Alberto Casadei

 

L’argomento potrebbe essere liquidato in poche battute: il berlusconismo non è una cultura ma un addensato di cattivi costumi, e di sicuro non ha prodotto una riflessione artistica e letteraria (come del resto il leghismo o, salvaguardando la par condicio, i vari centro-sudismi). Ma il punto è: quale cultura dovrebbe essere pensata in Italia per uscire davvero dal berlusconismo? In letteratura, il ‘nuovo impegno’ di Saviano o di molti scrittori, soprattutto di polizieschi o anche di storie controfattuali, sembra l’unica risposta possibile. Ma è davvero così?

In questo momento, di certo, l’opera a favore della giustizia, ovvero di un risarcimento almeno finzionale dei tanti torti prodotti dalla politica e da molti rami degli apparati statali, oltre che dalla malavita ‘normale’, sembra uno scopo necessario per gli scrittori: e a chi si muove in prima linea va una solidarietà incondizionata, quanto a obiettivi di fondo. Ciò non toglie che gran parte della narrativa di successo si muova oggi in Italia in un territorio piuttosto angusto: tra realismi obbligati e invenzioni che hanno lo scopo di svelare i complotti, si perde un po’ l’aspetto della riflessione profonda, autenticamente cognitiva sul reale (compresi i suoi risvolti storico-politici). Anche soluzioni più elaborate, quelle allegoriche riunite dai Wu Ming sotto l’etichetta della New Italian Epic, rispondono a esigenze strumentali e spesso si limitano a un rapporto A > B: scrivo questo sul mondo possibile X, ma tu intendi che si parla di te e dell’Italia di oggi.

Tutto troppo facile. Il che non vuol dire che si debbano cercare romanzi inutilmente elaborati, magari cascami delle vecchie neoavanguardie, o importazioni di modelli già storicizzati, da Garcia Márquez a Pynchon o persino a DeLillo. Bisogna invece chiedersi: come si può pensare oggi a un romanzo che rappresenti non solo l’abiezione del presente, purtroppo ridicola più che tragica, e invece cominci a fare Storia anziché scimmiottamento della cronaca?

Esistono autori che più di altri si sono confrontati con la grande tradizione del romanzo e hanno prodotto analisi dei comportamenti attraverso le azioni quotidiane dei loro personaggi: penso a Siti, ma anche a racconti di Pascale, a molte pagine di Lagioia (e prima al Pontiggia delle Vite o al Cordelli di Un inchino a terra). Ma ci sono spunti importanti di riflessione anche in testi dall’architettura allegorica complessa come Il tempo materiale di Vasta, oppure in scritture in bilico fra narrativa e saggismo, come in Affinati, Arminio o Trevi. E l’elenco potrebbe continuare, anzi inviterei a continuarlo per formare assieme una categoria di opere inseribili in un ‘realismo sperimentale’, diverso da quello sopra indicato.

Però manca ancora lo sforzo per chiudere il circolo fra storia e creazione letteraria. Manca la rivisitazione onirica del fascismo dentro la vita della provincia di un Amarcord. Manca un’ideologia narrativa (chi può ancora sostenere che i romanzi non hanno e non creano idee?) che non sia banalizzante: come non lo era quella di Fenoglio quando rivisitava, nel grandioso Partigiano Johnny, tutti i suoi ideali giovanili e quelli resistenziali, difendendoli strenuamente e insieme vedendone l’insufficienza a giustificare un’intera vita.

Si potrebbe rispondere che Berlusconi non sollecita la narrativa (o anche, perché no?, la poesia civile) perché il suo status culturale è quello della barzelletta: in lui si reincarna sic et simpliciter il cinismo nazionale, proprio così come lo aveva individuato intellettualmente Leopardi, e materialmente la commedia all’italiana. Con questo materiale non si può puntare al tragico, non si possono fare belle teorie. Ma una riflessione più ampia, di lunga durata, su cosa vuol dire vivere nella risacca o nel rigurgito di prassi politiche degli anni Ottanta oggi, nel 2011, non può non portare alla ricerca di forme letterarie che cerchino di spiegare il nostro oggi meschino in un ambito internazionale che, dopo poco tempo, divora anche i potenziali eroi del rinnovamento (leggi Obama). Oggi lo scrittore in Italia sente di dover agire: ma io credo che debba anche interrogarsi più a fondo sui suoi mezzi, su quello che vuole dalla sua opera, su quello che la letteratura, gramscianamente, può ancora fare per creare una comunità diversa in una civiltà italiana diversa.

 

Alberto Casadei