Su e per «Théorie des prépositions» di Claude Royet-Journoud

Alessandro De Francesco

«Ce qui fait problème, c’est la littéralité (et non la métaphore).C’est mesurer la langue dans ses unités “minimales” de sens.»
Claude Royet-Journoud, La poésie entière est préposition, Éric Pesty éditeur, Marseille 2007

Claude Royet-Journoud è, con la scarsa quantità e l’alta qualità del suo lavoro, una delle figure di punta della poesia francese contemporanea. Nato a Lione nel 1941, vive oggi a Parigi. In Italia, salvo le coraggiose operazioni di Uccio Esposito Torrigiani (cfr. C. Royet-Journoud, Errore di localizzazione degli avvenimenti nel tempo, Room 106 Ltd., Kamilari 1990, e Id., Un metodo descrittivo, Edizione fuori commercio, Kamilari 2005, traduzione di Uccio Esposito Torrigiani; tre libri di Royet-Journoud sono stati inoltre tradotti in italiano da Maria Obino Ducros, ma, purtroppo, mai pubblicati), la sua poesia non è finora mai stata pubblicata in volume ed è apparsa raramente in rivista. Se ciò dipendesse esclusivamente dalla proverbiale discrezione che caratterizza l’autore o dall’altrettanto proverbiale caduta libera della centralità della cultura francese, non sarebbe possibile spiegarne il peso e l’influenza, oltre che in Francia, in numerosi altri Paesi esteri. Evidentemente, pur nella vicinanza culturale che caratterizza Italia e Francia, alcune esperienze poetiche non hanno avuto una buona circolazione da un Paese all’altro. Ciò non ha impedito a tali esperienze di influenzare «sotterraneamente» tutta una parte dei giovani autori italiani, anche e soprattutto al di là della nozione di «avanguardia». Anzi, proprio in opere come quella di Royet-Journoud si è potuto individuare una modalità di scrittura di ricerca che fosse in grado di emanciparsi dalle avanguardie. Per di piú, la poesia di Royet-Journoud dialoga con scritture e tradizioni estremamente eterogenee, da George Oppen a Michael Palmer, da Jean Daive a Jacques Roubaud, da Anne-Marie Albiach a Emmanuel Hocquard, da Ludwig Wittgenstein a Giorgio Agamben.

Quando, su consiglio di Jean-Marie Gleize, ho cominciato a leggere i libri di Claude, ho provato una sensazione che avevo già provato leggendo lo stesso Jean-Marie: sollievo. Sollievo nel veder scorrere davanti a me un linguaggio che non fosse la testimonianza dei bei tempi andati, ma un’operazione aderente alla contemporaneità, in attitudine prospettica e squisitamente sperimentale. Se tale sensazione ha potuto verificarsi sin dalla lettura del primo libro (Le renversement, uscito nel 1972 e facente parte di una tetralogia, tutta pubblicata da Gallimard, che si è conclusa nel 1997), essa è stata tanto piú intensa alla lettura della Théorie des prépositions, uscito in forma ridotta in Svezia e negli Stati Uniti e poi in Francia, presso P.O.L., nel 2007 (il titolo Teoria delle preposizioni è ripreso dall’omonimo libro del linguista danese Viggo Brøndal, pubblicato nel 1940). Royet-Journoud, per dirla con la rivista «Critique», è a tutti gli effetti un «poeta del ventunesimo secolo» (cfr. Les intensifs: poètes du XXIe siècle, «Critique» 735-736, agosto-settembre 2008). Non è un fattore banale o scontato nella misura in cui la poesia di Royet-Journoud, mi sembra di poter dire, opera una forte ridescrizione del reale, della storia e dell’attualità grazie a una prospettiva inedita, indiretta e mediata da una lingua profondamente astratta: l’uso poetico di elementi grammaticali, come i pronomi («il» e «elle» ricorrono in forma iterata) e le stesse preposizioni, permette da un lato di connettere oggetti precedentemente isolati o preorganizzati da codici linguistici e percettivi dati, e dall’altro di aprire in sede linguistica uno spazio di possibilità che abbia presa sul reale. È una questione di ridescrizione tanto linguistica quanto logica e cognitiva, come ben evidenzia Emmanuel Hocquard citando Benveniste in un suo recente saggio su Teoria delle preposizioni, contenuto nel numero di «Critique» a cui si è già fatto riferimento:

dans l’étude des prépositions, quels que soient l’idiome et l’époque considérés, une nouvelle technique de la description est nécessaire et devient possible.

«nello studio delle preposizioni, indipendentemente dall’idioma e dall’epoca, una nuova tecnica descrittiva è necessaria e diventa possibile.»
(É. Benveniste, Problèmes de linguistique générale, t. I, Gallimard, Paris 1966, p. 139, cit. da E. Hocquard, Théorème, in «Critique» 735-736, op. cit., p. 592)

Tale approccio, come mostra sempre Hocquard, agisce direttamente sulla logica «aristotelica» in cui potremmo credere immerso il reale prima dell’intervento della poesia:

Rien ne s’inscrit dans le temps chronologique et les notions «d’avant» et «d’après» s’en trouvent incessamment remises en question «cet enfant est mon père».

«Niente è iscritto nel tempo cronologico e le nozioni di “prima” e “dopo” vengono costantemente problematizzate “questo bambino è mio padre”».
(E. Hocquard, op. cit., p. 597)

Non esiterei a definire una simile operazione come eminentemente sovversiva. Per riprendere i titoli del primo e del per ora ultimo libro (eccezion fatta per la plaquette Kardia, pubblicata nel 2009 da Éric Pesty e di prossima uscita in Italia all’interno del numero 82 della rivista “Anterem”): un sovvertimento è operato dalle preposizioni, e, piú in generale, dalle articolazioni del linguaggio. Scrive Royet-Journoud nella tanto breve quanto preziosa raccolta di riflessioni di poetica da cui abbiamo tratto anche il nostro esergo: «Tout reflue vers l’articulation» (C. Royet-Journoud, La poésie entière est préposition, op. cit., p. 33). Questa non è un’affermazione strutturalista, nel senso che l’attenzione per le relazioni linguistiche e oggettuali non implica dualismi significante-significato, ontologie sistemiche, metalinguaggi: la ridescrizione, la sovversione poetica messa in atto dall’articolazione è direttamente connessa al reale, si identifica con esso, proprio perché si tratta di una sovversione tanto linguistica quanto logica e cognitiva, e, in ultima istanza, individuale e politica. Mi spiego meglio. Intendo «individuale» in senso «ontogenetico»: come, ad esempio, il tema dell’infanzia, che ricorre durante tutto il libro, a cominciare dal già citato «questo bambino è mio padre» (e poi ancora, facendo attenzione all’uso particolare delle preposizioni: «Un’infanzia spenta nel rumore»; « Lui si chiude sulla perdita, spinge l’infanzia verso il basso e porta a termine l’immagine»; «voce sospesa nell’infanzia»; «È infanzia incollata al vetro»; «ti ho osservata crescere sul bordo della finestra»). E con «politico» intendo, come già si accennava prima, orientato criticamente verso l’attualità e la storia. A un certo punto del libro c’è una cifra (il tema della cifra è peraltro ricorrente nel corso di tutta l’opera): «43 525». È, come l’autore ha rivelato (lettura integrale e discussione di Théorie des prépositions, École Normale Supérieure LSH, seminario «Lyrisme et littéralité» diretto da Jean-Marie Gleize, Lione, 16 aprile 2008), il numero di paia di scarpe trovate ad Auschwitz. Ma non c’è bisogno di dirlo nel testo, perché tutto il reale dell’evento è immanente a quel numero, che a sua volta produce realtà in sede poetica; esattamente come, ad esempio, «spingere l’infanzia verso il basso» è un atto che ha luogo in poesia e che conferisce senso, «ontogeneticamente», a una storia individuale, intersecata nel reale. In entrambi i casi è il reale che interessa la poesia, o, meglio, la poesia è il reale, si indentifica con esso proprio nel momento in cui ne fa astrazione: «43 525».

Dunque letteralismo e non strutturalismo. Il conio dell’espressione littéralité per definire questo orientamento poetico, condiviso da numerosi autori francesi e americani contemporanei, è attribuito proprio a Royet-Journoud, nonostante che lui non ami pronunciarsi in proposito. Non si tratta né di un movimento né di un gruppo, quanto piuttosto di un approccio di scrittura: il littéraliste scrive rifiutando, potremmo dire con Wittgenstein, la logic of the double, ovvero tende a superare gli sdoppiamenti metalinguistici, metaforici, se non metafisici del pensiero occidentale (espressione-interpretazione, linguaggio-mondo, linguaggio-metalinguaggio, ente-essere, oggetto-idea) per tendere a una scrittura identica a se stessa, aderente, letterale, appunto. Pur essendo cosciente della qualità inevitabilmente asintotica di un simile processo di scrittura (nel senso che la totale assenza di meta-phorein è un limite a cui tendere, non una realtà del linguaggio), il littéraliste fa poesia senza pensare che quanto scrive debba rinviare a “qualcos’altro” che si troverebbe fuori dal testo, rifiuta il processo ermeneutico come dis-velamento di un significato originario e lascia parlare il testo, per dirla sempre con Wittgenstein, di proprio pugno (Cfr. L. Wittgenstein, Notebooks 1914-16: “So stellt der Satz den Sachverhalt gleichsam auf eigene Faust dar”). Scrive Royet-Journoud nelle già citate riflessioni di poetica:

Fonder un réel sur du métaphorique! Je préfère la surface, le plat et pout tout dire la platitude puisqu’elle seule met le monde en demeure de nous répondre.

«Fondare un reale sul metaforico! Preferisco la superficie, il piatto e direi proprio la piattezza, poiché solo la piattezza mette il mondo in condizione di risponderci.»
(C. Royet-Journoud, La poésie entière est préposition, op. cit., p. 22)

La «piattezza» è l’espressione di un’aderenza del linguaggio sul mondo. Nell’ultima pagina di Teoria delle preposizioni vediamo impiegato, probabilmente proprio in questo senso, il termine «denudamento» (dénudation). Jean-Marie Gleize mette in evidenza una linea di continuità letteralista tra il proprio lavoro e quello di Royet-Journoud in un suo recente saggio dedicato a Teoria delle preposizioni, mostrando come il «denudamento» sia – scrive Gleize – un «programma» (J.-M. Gleize, Des gestes, en noir, in «Cahier Critique de Poésie» no. 16, Centre International de Poésie Marseille, ottobre 2008, p. 79), quindi un approccio, una visione d’insieme della scrittura che unisce i due autori. Non a caso, uno dei libri piú programmatici di Gleize ha per titolo Il principio di nudità integrale (cfr. Id., Le principe de nudité intégrale, Seuil, Paris 1998). Littéralité e denudamento, letteralità come piattezza e come denudamento. Il che, a mio avviso non esclude peraltro il lirismo, né in Gleize né in Royet-Journoud. Anzi, avvalora l’impatto emotivo centellinandolo, disseccandolo, come ben si vede in alcuni momenti di Teoria delle preposizioni (basti pensare al già citato tema dell’infanzia). Personalmente, parlerei anche di «aderenza» e di «immanenza», se non di «identità», nel senso di una vera e propria identità tra linguaggio e mondo, verso la concezione di un mondo-linguaggio non duale, di uno spazio di operatività poetica in cui il linguaggio interviene sul reale in modo assolutamente diretto, perché non è piú ontologicamente separato da esso. È anche in questo senso che sento l’attualità di un progetto poetico sovversivo: se la parola torna a far parte del reale sino a coincidere con esso, al di là del tradizionale dualismo linguaggio-mondo, essa può modificare il reale modificandosi. Mutatis mutandis, anche Paul Celan, in fondo, ha tentato questa direzione.

Gleize non manca inoltre di ricordare l’importanza del tema della fotografia, pratica che, proprio in seguito alla presa sul reale che essa permette, ha molto interessato i littéralistes, e fa notare come l’espressione «cet enfant est mon père» si riferisca probabilmente alla descrizione di una fotografia (Id., Des gestes, en noir, op. cit., p. 79): il linguaggio poetico entra nel reale, dà una ridescrizione di un oggetto e sovverte la percezione, fotografa linguisticamente la fotografia, rende l’immagine lingua, dà – scrive Gleize – il valore di immagine alla parola «immagine», eludendo l’immagine stessa (Ibid., p. 78). Nella medesima direzione va il trattamento delle preposizioni e dei pronomi: la pre-posizione è sempre anche uno spostamento della e dalla posizione iniziale e il pro-nome è uno spostamento, un allontanamento dal nome, come si legge in alcune espressioni delle ultime pagine del libro: «lei lascia il suo nome», «lei si stacca dal nome». Ancora una volta, l’astrazione conferisce realtà al linguaggio: allontanarsi dal nome e diventare un pronome apre uno spazio astratto di possibilità, in cui il linguaggio (poetico) si compenetra nella realtà e fa aderire il (s)oggetto a se stesso. È tale ridescrizione dell’individuo in forma di pro-nome che, leggo in Gleize, fa scrivere a Royet-Journoud: «piú nulla la separa da se stessa».

Un movimento di appiattimento, di denudamento ontologico ha dunque luogo tra linguaggio e mondo. Operare sul reale attraverso il linguaggio, sino a farlo coincidere in esso. L’articolazione grammaticale – che si tratti della preposizione o del pronome – non è un oggetto del mondo, non la si trova per strada. Ma essa esiste ed agisce sulla pagina, ed è tanto piú concreta, tanto piú reale perché conferisce realtà agli oggetti ponendoli in relazione, e l’uso che ne fa la poesia modifica l’esistenza del reale ridescrivendolo, sovvertendone la percezione cosí come la poesia sovverte l’uso dell’articolazione stessa. È un denudamento cognitivo e poietico, un processo che agisce individualmente e storicamente. Se ormai non ha piú senso parlare di un genere letterario chiuso e definibile come «Poesia» sulla base di chissà quali regole prosodiche, metriche, storiche e semantiche, è però forse possibile afferrare l’unicità del linguaggio poetico proprio in simili momenti. Teoria delle preposizioni ci ricorda cos’è la poesia: ingresso del linguaggio nel mondo, tentativo di critica e di modifica della storia, sovvertimento dello stato di cose. Poesia: spazio di possibilità, paradigma molteplice di azione e di conoscenza aperto da relazioni inedite istituite tra gli oggetti. In questo senso, appunto, la poesia intera è preposizione.

Alessandro De Francesco

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