Recensione a Mia Lecomte, "Terra di risulta" (La Vita Felice, 2009)

Andrea Sirotti

MIA LECOMTE, Terra di risulta, (con una nota critica di Gabriela Fantato), La Vita Felice editore, Milano, 2009.

Il titolo Terra di risulta allude a una terra smossa, dislocata, movimentata a forza. Ed è proprio l’allontanamento, il trasferimento, il ritrovarsi “altri” e “altrove” il tema principale di questa silloge poetica. E il fatto che nello spostamento ci si ritrova fatalmente fuori fuoco, straniati, relegati in ruoli imposti, non propri.

Nella splendida Cirene, la prima poesia della prima sezione “Dei vostri luoghi”, leggiamo: «una vita è / quello che intanto si porta in attesa di altro», con le significative varianti nella chiusa: «una croce è / quello che intanto si tace in attesa di altro», come se il carico da portare nel calvario dell’esistenza fosse il peso del silenzio, dell’impossibilità di esprimersi (vedi anche Jagdtrophae, la poesia che chiude la raccolta e che riprende il tema del silenzio). Anche Resurrezione sull’Hudson si segnala per un sapiente gioco di varianti sintagmatiche. Trovandosi nel nuovo mondo a osservare “La pasqua dei bisonti e una barchetta di carta”, l’autrice ricompone gli elementi di contingenza-permanenza-realtà fattuale variandoli nelle tre strofe, rispettivamente: «il giorno nuovo nel tempo», «il tempo nuovo nel mondo», e infine «il mondo nuovo nel mondo», un mondo che era già concluso e non «comiciato dal principio». I bisonti e la barchetta, correlativi oggettivi di istintualità e precarietà come molti altri che si trovano nel corso della raccolta, preludono al leit-motiv «la carne non è tutta la vita» che sintetizza le due tematiche.

La cifra stilistica ricorrente di queste liriche è lo spostamento e la ricombinazione, in un costante slittamento semantico che ben rappresenta la sensazione di trovarsi in uno stato di perpetuo disequilibrio, in bilico tra presente e passato, al confine dei luoghi, dei sentimenti, e perfino del proprio corpo («Molte volte oggi ho passato la frontiera / della mia pelle dentro e fuori», Asuni).

La deviazione dalla norma, sia grammaticale che sintattica, si fa “segno” linguistico di questa precarietà esistenziale, e la ritroviamo più volte nel corso della raccolta con esiti a volte felicemente memorabili: «hai saputo / caricata tutta insieme la vita» (Cirene); «si sta come stare davvero nel mezzo» (Lezioni salentine); «sai rispondere / di dove se n’è accorta / e di dove ha cominciato» (A Nasso); «l’acqua insana nella conca / delle mani alla deriva» (Dalla Moscova alla Neva).

Il senso di disequilibrio è dato anche dalla permanente e sottesa brutalità di un mondo dove regna l’imposizione della volonta altrui, una volontà immanente che si oppone alla piena realizzazione del sé, ostacolando il senso di appartenenza, l’identità rassicurante e univoca, il comodo agio conformista. Nella raccolta si trovano molte varianti di questa sottile e impositiva autorità, a volte maligna, altre volte soltanto stupida, rituale e insensata. Come nella già citata Cirene, in cui la figura di Simone viene apostrofata col reiterato «ti hanno scelto» che annulla la volontà originaria del protagonista; o nella breve lirica Pompei in cui l’immagine finale del corpo a corpo tra tori, fissati in una vana e cristallizzata energia, rivela che la fuga è impossibile, «già spenta nella smorfia d’eterno». O ancora in Esocetidi in cui i pesci volanti di cui al titolo lamentano: «Ci hanno chiusi […] per non farci fuggire / a nuoto, in volo /per costringerci a stare // come se ancora ci fosse un altrove / da qui».

Ancora un’immagine taurina si trova nella poesia Arles in fiesta, in cui il cieco e incredulo dibattersi dell’animale finisce per soccombere «per l’imperfezione». Una ritualità superimposta e predestinata su cui cozza e si neutralizza ogni vigore, come leggiamo in Carousel, lirica inclusa nella sezione“Bestiari domestici”: «rigiriamo bestiali sopra i perni di una corsa a sbranare».

La precarietà descritta da Mia Lecomte è sia spaziale che affettiva e ci trasmette il senso della trasformazione non risolta, come eterne crisalidi che non mutano in farfalle. Ed emerge soprattutto, e di nuovo, nella descrizione dei luoghi. Luoghi senza vita, involucri, gabbie. Houses che faticano a diventare homes (o che non sono più tali) vengono presentati nelle liriche di “Viario in rilievo”: In Riva Paradiso si ribadisce la questione sottesa in tutta la sezione, e forse in tutto il volume: «vuoi sapere / quale luogo augurarti» per poi concludere fonosimbolicamente, in un terrigno smottamento di suoni: «e poi / avrai terra solo terra ogni terra / sotto il peso improvviso tutta / terra da ogni parte violenta / dove hai il corpo». Una terra di risulta, appunto, che opprime e sovrabbonda, un pantano argilloso che «rasoterra» muta l’orizzonte e proclama l’impossibilità.

L’incipit di In via Catalani («Della nostra stanza / è rimasta soltanto la stanza») descrive un addio che influisce in modo analogo e complementare su cose e persone. Come dimostra l’immagine dello specchio e il ricorrere del sintagma «e viceversa» che rappresenta questa interscambiabilità tra oggetti ed esistenze umane, poi sintetizzata nel deviante «rasa al cuore».

Se via Catalani è un “non più”, Viale della Musica è un “non ancora”, l’espressione di un’inadeguata dissonanza, di un’attesa risibile e vana che si esplica attraverso una quotidianità rituale e straniata: «Solo per aspettare la nostra città / abbiamo sgualcito tutte le sagome / che ci eravamo appuntati / ad aspettare la nostra città / ci siamo fatti comici e vani / ripiegando i tovaglioli di carta / impilando i bicchieri sbeccati». Ma la città rimane estranea e lontana, un “altrove” immutabile e indifferente: «resta / integra laggiù da qualche parte».

Un altro topos ricorrente è l’assenza, in tutte le sue varianti di vuoto, scomparsa, rimpianto, struggente mancanza. Sin dalla poesia-preghiera che fa da epigrafe alla raccolta: « …pietà, dei nostri / ambienti vuoti, pietà del suono e / della luce, ancora spenti // pietà, di noi qua dentro, pietà, / con le finestre finte / pietà, dell’abitarci assente… » in cui si afferma (quasi in un dolente coro eliotiano) il tema dell’involucro vuoto, del guscio, dell’apparenza posticcia. Tutta la silloge è poi pervasa di figure assenti, e delle sagome e dei simulacri che li rappresentano. Come i «gabbiani che mancano» di Lezioni salentine, le «lapidarie» scarpette in fila indiana in A Nasso, l’angelo perdutosi in America della pala di Simone Martini a cui si fa riferimento nella lirica Dalla Moscova alla Neva, o il reiterato «la tua mamma non è con te» in quella straniata ninnananna a rovescio che è Teddy Bear. O come nella poesia Swissminiature, dove sin dall’incipit si fa l’inventario delle cose assenti, simboli di possibilità non esperite: «Mancano ancora un campanile e tre trafori / sei chalet dipinti e una stazione (…) / mancano i passeggeri nella slitta… » e si conclude, nell’ultima strofa, con la consapevolezza che in questo manchevole e scombinato paesaggio (significativo il ricorrere di parole senza equilibrio come «scompagnarne», «spaesati» e «spaiate») occorre pur sempre «starci» reinventandosi e ridimensionandosi: «stabilendo palmo a palmo / misure sempre in scala del dolore». Il tema del “non esserci” trova la sua epitome nella splendida lirica che chiude la raccolta, Jagdtrophae, breve monologo drammatico il cui “io narrante” è la testa dell’animale appesa in sala come trofeo di caccia: «La famiglia si è smembrata / ed è rimasta la mia testa / a sorprendere l’amore / in prospettiva inusitata / a difendere la noia sorvegliare / l’ansia al cubo aspettare che / la luce faccia il giro dello / spazio e poi sparisca tutto / sotto sorvolato senza / il corpo e i suoi bisogni / senza voce a grugno aperto / la mia testa qui da sola» [corsivi miei]. La testa è quindi metaforicamente testimone della poca vita degli altri – fugace amore, noia, ansia – mentre, obliterando il proprio corpo e le proprie esigenze carnali, e al pari del Tiresia della Waste Land, rende una testimonianza immobile, acorporea e senza voce.

Nel repertorio di figure assenti o perdute compaiono anche prodotti commerciali (come quelli della sezione “Oggetti naturali”), in piccole odi postmoderne dove ogni protagonista “merceologico” svolge una funzione evocativa rispetto ai condizionamenti psicologici e sociali che opprimono l’individuo (la donna?) e ne impediscono la piena realizzazione. Desideri e tabù, perdita dell’innocenza, paure ancestrali e dogmi religiosi si accavallano e si sublimano, con angoscia, in un contesto reificato dove la comunicazione dei sentimenti risulta assai ardua: «sai è il peccato e il caldo affanno / fa il sudore tutto in veli» (Zigulì); «Con quale gesto hai lasciato il latte […] su quale verso hai imbrattato il resto» (Mustela); «Ho bisogno di più tempo non mi so capacitare» (Paulista); «che peccato rinunciarvi per sfiducia o stanchezza / più colpevoli oggi dei colpevoli ieri buttati / stropicciati in disordine sopra qualche poltrona» (Reguitti).

In questo quadro sconfortato e dislocato, in cui la unica via è l’agire controcorrente (simboleggiato,ad esempio, dal «volo al contrario» delle farfalle in Lezioni salentine, o dal «granchio rovesciato» in A Nasso), fanno forse eccezione i bambini. Nella già citata lirica Asuni, che Mia Lecomte dedica ai ragazzi di casa, essi sono paragonati a «piccoli uccelli / dall’incerto equilibrio sul filo», dagli occhietti «più neri del sole». E mentre l’io poetico è alle prese con la propria precaria identità: «… io vado e vengo / sul confine mal tracciato di me», loro rappresentano la continuità contingente, la ragione di un ritorno: «… ci siete sempre voi miei uccellini / ad accogliermi … », ma anche la speranzosa consapevolezza che per loro le cose un giorno saranno diverse «su filo che dovrete lasciare / prima o poi forse adesso / mai con me».

Andrea Sirotti

[già apparso in Absolutepoetry http://www.absolutepoetry.org/ il 21 novembre 2010]

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