Recensione a Mariano Bàino, "L'uomo avanzato" (Le Lettere, 2008)

Massimilano Manganelli

L’esordio narrativo di un poeta è sempre un fatto curioso, per alcuni aspetti eccezionale, soprattutto se, come in questo caso, il poeta è, nell’opinione di chi scrive, uno dei nostri maggiori. La curiosità sta nel vedere a quale plot il poeta affiderà la propria prosa e quali debiti questa contrarrà (ammesso che lo faccia) nei confronti della scrittura in versi, mentre l’eccezionalità è determinata semplicemente dal fatto che la scrittura narrativa costituisce un evento anomalo all’interno di un flusso diverso, quello della poesia, appunto.

«Che faccio, scelgo un libro? Qualcosa di non impegnativo? Un romanzo poliziesco, avventuroso? Ma… proprio un romanzo? Mmh! Già il fatto che un libro sia un romanzo non depone a suo favore…»; in queste parole che il protagonista pronuncia all’interno di un tipico nonluogo (un duty free) si rintraccia, in un certo senso, il rapporto che l’autore stesso instaura con la narrazione tradizionale. Quanto alla trama, infatti, Mariano Bàino decide di non costruire nulla, anzi addirittura, in un certo senso, tende a smantellare una struttura preesistente. Si dispone cioè alla riscrittura di un classico (come già aveva fatto, in termini assai diversi, con Pinocchio), il Robinson Crusoe di Defoe, traendone tuttavia soltanto gli spunti essenziali: il naufragio, causato da una caduta accidentale quanto ridicola, la solitudine su un’isola deserta «al centro del nulla», lontana da ogni mera ipotesi di civiltà e di relazione umana.

Da qui scaturisce la prima e sostanziale differenza tra il romanzo di Bàino e i suoi illustri precedenti, quello di Defoe, appunto, nonché la successiva riscrittura che ne ha dato Michel Tournier, prontamente evocati da Remo Ceserani nella sua lucida postfazione. Roberto Crusca, questo il nome del protagonista, con il naufrago per eccellenza della nostra cultura occidentale condivide esclusivamente le iniziali, giacché si colloca all’estremità opposta dell’itinerario evolutivo vissuto dal personaggio di Defoe. Malgrado sia un architetto, ossia un edificatore, non è in grado di costruire alcunché, tanto meno un accenno di civiltà. È un uomo avanzato in senso duplice: da un lato è figlio di una società “avanzata”, terziarizzata, e come tutti noi ha perso le abilità fondamentali. Nella sua veste di «homo sapiens demens», infatti, non sa accendersi un fuoco, non sa cacciare, vive di quel poco che gli lascia il mare, non è in grado di mettersi in relazione nemmeno con un pappagallo. In buona sostanza, non sa mettere in moto una storia, in tutte le accezioni che contiene questo vocabolo, a cominciare da quella strettamente romanzesca: l’unica cosa che gli è concessa è contemplare, dalla sua isoletta sperduta, «il vischioso, incurabile consumarsi del tempo».

Dall’altro lato Roberto Crusca è avanzato come avanza un alimento di un pasto precedente; si tratta cioè di qualcosa che resta indietro, di uno scarto. Lo attesta in primo luogo la sua uscita dal consorzio civile, quella caduta – con quel tanto di allegorico che un atto del genere (deliberato o involontario?) si porta dietro – che lo conduce dal nonluogo affollato della nave da crociera (ironicamente battezzata Ecstasy) al nonluogo desolato dell’isoletta, della quale il protagonista non riesce a fare altro che «l’espressione territoriale» del proprio «insensato io».

Avanzi sono anche quelli con i quali entra in contatto, per esempio i resti di un soldato giapponese, di quelli che probabilmente decisero di non arrendersi, di continuare una guerra ormai finita. E perciò, come Roberto, vissero un tempo diverso da quello della collettività. Dentro quella solitudine assoluta che non approda a nulla, se non a una distruzione completa (probabilmente soltanto immaginata) per opera di un test nucleare, quel soldato non può non divenire un alter ego, un interlocutore privilegiato del protagonista.

Con una altissima densità speculativa che la sua scrittura non aveva mai toccato, Bàino ci pone davanti una lunga riflessione sul tempo a partire da un’esperienza dello spazio, sia pure estrema; una sorta di spazializzazione della solitudine, della temporalità. Cadendo, Roberto perde il futuro, il procedere apparentemente lineare del tempo, e percepisce con forza la necessità di imparare a perdersi «nell’attuale, in una miriade di presenti».

Resta da vedere quale parentela questa scrittura in prosa allacci con la scrittura poetica di Mariano Bàino. Il legame risiede soprattutto nella costruzione secondo linee ondulate (evidenziata dall’impaginazione a bandiera), nel procedere surplace della scrittura in una articolazione per strofe o lasse relativamente brevi. E la liquidità e lo scarto, due elementi portanti del testo, sono a loro volta restituiti dalle illustrazioni di Gianfranco De Angelis e dalle fotografie disseminate lungo il libro, in un accordo tra scrittura e grafica che si è concretizzato come il marchio di fabbrica dell’ottima collana fuoriformato.

Massimiliano Manganelli

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