Mese: febbraio 2011

Recensione a Maurizio Torchio, "Piccoli animali" (Einaudi, 2009)

Francesco Guglieri
“La nostra età è spossata, e la terra, sfinita dal partorire, a stento genera piccoli animali”: vengono addirittura da Lucrezio i piccoli animali che danno il titolo al primo romanzo di Maurizio Torchio (Tecnologie affettive, Sironi 2004, era una raccolta di racconti). Del romanzo a Piccoli animali manca ancora il respiro, lo sviluppo, eppure resta un esordio tra i più interessanti per lingua e tensione intellettuale, pieno di idee, potentemente allegorico, in cui l’angoscia di quella terra desolata, veramente spossata, sterile, in qualche modo postuma a se stessa, che è il nostro presente, si apre ad improvvise dolcezze e malinconie.
Laura e Carlo sono una giovane coppia torinese  in procinto di lasciarsi: lei, trentenne vagamente nevrotica, ha una relazione con Alessandro, lui sembra cercare un anestetico esilio – o forse, metaromanzescamente, una più autentica comprensione delle cose – in un complesso wargame, un gioco di simulazione fatto di soldatini che, come alpini di un romanzo di Revelli o Rigoni Stern, affondano e muoiono nella neve: ma dove là c’era la neve vera della storia, dell’esperienza traumatica della guerra, qui è solo la neve sintetica di un diorama manipolato da un soggetto anafettivo, bloccato, dolente. C’è poi Alessandro, l’”altro”, che conduce una vita al limite del monacale, consumando solitarie cene tutte uguali – un hamburger surgelato, l’estrema unzione del single disperato – e abbandonandosi a rancorosi scatti di violenza contro l’uomo delle pulizie, per altro in sua assenza dato che i due non si incrociano mai.
Detta così sembra il classico triangolo da romanzo familiare-borghese. Ma è un triangolo tutto mentale, astratto (i personaggi sono sempre soli, la comunicazione – incerta, fragile, spesso distorta – viene affidata a telefonini, sms, computer), come a dire che non c’è più alcuna famiglia (ma neanche alcuna borghesia se è per questo) a cui dedicare romanzi. Se una famiglia esiste, esiste solo nei simulacri mediali, nella sua versione immaginaria, un irraggiungibile oggetto del desiderio. Come per le altre due coppie del libro, una italiana e l’altra americana, che vivono le difficoltà legate all’adozione: la vicenda americana è ambientata in un prossimo futuro (o è già il nostro presente?) in cui il bambino da adottare viene scelto compilando un form su internet, spuntando le caratteristiche desiderate da un menù a tendina. Continua a leggere “Recensione a Maurizio Torchio, "Piccoli animali" (Einaudi, 2009)”
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Recensione a Marco Giovenale, “Endoglosse” (Cepollaro E-dizioni, 2005)

Gherardo Bortolotti

Da circa un anno a questa parte, Biagio Cepollaro sta pubblicando sul suo sito alcuni testi di poesia che sono usciti dal circuito commerciale o che non riescono ad entrarvi.  Le ragioni di queste “scomparse” – o delle mancate presenze – non possono essere affrontate in questa sede; mi limito a segnalare uno degli inediti apparsi per la Biagio Cepollaro E-dizioni. Si tratta di Endoglosse di Marco Giovenale <http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/GioTesto.pdf>.

Due aspetti, soprattutto, mi sembrano interessanti di Endoglosse, dando luogo a quella che potremmo definire un’estetica della dichiarazione, che ritengo nuova e che, probabilmente, è decisiva per una letteratura in grado di offrire strumenti e modelli di esperienza per i nostri giorni. Questa estetica, e la poetica che nel caso se ne deriva, si basa sull’idea che il testo non è tanto la testimonianza di una realtà che esiste a priori, ma ne è una delle fonti, diventando il dettato la traccia di un processo di azione sul mondo (un processo che dà luogo a ciò che poi si intende per reale). Da un punto di vista retorico, poi, questa operazione si fonda sull’interruzione della continuità del discorso, che smonta la simbolizzazione e, senza interromperla, la lascia alla deriva.

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Recensione a Stefano Guglielmin, "Senza riparo. Poesia e finitezza" (ed. La Vita Felice, 2009)

Giampiero Marano

Con Senza riparo Stefano Guglielmin offre un eccellente contributo, in chiave sia teorica sia operativa, al configurarsi di un nuovo indirizzo critico che (traendo spunti fondamentali dalla riflessione di autori come Heidegger, Bataille, Derrida, Nancy e, in Italia, Agamben, Cacciari, Esposito) lavori intorno a una visione della parola imperniata sul rapporto con la communitas e perciò profondamente estranea tanto al solipsismo esplicito della modernità quanto alle astrazioni della defunta critica sociologica, che di tale solipsismo rappresentavano in effetti soltanto il rovescio della medaglia. Continua a leggere “Recensione a Stefano Guglielmin, "Senza riparo. Poesia e finitezza" (ed. La Vita Felice, 2009)”

Ancora sul ‘cambio di paradigma’ – rileggendo l’autoantologia di testi di Alessandro Broggi, in “Prosa in prosa” (Le Lettere, 2009)

Marco Giovenale

1.

Osserviamo, come esempio possibile di cambio di paradigma, la sequenza di testi di Alessandro Broggi nel libro Prosa in prosa.

Ha tutte le caratteristiche formali del racconto ultraleggero, da chat, dell’iper-limpidezza, della banalità lessicale dei media meno vigilati, rotocalchi, didascalie di foto, pop da edicola. Né manca di divertissement, di doti di ironia. Mette così in campo degli elementi che danno alla sequenza testuale – in ordine a un’idea di svuotamento degli orizzonti d’attesa della usuale poesia in prosa – una sorta di posizione esemplare. Continua a leggere “Ancora sul ‘cambio di paradigma’ – rileggendo l’autoantologia di testi di Alessandro Broggi, in “Prosa in prosa” (Le Lettere, 2009)”

TRITTICO DELLA MARGINALITA’ (CON NOTA STORICA)

Giorgio Mascitelli

Ho pensato di far cosa gradita descrivendo qui tre elementi che possono costituire una buona introduzione alla comprensione ( & all’autocomprensione) della marginalità dello scrittore marginale nella nostra cultura e nella nostra società. In fondo non faccio cosa dissimile da quei test che appaiono nei rotocalchi, specie nei mesi estivi, del tipo “Scopri se hai una personalità vincente o se sei un risparmiatore” con l’unica differenza che il testo che segue è meno interattivo e lascia la lettore il compito della misurazione numerica del proprio grado di marginalità con scale di propria fiducia. Continua a leggere “TRITTICO DELLA MARGINALITA’ (CON NOTA STORICA)”

Recensione a Antonio Moresco, "Gli incendiati" (Mondadori, 2010)

Francesco Guglieri

Negli ultimi anni ogni volta che leggo un libro di Antonio Moresco non posso fare a meno di pormi alcune domande. La prima è di ordine, diciamo così, autobiografico, benché la biografia sia quella condivisa da chi poco più di una decina d’anni fa, su per giù allo scollinar del secolo, si accingeva, come diceva Leopardi, “a vivere alle lettere”: cosa ha rappresentato Moresco – anzi, meglio, la “funzione Moresco” – nel campo letterario italiano? Sospetto che all’epoca abbia rappresentato, per quelli che Bourdieu definirebbe i nuovi entranti, l’esistenza stessa di un campo letterario: mettendolo in discussione, polemizzando, trasfigurando se stesso nella figura “sepolto vivo” come nelle Lettere a nessuno, ne sanciva un’esistenza altrimenti solo spettrale. In altre parole, incarnava, per chi allora iniziava, l’assolutezza di quel gioco serio che è la letteratura (la scrittura, lo stile). Una scommessa folle e malinconica in un contesto fin troppo ricettivo verso operine e romanzetti che non sopravverranno alla prossima rentrée (un contesto mercantile, e come tale andrebbe contestualizzato, ma che alla lunga fiacca coscienze e volontà, abbassa spaventosamente le attese). Non è un caso allora che una delle figure più tipiche del repertorio dell’autore mantovano sia quella dell’incendiato. Allegoria che torna fin dal titolo di quest’ultimo romanzo, Gli incendiati appunto, in cui un protagonista e narratore si aggira, anche qui molto moreschianamente, “solo e completamente infelice”, in un mondo di totale “aridità, asservimento, vuoto, vita che sembra morte”. Moresco non è mai stato scrittore di sfumature, d’accordo, di ragionate strutture che si svelano lentamente nel procedere delle pagine, erano altri i suoi interessi. Ma qui è come se la tavolozza fosse composta solo di colori primari, anzi solo di bianco e nero, rosso e oro: non c’è praticamente capoverso, riga, che non evochi qualche concetto supremo. E se già si parte a cento all’ora, ogni pagina sarà un ulteriore accelerazione: in una località turistica assediata da misteriosi e infernali incendi, il protagonista incontra una donna che brucia letteralmente in una sublime fiamma. È l’inizio di un’ossessione amorosa, erotica e mistica che accompagnerà i due in un crescendo vertiginoso. Lui si scopre essere una specie di agente segreto, lei è in fuga da un traffico internazionale di schiavi, e i due ne passeranno di cotte e di crude finché non moriranno uccisi dai cattivi del caso. Ma neanche questo li ferma, al contrario: da morti si uniranno agli altri morti in un armageddon cosmico, nella guerra mondiale dei morti contro i vivi, fino all’esoterica fiammata finale.

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Recensione a Mario Benedetti, "Materiali di un’identità", prefazione di A. Anedda (Transeuropa, 2010)

Maria Borio

 

Gli ultimi tre libri di Mario Benedetti formano un sistema dialettico: leggerli in parallelo fa comprendere l’evoluzione di un percorso poetico che raggiunge la sintesi con Materiali di un’identità. La scrittura è composta da poesie, prose e da una «tipologia testuale saggistica» che non abbraccia i meccanismi logici e argomentativi caratteristici del genere: i nessi concettuali sono articolati da una capacità di osservazione interamente lirica. Il libro prosegue la ricerca esistenziale di Umana gloria (2004) e Pitture nere su carta (2008): chi scrive lo fa per trovare e riconoscere se stesso, le esperienze, le cose che gli sono appartenute o che gli appartengono. Continua a leggere “Recensione a Mario Benedetti, "Materiali di un’identità", prefazione di A. Anedda (Transeuropa, 2010)”

Caleidoscopi in versi: "Pollo, ombra, luna & altro" di Mark Strand (Edizioni l'obliquo, 2010)

Massimo Gezzi

Sfogliando le pagine delle due antologie italiane di Mark Strand, entrambe curate dal suo fedelissimo traduttore Damiano Abeni, i lettori avranno avuto l’occasione di constatare le due modalità che il poeta americano sceglie più di frequente per comporre versi: poesie isolate, brevi, spesso di intonazione lirica; oppure testi più lunghi articolati in serie più o meno fitte e numerose. Qualche esempio di questa seconda modalità: The Sargentville Notebook (1973), composto di 43 fulminee annotazioni in versi; The New Poetry Handbook (da Darker, 1970), articolato in 21 frasi ipotetiche disposte su due versi, del tipo «If a man understands a poem, / he shall have troubles»; Some Last Words (da Blizzard of One, 1998), suddivisa in 7 testi di tre versi, dei quali l’ultimo è sempre uguale («Just go to the graveyard and ask around»). O ancora, testi eloquenti sin dai titoli come Seven Poems da Darker, Seven Days da The Late Hour (1978) e Five Dogs da Blizzard of One. In altre poesie le serie sono costituite dai singoli versi, martellanti a mo’ di litania: Giving Myself Up, da Darker, è una cascata di anafore di sapore liturgico («I give up», ossia «Rinuncio», ripetuto almeno quindici volte); From a Litany, sempre da Darker, è un’incontenibile lode di tutto ciò che esiste, celebrato da un turbine di metafore scatenate dall’anafora continuata di «I praise» («Glorifico»). Continua a leggere “Caleidoscopi in versi: "Pollo, ombra, luna & altro" di Mark Strand (Edizioni l'obliquo, 2010)”

L’equilibrio delle forze e lo spazio del corpo nel poema epico


Vincenzo Frungillo

Il poema epico segna l’inizio della tradizione occidentale. Nell’epica classica è la centralità del corpo a garantire lo spazio della storia e a farne l’archetipo per i tempi a venire. E’ l’eroe, ossia il corpo esemplare, a definire la topologia di una determinata cultura. Per dimostrare quanto diciamo dobbiamo però chiederci: che cos’è un corpo? Kant, occupandosi della monadologia di Leibniz, offre da questo punto di vista, una sintesi mirabile. Per opporsi alla fisica newtoniana secondo la quale il corpo è una sostanza semplice che si muove nel vuoto, Kant mette in gioco due forze contrastanti che stabiliscono il destino di ogni corpo. Le due forze sono quelle della repulsione e dell’attrazione: solo l’equilibrio tra queste due forze permette l’esistenza di un corpo. Kant scrive a questo proposito: «D’altra parte, ponendo la sola forza di repulsione, non si giungerebbe a capire il collegarsi degli elementi per costituire i corpi (si capirebbe piuttosto una dispersione), e, ponendo la sola forza d’attrazione, non si capirebbe né l’estensione definita né lo spazio. Pertanto già da qui si può comprendere in qualche modo in antecedenza, che chi riuscisse a ricavare questi due principi dalla natura stessa degli elementi e dalle affezioni primitive darebbe un apporto non piccolo alla spiegazione della natura più interna dei corpi.»[1] Continua a leggere “L’equilibrio delle forze e lo spazio del corpo nel poema epico”

La prima volta con Franco e altre letture

Marco Simonelli

Dieci anni di Buffoni letti da un nipote

Con questo intervento, sviluppato in occasione dell’uscita del libro Zamel, chi scrive si propone di fissare una testimonianza intorno all’opera di Franco Buffoni. Credo sia opportuno specificare fin da subito la natura di questa riflessione puntualizzandone il carattere parziale: la mia età anagrafica coincide più o meno con gli anni di attività poetica pubblica di Buffoni e sarebbe inutile esprimermi in merito a ciò che egli ha prodotto negli anni precedenti il mio incontro con la sua scrittura. Intendo limitarmi ad esporre una esperienza personale: il rapporto di un giovane lettore che da più di dieci anni segue fedelmente uno dei suoi autori preferiti.

Continua a leggere “La prima volta con Franco e altre letture”

Recensione a Carlo Bordini, “Non è un gioco” (Sossella, 2008)

Marco Giovenale

Ha ragione Carlo Bordini: la poesia – e in generale la scrittura che produce senso – Non è un gioco. È questo il titolo del suo libro da poco uscito presso Luca Sossella. Un taccuino di appunti da viaggi, dall’«incontro con un’utopia». Inizia così: «Nel mese di maggio dello scorso anno ho partecipato al festival di poesia di Bogotà. Bogotà è la capitale della Colombia … Mi sono imbattuto in una società piena di gravissimi problemi (una guerra civile che dura da moltissimi anni, il traffico di droga) ma animata da una grande tensione etica … che si avvale del veicolo della parola, della poesia, come uno degli strumenti necessari e portanti per rifondare la società».

Oltre a pagine di Bordini, sono dunque raccolte memorie, documenti: una Conversazione con Stefania Scateni a proposito del festival, e Continua a leggere “Recensione a Carlo Bordini, “Non è un gioco” (Sossella, 2008)”

Recensione a “La nuovissima poesia russa” (Einaudi, 2005)

Federico Federici

La frantumazione del nuovo verso russo è soprattutto ridiscussione dei rapporti tra luoghi (Mosca, San Pietroburgo) e altri luoghi (Ekaterinburg, Perm’, Celjabinsk, Novosibirsk) i cui legami portano oltre confine: Francia e Germania, ma anche Stati Uniti. Non si tratta solo più del dibattito su riviste ufficiali (Literaturka) intorno all’eredità del passato, né dell’esplorazione in periferia di nuove scritture da ricondurre al solco di una coscienza comune, già condivisa per exempla. Al contrario, è una fuoriuscita che non rivendica precedenti e che si colloca nello spazio improvvisamente aperto negli ultimi decenni verso Occidente «Ereditarietà associata a trauma durante il parto-/ l’anima è libera» (Boris Ryžyj). Se negli ambienti più conservatori è ancora difficile incontrare un’autentica apertura che vada oltre la polemica rassegnazione, non tutta la poesia contemporanea contrasta al negativo con la tradizione. Continua a leggere “Recensione a “La nuovissima poesia russa” (Einaudi, 2005)”

Postmoderno postsovietico

Stefano Garzonio



Un’idea della letteratura come pratica della resistenza morale, spirituale, ma anche fisica: resistenza ai cataclismi della storia, alla violenza della quotidianità, ma anche alle insopportabili condizioni climatiche e sociali del continente eurasiatico, resistenza ai condizionamenti dell’ideologia prima, e del mercato poi, alle rigidità della lingua, ma anche alla temperatura, alla fame, alla consunzione. È questo il filo da cui sono legati idealmente due libri che, usciti quasi contemporaneamente, aiutano a comprendere meglio il sofferto rapporto tra scrittore e potere nella cultura russa degli ultimi decenni, dalla stagnazione alla perestrojka, dalla Russia di El’cin a quella di Putin.

Il primo, Letteratura russa contemporanea di Mario Caramitti (sottotitolo – appunto – La scrittura come resistenza), uscito da Laterza, farà la gioia di molti, specie di coloro i quali vogliano accostarsi al mondo letterario russo dall’interno, facendosi strada nel suo coacervo di carne, midollo e liquidi. Chiuso in sé e incurvato, quasi volesse difendersi dal mondo in una corazza a mo’ di testuggine, pronto a nascondere la testa, ma capace di non lasciare la presa quando la sua mandibola afferra qualcosa, il libro di Caramitti non ha il respiro della storia letteraria (non è certo un manuale, privo com’è di apparato e di un impianto «didattico e scientifico»), ma ha l’acuto sguardo del rapace che individua e afferra quanto c’è di più vitale per poi sezionarlo, spolparlo, mostrarlo in tutta la sua vitale perfezione e poi plastificarlo in una galleria di installazioni.

Le vie clandestine del samizdat

Ed ecco sfilare una sequela di opere e autori in un lasso di tempo reso convenzionale dalla precipua percezione dello scorrere russo dei giorni e degli anni: il bezvremen’e, l’assenza di tempo, della stagnazione brezhneviana, quando la scrittura è destinata a restare esercizio ignoto, quasi monastico, o diffuso per le vie clandestine del samizdat, per giungere agli anni dell’implosione del regime e poi oltre fino alla nuova Russia Continua a leggere “Postmoderno postsovietico”

Choukri, il solitario che incontrò l'universo

Giampiero Marano

1. Qualche critico in vena di esorcismi ha cercato di archiviare l’opera di Mohammed Choukri ora come documento antropologico ora come esemplare di letteratura neo-picaresca dalle ascendenze arabe e spagnole: sarà forse perché, al pari dei suoi personaggi spesso poverissimi e posseduti dal demone del sesso, Choukri si proclama senza mezzi termini un marginalisé? Sarà per il crudo e impertinente distinguo operato dallo scrittore fra l’emarginazione, condizione che si subisce per destino come nel suo caso, e la marginalizzazione scelta snobisticamente dai ricchi hippies occidentali conosciuti in Marocco, come vediamo in Soco Chico? Continua a leggere “Choukri, il solitario che incontrò l'universo”