Dire di sé parlando d'altro

(La questione del “soggetto lirico” in tre libri di poesia contemporanea)

Marco Simonelli



La questione dell’io lirico è un argomento con cui gli autori di poesia sono soliti confrontarsi fin dalle loro prime prove o, addirittura, ancora prima di sviluppare una propria personale poetica e di passare all’atto pratico del comporre in versi. La lettura di Montale sembra essere fondamentale da questo punto di vista: quale rapporto può intercorrere tra vicenda autobiografica e materia narrativa all’interno della scrittura? In quale modo il soggetto singolare arriva a confrontarsi e ad incidersi nella realtà che la scrittura propone? Una poesia che impieghi in larga parte la materia offerta dalla propria soggettività è capace ancora oggi di incidersi nella nostra storia culturale e letteraria? Ampi tentativi di risposta sono stati dati in passato da autori molto diversi tra loro: un’autrice come Amelia Rosselli ha sempre preferito “camuffarsi fra le scene” e focalizzare l’attenzione dei propri lettori sull’andamento sismico del proprio linguaggio mentre di recente Patrizia Cavalli ha sottolineato quanto la presenza di un “io grammaticale” sia una particolare scelta dell’autore che in realtà desidera, esponendosi in prima persona, esemplificare una realtà comune.

Varie soluzioni stilistiche e tematiche sono riscontrabili nell’attuale panorama della poesia contemporanea. Fata morta di Giovanna Marmo, testo vincitore del Premio Antonio Delfini 2005 è un testo che fa dell’uso della prima persona una prosodia accennata tramite l’ausilio di un titolo tanto insolito quanto accattivante: più che da un percorso in versi o da un’unità tematica, il libro è costituito da una frammentazione testuale che contribuisce ad esaltarne l’aspetto figurale. La “fata morta” altro non è che la sintetica rappresentazione ironica e agghiacciata di un’innocenza e di una fantasia presto soffocate da una realtà materica pesante e indecifrabile. Il paesaggio fiabesco e incantato a cui ci ha abituato l’iconografia di Arthur Rackham, autore di splendide illustrazioni raffiguranti fate, gnomi ed altre creature fantastiche, viene sistematicamente fatto a pezzi, smontato capillarmente e sostituito da elementi ispirati alla quotidianità. In versi come “Sono la doccia di sabbia disperata”; “Nel bosco di forchette / tu mi hai lasciata sola”, “Un inutile / rubinetto dorato è sorto”, “e io guardavo l’acqua nella pentola che bolliva” è possibile notare come l’io tenda a manifestare la propria interiorità attraverso la fusione tra uno sguardo infantile, “minimo” (come appunto quello di una fata, una piccola creatura che osserva un paesaggio più grande di lei, che la ostruisce e la rallenta) e un campionario vagamente surreale di oggetti casalinghi in posizioni stranianti e dalle funzioni inquietanti. Una tale sproporzione materiale (esposta con una paratassi descrittiva continuata e ossessiva, come presa da una frenesia figurale)  è tutta volta a declinare ed esprimere una femminilità sofferta e come smarrita, schiacciata dentro un paesaggio quotidiano deformato, ingigantito, a tratti minaccioso. Alle prese con un “tu” sfuggente la cui indifferenza sembra atterrire (“Tu hai occhi che non guardano”, “mi parli mentre non ti vedo / e mi spingi a, / Nord”), attraversando momenti di vanificazione e sfiducia (“… me te come due / inutili, / nere piramidi del Nord) vengono costruite miniature espressioniste di sconcertante novità e freschezza inventiva: “Ciao, sono quella che prepara e poi pulisce, / vivo nella casa di Lego rosso”. Il soggetto parlante di Giovanna Marmo è una maschera lirica che, forte di una prosodia efficace ed originale, penetra attraverso angosce e preoccupazioni dell’universo femminile; lo fa con un occhio bambino, con una spontaneità immediata ma mai scontata, guarda la paura e la difficoltà dei rapporti umani con l’aiuto di un esasperante autocontrollo. Ne esce un paesaggio domestico e interiore, un “paese delle meraviglie” al contrario, molestato da un regista con tendenze splatter, un io rassegnato forse (apparentemente) alla propria condizione ma senza dubbio motivato a descriverne la complessità.

In Sensi Diversi Luca Baldoni si espone in prima persona, senza l’uso di maschere liriche, in una cronaca ritmica del proprio vissuto. Studioso interessato alla scrittura di genere e autore di un brillante saggio sul canone della poesia omosessuale maschile del novecento italiano, Baldoni avrebbe tutti gli strumenti necessari per costruire un linguaggio artificiale o parodico, un “poetichese” magari di stampo penniano attraverso il quale esprimere il proprio discorso. Da poeta consapevole però sceglie di abbandonare il proprio bagaglio culturale per inseguire con straordinaria tenacia una voce personale, priva dell’eccesso narcisista che ha caratterizzato per esempio la parabola poetica di Dario Bellezza. Sebbene attraversata a tratti da frammenti amorosi qua e là epigrammatici, altrove tendenti ad un romanticismo sensuale e disperato (“Forse sento quello che ancora tu non vedi: / hai un cazzo che è una mazza, ma temi ancora / a menarlo per il mondo”; “mi tieni dall’altro capo / di un abisso insormontabile”) la raccolta raggiunge il suo vertice espressivo nel poemetto Diritti, ispirato al tema delle unioni civili: una cronaca ritmata di vivace ingegno associativo che sfoggia un linguaggio piano e musicale, entra ed esce con facilità dal piano politico avvicendandosi con le conseguenze personali di una storia d’amore. Qui Baldoni diventa sé stesso, si libera dalla forma epigrammatica e contenuta dei primi versi della raccolta per librarsi nello spazio linguistico del possibile dove l’evoluzione della propria storia e del proprio pensiero viene affidato a lunghi e complessi passaggi elencativi ricchi di soluzioni originali e musicali. La velocità con cui il soggetto attraversa la propria materia personale contribuisce a far correre il lettore dietro ad un ipnotico flusso di coscienza in cui è facile (e piacevole) riconoscersi. Più piane e formalmente meno complesse le altre poesie della raccolta, tuttavia interessanti per alcune suggestioni figurative di bruciante urgenza: “cedo al Sole con il mio corpo offerto / come un palmo inchiodato nel terreno”, “idolo narcotico e maschile, padre / senza figli, tua è la forza” , “… sventrato d’amore, // io cedo al Sole”, per citare solo dalla poesia “High”. L’io di Baldoni tende, nei suoi momenti più felici, a farsi io-politico che attraversa e storicizza il proprio tempo tramite un accorto meccanismo fonico che è in realtà meccanismo ideologico, teso a sostenere un discorso civile e umano di forte coerenza etica.

Autrice più matura, ma costantemente dedita ad uno sperimentalismo permanente ed elegante è Mariella Bettarini che con Il Libro degli avverbi propone il suo ormai inconfondibile linguaggio di straordinario potere ritmico nell’insolita veste di narrativa per l’infanzia. Si tratta di un ben congegnato abbecedario in cui l’avverbio che da il titolo ad ogni brano è in realtà un suggerimento fonico, un segnale del timbro evocativo più che pretesto di una narrazione. Il linguaggio personalissimo della Bettarini (composto da paranomasie, rime interne, ripetizione e sintassi che privilegia la ritmicità del discorso più che una sua comunicatività) è innegabilmente, anche nei suoi più arditi esperimenti narrativi (basti ricordare il recente La testa invasa) un linguaggio poetico e musicale, a tratti frenetico ma mai ossessivo. Si tratta di favole, “piccole storie”, momenti di riflessione che l’autrice (per anni maestra elementare) dedica idealmente ad un pubblico di bambini: si tratta in realtà di uno stratagemma ispirativo, di un’occasione poetante per ripercorrere tappe del proprio vissuto (e del proprio costante imparare dalla vita): spesso l’io propone stralci memoriali, più spesso riporta scopertamente il proprio dato biografico sotto forma di personaggio-metafora, in una sintesi esistenziale e fantastica che ad un lettore non più bambino suggeriscono lo sforzo di un’anamnesi sul sé, sulla percezione e lo stupore di chi non ha smesso di dare importanza alla curiosità di un fanciullino più sanguinetiano che pascoliano. Sebbene il libro abbia più di un punto in comune con le piccole prose del Signore degli spaventati di Vivian Lamarque, se ne distacca nettamente per la portata linguistica, qui esposta a iterazioni e variazioni. L’io della Bettarini (e il suo “tu”, l’ideale pubblico di bambini) è quello mai sapienziale e sempre umile di chi non pretende di insegnare verità preconcette, ma accetta generosamente di condividere il proprio percorso anche emozionale con chi ha la volontà di ascoltare.


Marco Simonelli



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