’altri,
poiché noi stessi sul carro
alato delle Muse siamo saliti.
Ma io rivolgo la preghiera alla figlia di Urano
Mnemosine dalle belle vesti e alle sue figlie,
di concedermi grazia di canto,
perché sono cieche le menti degli uomini,
quando senza le Eliconie
si spingono a cercare la via profonda di saggezza.

A me hanno affidato questa
fatica immortale…

È curioso come dalla lettura di questo testo, appartenente ad uno degli autori che nel canone Alessandrino compare tra i massimi esempi della poesia lirica, scaturiscano sovrapposizioni del tutto casuali con parte della letteratura contemporanea (una sorta di sensibilità alle condizioni iniziali). I primi nove frammenti, così come ci sono restituiti dal tempo e senza ciò che il tempo ha consumato (in termini di testo e senso), richiamano (imprevedibilmente) alla mente una serie di esperienze in cui la frammentazione (o addirittura frantumazione) e lo scarto sintattico – consapevolmente adottati – giocano un ruolo fondamentale. Tra tutte si vuole citare qui una scrittura quanto mai scevra da parentele con la lirica pindarica, eppure da essa (da questo frammento pindarico ed a parere di chi qui ne scrive) riecheggiata per contiguità, rectius prossimità, sul piano della “temporalità” (vedi sotto). Si tratta di una delle esperienze letterarie più significative nella letteratura contemporanea, quella di Giuliano Mesa: un percorso per molti versi unico e così profondamente immerso nel terreno del linguaggio e della Storia da cui esso nasce, da presentare un carattere di a-temporalità e non riconducibilità a categorie di sorta. Tale percorso (è recentemente uscita, per le Edizioni de La Camera Verde, la raccolta ragionata di Poesie 1973-2008) meriterebbe ben altra trattazione, ma qui si vuole insistere sulla componente di “causalità” di una lettura, invece, casuale, a partire da due esempi della scrittura di Mesa:

da 1,6,7 (I)

[ ardere, dando ]

mai soltanto il bene

per ogni gesto,
un gesto non compiuto

[ ogni ricordo il non ricordo,
ogni rammendo scuce ]

da 1,6,7 (II)

[ avviene, s’avventa ]

sì,
così

[ tronco ritorto,
raschio di ruggine ]

Laddove il tempo dona al frammento pindarico una curiosa patente di modernità, nei frammenti di Mesa (la cui nudità enunciativa porta a far affiorare una parola fortemente materica) è il tempo stesso ad approfondire la prospettiva. Grazie ad una raffinatissima sensibilità musicale dell’autore, nel fondo della parola batte un tempo (un ritmo) che va al di fuori del tempo presente della lettura (così come, a contrario, nei frammenti pindarici lo scorrere del tempo ha reso stranamente “contemporanei” i versi dedicati ad Apollo). È il battere che indica una persistenza, quella della vita, che nel levare consuma tutto ciò che è sottratto alla dicibilità. Di qui lo spazio bianco, il vuoto, il silenzio;  elementi negati alla conoscibilità in cui il nero, il pieno, il rumore della storia vanno a conflagrare e da cui esalano questi resti, questi frammenti, che sembrano formarsi nel momento della loro scrittura (così come, ancora a contrario, il tempo fa ed ha fatto un testo a sé dell’originale pindarico, a noi non pervenuto nella sua prima ideazione). Nella sopravvivenza dei frammenti pindarici è ciò che manca a rendere il passaggio della storia, che cancella e ricodifica il senso (un senso); nella persistenza dei frammenti di Mesa è la storia che si dichiara, tacendo, nel vuoto attorno. Tutto ciò a significare quali forme di dialogo impreviste (ma in una logica di evoluzione del sistema che ogni lettura produce) possano scheggiare il cristallo del tempo e quante ipotetiche ulteriori vie non battute possano derivare da una lettura caotica (un “sistema caotico” è caratterizzato, per l’appunto, da tre fasi: sensibilità alle condizioni iniziali, imprevedibilità, evoluzione del sistema). O forse un esempio di volo, questo sì, pindarico.

Giulio Marzaioli

[già su www.poesia2punto0.com]

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