Contatto assoluto. Note sulla poesia di Elisa Biagini

Giovanna Frene


I due principi dell’associazione, la similitudine e la contiguità, trovano la loro sintesi in un’unità superiore: il contatto. L’associazione per contiguità equivale a un contatto diretto, l’associazione per similitudine è un contatto nel senso figurato del termine.
(S. Freud,
Totem e Tabù)

Esiste quindi, a quanto pare, una confusione quasi inevitabile, che si avrebbe la tentazione di considerare “naturale”, fra valere per ed essere come […].
(G. Genette, Figure III)



Pensare alla poesia di Elisa Biagini mi richiama per prima cosa due paragoni a livello stilistico. Il primo è con l’arte plastica: credo che pochi stili poetici nella poesia italiana contemporanea siano riconoscibili, in quanto fortemente connotati, come quello di Biagini, e indissolubilmente legati al soggetto di cui trattano – un ponte impacchettato non può che essere un’opera di Christo, la tela tagliata rimanda solo a Fontana, l’igloo a Merz, l’omino pop stilizzato a Haring, il corpo perfettamente classico del nudo appartiene alle foto di Mapplethorpe. Il secondo paragone corre più indietro, alle opere musicali di Schubert: da molte parti è stato evidenziato come la musica di questo autore, pur rimanendo assolutamente fedele a sé stessa nello stile, metta in atto una pressoché inesauribile capacità d’invenzione in quanto ai temi espressi (basta ascoltare i Lieder, tanto per intenderci) – la lettura del recentissimo L’ospite (Einaudi 2004) di Biagini porta alla luce come l’ossessivo trapungere e ricucire il corpo e la realtà dell’ago poetico (mutuo qui, anticipando, da Cortellessa, e prima ancora dalla definizione che Zanzotto aveva dato, in una recente registrazione video, della funzione della poesia rispetto al paesaggio) si attua attraverso una serie sempre nuova e incredibilmente varia di quelle che comunemente vengono chiamate “immagini”, e che qui preferisco chiamare tecnicamente “figure”.

Tenendo come dato imprescindibile quanto scritto da Andrea Cortellessa nella lucidissima presentazione alle poesie di Biagini nell’antologia Parola Plurale (Sossella 2005) – che questa è una poesia operante in un terreno post-human, dove il corpo dis-organico, soggetto (e non oggetto), “notomizzato e scomposto”, del desiderio, è una “costellazione di microtraumi […], cui segue la cucitura-scrittura di una seconda pelle cicatriziale”; che perciò la poesia può dare un’identità sempre a rischio, appunto perché “appesa a un filo”, e insieme la perpetua negazione dei “margini dell’io”, diveniente Altro nel momento in cui il filo si spessa; che, infine, si assiste ad una nuova “centralizzazione dell’io”, poiché il divenire Altro è un incorporare quello stesso corpo che l’Altro stesso ci fa ingoiare come cibo –, si tratta di tastare ulteriormente il terreno di una lingua poetica così innovativa per mettere alla prova, anche in queste ultime sillogi, proprio la possibilità di esistenza e le modalità di tenuta del circuito delle figure retoriche. Laddove appunto ci si trovi di fronte ad una lingua poetica che sussiste solo se tende perennemente a segnalarsi come eliminazione del confine tra ciò che è e ciò che dice, una lingua poetica talmente vischiosa che intrappola la cosa di cui parla come se fosse la cosa stessa a parlarne / a parlarsi, invece che essere parlata: un organismo linguistico, questo sì, che ha bisogno di tante parti per distendersi alla nostra comprensione – da ciò la lampante consecutività che caratterizza i singoli testi poetici di Biagini, la cui lettura va sempre, più che in altri poeti, serializzata.

Non a caso, ad un primo spoglio, le figure retoriche più ricorrenti, quelle che funzionano come basi tra loro interagenti, su cui poi reagiscono altri meccanismi (dei quali parleremo a breve), sono il paragone e l’identificazione (intesa questa nei termini stabiliti da Genette, di paragone più o meno motivato privo del modalizzatore “come”) – ovviamente del soggetto o della cosa (comparato) con un soggetto altro o una cosa altra (comparante). Qualche esempio di paragone, anche concatenato e seguito da identificazione: “You lose me / to me, / sometimes, like / sweating hands / holding too / long, the / weight of the door”; “the light / is like opening / a refrigerator. // I get me / from me / sometimes, / a juice”; “sbiancata come / carne dentro l’acqua”; “adesso solo gocce / dure come bottiglie”; “sono / come glassata, / torta / nella vetrina”; “già mi sfoglio / come sapone / consumato, leggo / il tempo nei polpastrelli / come ai tronchi”; “briciole / d’aria come da tovaglia / scossa”; “……e già questi / pensieri sono duri / come forbici”; “vene accavallate / come trecce”; “nervi già fitti e serrati / come cerotti”; “Dapprima frammento come / puzzle, morso, pietra / sbeccata poi / fusione di bordi”; “seduta accartocciata come foglio / rovescio gli occhi in dentro”; “mia buccia bianca / come di formaggio”; “Controlla la / scadenza a / queste uova, / cresciute / nottetempo / come funghi, / croste bianco-midollo”. E, viceversa, qualche esempio di identificazione seguita da paragone: “Elisa, a 3-legged / chair”; “questa nostra / che sia un’unione / di forbici: taglia / i capelli, gli orli, // il cordone che mi / ciba di ansia ogni / boccone, la mia / coda segreta di / famiglia. Tu taglia / come fosse una / frangia imperfetta, / il cartone del / latte, le pagine / di un libro / appiccicate”; “Noi un dente di / latte che tentenna”; “Le mani due / conchiglie di montagna”; “bicchiere sgocciolato / quest’orecchio”; “tu / sistole // io diastole”; “In questa serra / già sudo di / cellule scadute, / mattonelle sbeccate”; “saranno i miei / gli occhi dei / pesci, che al fuori / si seccano / cechi/”; “la tua / ombra sul muro / onda di sabbia”; “pozza di me, // gocce dure / come bottiglie”.

Una prima particolarità è che spessissimo su queste fondamenta di similitudine s’innesta la potente forza analogica della metafora (con l’avvertenza che non indago qui le parole doppie, del tipo “occhi-laghi”), quasi in una torsione polidirezionale (nel senso che agisce anche al contrario) che necessariamente partorisce sé stessa, proprio perché spesso il metaforizzato è o ha la stessa base di somiglianza. Gli esempi sarebbero moltissimi, ma basti qualche cenno: “sfumati come / in un’ecografia, / siamo nebbia di corpo: // qui respirare è polvere i denti”; “versi duri come / rammendi, per / dire questa storia; // sutura in fil di / ferro”; “il sapore dell’ / occhio, inchiostro / bianco in vena: // disseta l’erba / alla lingua”; “io, una bolla / di latte che / nel tuo / movimento si / fa burro”; “Lo sento il / latte che / scende, / clessidra […] // Gelato / sciolto che riattende / forma”; “se questo corpo / cavo è lente che / deforma, quale / alfabeto ci leggi / su quel vetro?”; “oltre il / mosaico dei / denti, questa / mia bocca è / spazio negativo, / specchio di / scuro dell’uovo”; “ma per te ho / scarpe di / campanelli, ogni / voltarmi carta / vetrata sul tuo / muto”; “mi rovistate nell’ / attico per leggere / le onde del cervello / come fondi di / caffè”; “con la lingua che è / carta moschicida di / ogni tuo / sospiro”; “respiro il / respirato, prendo-perdo / te nel setaccio,/ briciole / d’aria come da tovaglia / scossa”; “quando traspaio come / di sapone, / esce il buio di ossa, / di lametta, la pelle / si squama come / grattugiata, // affioro, / con la nettezza di / un labbro tagliato”; “a bagno nel / sonno, nell’aria / densa come di /cuscino, polmoni- / piume bagnate / che non volano”; “in me muore il / tuo pane e si fa / ossa, le briciole / imbiancano il / sangue come / globuli, sassolini / di Gretel”.

Una seconda particolarità riguarda non tanto il processo di geminazione delle figure, ma appunto il campo semantico dove queste figure attingono: essendo questo un campo comune, di volta afferente all’organico come all’inorganico, viene a crearsi a più riprese, come si sarà potuto notare, una sorta di corto circuito auto-referenziale del significato, un processo che emana una forte attrazione intellettuale su chi legge. Tanto per esemplificare, provo a sciogliere qualcuno di questi esempi, diversi dai precedenti, ma con l’avvertenza che l’operazione si può verificare in tutti i testi riportati. In “Sgusciata dal / mio primo cappotto, / sbucciata all’ / ossigeno, al / suono, spellata di / placenta (una sorella), // questa mia pelle che / mi sbadiglia / infuori”, metaforizzanti (uovo, sgusciare, cappotto, sbucciare, spellare, sbadiglio) e metaforizzati (cappotto, placenta, pelle, nascita) sono tutti inerenti alla corporalità, anche mediante transito sottinteso nei territori della metonimia e della sineddoche (per cui, per esempio, il cappotto può essere indossato dalla madre; pelle sta per corpo, e via dicendo; lo sbucciarsi rappresenta il male del cadere, ecc.). Vi sono casi in cui si riscontra apparentemente una doppia sfera semantica, come nel testo seguente: “In questa serra / già sudo di / cellule scadute, / mattonelle sbeccate / che chiudono la / vista: l’ombelico, / serratura del / mondo”, dove risulterebbe che da un lato c’è il corpo, dall’altro un elemento del mondo; sennonché i metaforizzanti della sfera semantica del corpo (serra, mattonelle, serratura) sono in blocco afferenti tutti al medesimo locale (la serra), l’unica costruzione artificiale al mondo dove l’uomo coltiva la vita (dunque serra sta a mondo come parte per il tutto). E infine un richiamo a giro strettissimo alla sfera del corpo-cibo: “marinata, nata affogata / sento impronte / dietro le palpebre, pieghe / che si stirano, vene accavallate / come trecce: // già pronta sul / vassoio in questo / tempo di sbadiglio”, con la gestazione-cottura e la nascita-cibo preconfezionato (cioè accorciando: il cibo del corpo è il corpo stesso).

Sembra, dunque, che in questa lingua poetica non ci sia alcuno spazio al di fuori e al di là dei rapporti di similitudine e di contiguità: che sono appunto, in ultima analisi, l’espressione poetico-figurale del concetto iniziale di “io diveniente Altro”. Credo che questo tendere assolutamente al contatto linguistico con l’esistenza corporale dell’Altro abbia aperto nuove e affascinanti prospettive alla poesia italiana.


Giovanna Frene

[ Inedito, ottobre 2005. Questo breve scritto tratta delle seguenti sillogi: L’ospite, Acqua smossa e La sorpresa dell’uovo ]


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