Critica e Terrore

Andrea Amerio

Ci sono periodi della storia durante i quali sembra che per governare siano necessari non l’astuzia e il metodo, la scienza e la tecnica, ma un’estrema purezza d’animo e la freschezza dell’innocenza comune. Questi periodi storici prendono il nome di Terrore.

Liberi dalle gabbie dell’erudizione scientifica, dalla retorica, dalla filologia, dalle matematiche strutturalistiche e semiotiche, dalle bizzarrie della decostruzione o da tutto ciò che rende scientifico o parascientifico lo studio dei testi, cosa chiediamo alle Lettere?

Passione, fantasia, talento. Come tutti. Che lo scrittore sia un uomo votato, bene. Ma a quale fede: il genere dominante, le vendite, il valore documentario, lo stile, la descrizione del “reale”? La potenza del linguaggio? Il nitore dell’espressione, la fedeltà al proprio sogno?

Esiste un altro scrittore, il cui compito è ricordare incessantemente ciò di cui si tratta, e che sembra andato perduto. Strano a dirsi, pare che una significativa parte di critici e scrittori, non so per quale comune accordo o tacito patto, abbia rinunciato ai propri rispettivi privilegi e abbandonato ogni potere di controllo sulla letteratura. Cosi la “freschezza dell’innocenza” di Faletti ha preso il posto di comando assieme alla “purezza d’animo” delle statistiche e dei dati di vendita. Il terrore.

La critica aveva un ordine da imporre, un valore specifico da presentare, una possibilità di distinguere. No. Si perde in stupide riverenze, oppure si limita a pregare che la lascino osservare, tenere la contabilità. «Ma anche questo gli verrà tolto» profetizzava Jean Paulhan già nel ’41 e credo che il tempo gli abbia dato ragione: il romanziere stritolato dall’artigiano, il critico dal funzionario.

Distinguere. Si torna a Croce dunque? Non so. Certo Croce si e fatto carico delle sue responsabilità: «Ci sono due versi, o piuttosto alcune sillabe, divenute quasi popolari in Italia (come una volta “la vispa Teresa”), le quali campeggiano in un volume di versi, solitarie e solenni nel bel mezzo di una pagina bianca: “M’illumino / d’immenso” […] quelle parole furono prima pubblicate con il titolo Cielo e mare […] poi ripubblicate col titolo diverso Mattino […] Ci sono qui due titoli ma nessuna poesia. Tanto varrebbe scrivere in mezzo ad una pagina, procedendo con più intensa brevità, un solitario “Per Dio!”; e mettervi come titolo “Ammirazione per una bella ragazza”; e poi in un’altra edizione: “Sdegno nell’udire uno sproposito troppo grosso”». E non e nulla in paragone ad altri casi, Croce è un galantuomo. C’e da vergognarsi quando si legge ciò che Brunetiere scrive di Stendhal o Lemaître di Verlaine e Mallarmé e, per restare alla Francia fin de siècle, Hippolyte Taine e Anatole France non nominano mai, né vedono, le opere di Charles Cros, Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, Rimbaud, Lautréamont ecc. E Proust? Edmund Wilson giudicò la sua Recherche «uno dei libri più oscuri e desolanti della storia».

Eppure dai tempi di Sainte-Beuve la critica ha avuto tutto il tempo per formulare definizioni e stabilire i propri argomenti. Si sono letti; si sono criticati a vicenda, commentati. Che da tante ricerche e sforzi non sia uscito almeno un linguaggio comune e che la critica sia rimasta allo stato selvaggio e la cosa davvero paradossale. A meno che uno dei suoi segreti non risieda proprio nel fatto che in letteratura non esistono argomenti sui quali possiamo intenderci perfettamente, e giudizi che possiamo condividere fino in fondo, nemmeno con noi stessi. E non e un problema solo dei critici.

Questi è Romano Bilenchi, trentaduenne, in visita a Ezra Pound: «Fu proprio quel giorno che Pound mi chiese se fossi uno scrittore. Gli risposi che avevo pubblicato qualche libro di racconti e di recente un romanzo […] Pound mi disse che ero troppo giovane per aver scritto un romanzo e che in ogni modo, dopo L’Education sentimentale, romanzi non se ne erano più scritti e non se ne sarebbero più potuti scrivere. “Lei” gli risposi “ha un’idea un po’ statica del romanzo. E Radiguet, Fournier, Mauriac, Kafka e Joyce?” Al nome di Joyce, Pound fece il solito gesto di scacciare un moscerino o una zanzara. “Joyce” disse “non vale nulla”. Gli ricordai come un tempo a lui l’Ulisse fosse piaciuto e quanto si fosse battuto per farlo pubblicare, per diffonderlo nel mondo. “Voi italiani sapete tutto, anche il mio amico Malapartissimo sa tutto” disse Pound, ma insistette nelle sue affermazioni».

Cosa dedurne? Che gli esempi non sono pertinenti e che oggi si vive in tutt’altro clima, in tutt’altro contesto? Forse. Oppure semplicemente che quello del critico è ancora un mestiere difficile, magari più di altri. Occorre essere umili, avere la fortuna di sentirsi indipendenti, partecipare, e comprendere che esercitare il proprio giudizio in assenza di modelli cui conformarsi, sapendo già quello che bisognerebbe dire e pensare, è quantomeno rischioso. Alfonso Berardinelli annunciando il primo numero di questa rivista aveva parlato di una “trappola per critici”. Quando mi ha chiesto di presentare questo secondo numero, sapevo che presto mi sarei trovato anch’io con le zampe nella tagliola.

Che gli autori e l’editoria non tengano in gran conto i critici, scalzati dall’innocente evidenza del mercato, in fin dei conti non è poi così deprimente. Se la critica lavorasse per il futuro, perché questa in fin dei conti è la partita, potrebbe anche consumare l’opera come le tarme le gambe del tavolo. Avranno un bel rimproverarle, come faranno, di aver lasciato una “forma svuotata”: è l’istinto di nutrizione che conta, e la legna certo non verrà a mancare.

Due parole, infine, sul numero di quest’anno che ha privilegiato la poesia di Franca Grisoni, la narrativa di Durante, Pecoraro e Scarpa, la saggistica sui generis di Moresco, Nori, Affinati e Calasso, e l’autofiction di Scurati, con una breve puntata nei paraggi della critica e della polemica letteraria (Berardinelli sulla Storia europea della letteratura italiana di Asor Rosa, e un botta e risposta con Eugenio Scalfari). Ai due critici che avevano partecipato anche al primo numero (La Porta e Borghesi) si aggiungono nuovi nomi ben noti (Golino, Benedetti, Perrella, Leonelli, Zinato) e alcune new entry come Michele Sisto, il romanziere Andrea Di Consoli, e il sottoscritto. Ogni voce, come d’uso, gode di totale autonomia e piena responsabilità. Se, o quanto, si sia contribuito al difficile lavoro di indagine del presente, invece, come sempre dovranno deciderlo i lettori.

Andrea Amerio

[Presentazione: Critica e Terrore da «Scrittore e critici: i Dieci Libri dell’anno», a cura di Alfonfo Berardinelli e Andrea Amerio, Libri Scheiwiller, 2009]

Questo pezzo era stato scritto per introdurre il secondo e ultimo numero della sfortunata rivista/annuario “I 10 libri dell’anno”, ideata con Alfonso Berardinelli per Libri Scheiwiller e pubblicata nel biennio 2007-2008. Era un tentativo di dare uno spazio critico di più ampio respiro rispetto alle brevi recensioni di routine che normalmente richiedono i giornali. In sostanza si trattava di trovare dieci libri italiani per dieci (o più) critici per dieci (o più) pagine. Non solo narrativa ma anche saggistica, poesia, e “altre scritture”, come si dice ora; non solo libri validi ma anche altri che meritavano di essere impallinati, che suscitavano un’insofferenza ispirata, o altri ancora assolutamente fuori dal giro – ricordo che nel primo numero tra i migliori libri dell’anno fu annoverata anche la “Bibliografia degli scritti di Cesare Garboli”. Fu un esperienza interessante che non lasciò di sé la benché minima tracccia, e sono lieto di poterla raccontare oggi ai lettori di Punto Critico. (a.a.)

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