Caleidoscopi in versi: "Pollo, ombra, luna & altro" di Mark Strand (Edizioni l'obliquo, 2010)

Massimo Gezzi

Sfogliando le pagine delle due antologie italiane di Mark Strand, entrambe curate dal suo fedelissimo traduttore Damiano Abeni, i lettori avranno avuto l’occasione di constatare le due modalità che il poeta americano sceglie più di frequente per comporre versi: poesie isolate, brevi, spesso di intonazione lirica; oppure testi più lunghi articolati in serie più o meno fitte e numerose. Qualche esempio di questa seconda modalità: The Sargentville Notebook (1973), composto di 43 fulminee annotazioni in versi; The New Poetry Handbook (da Darker, 1970), articolato in 21 frasi ipotetiche disposte su due versi, del tipo «If a man understands a poem, / he shall have troubles»; Some Last Words (da Blizzard of One, 1998), suddivisa in 7 testi di tre versi, dei quali l’ultimo è sempre uguale («Just go to the graveyard and ask around»). O ancora, testi eloquenti sin dai titoli come Seven Poems da Darker, Seven Days da The Late Hour (1978) e Five Dogs da Blizzard of One. In altre poesie le serie sono costituite dai singoli versi, martellanti a mo’ di litania: Giving Myself Up, da Darker, è una cascata di anafore di sapore liturgico («I give up», ossia «Rinuncio», ripetuto almeno quindici volte); From a Litany, sempre da Darker, è un’incontenibile lode di tutto ciò che esiste, celebrato da un turbine di metafore scatenate dall’anafora continuata di «I praise» («Glorifico»).

Il libro che Abeni e Egan ora ci regalano (Pollo, ombra, luna & altro, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2010), traducendo con la consueta perizia ed empatia con il poeta e amico, è tutto costituito da poesie di questo tipo: 20 temi, o parole chiave, che dal titolo si diramano in ciascuno dei versi che compongono i rispettivi testi, dando vita a una sorprendente serie di litanie o list-poems che talvolta ricordano l’archetipo provenzale del plazer. Basta scorrere i titoli delle 20 composizioni per accorgersi che Strand consegna a questo libro, uscito per Turtle Point Press nel 2000, una specie di inventario del suo immaginario poetico: Ombra, Paradiso, Vento, Gola, Sole, Luna, Sonno, Ora (o tempo), Mano, Piede, Cane, Isola, Pollo, Viaggio, Sedia, Dolore, Vetro, Capelli/Pelo (l’ambiguo Hair), Lago e Quadri potrebbero benissimo essere i titoli di schede tematiche o “polizzine” sotto cui rubricare molte sue poesie o versi. Per fare pochissimi esempi: l’Ombra è la stessa di Dark Harbor; Sedia riconduce a L’inizio di una sedia (Donzelli 1999), titolo della prima antologia italiana di Strand tratto da un verso di What it Was, una delle sue poesie più belle (da Blizzard of One); la splendida Lago evoca lo stesso scenario di The Untelling, il poemetto che chiude The Story of Our Lives (1973) e che Abeni ha tradotto e pubblicato nel 2005 ancora per L’Obliquo, con il titolo La denarrazione; Quadri fa venire in mente Edward Hopper (Donzelli 2003), il libro che il poeta ha dedicato al celebre pittore americano. E si potrebbe continuare a lungo.

Ciò su cui varrà la pena soffermarsi, […] è la tecnica con cui queste sorprendenti litanie sono state costruite. Strand è abilissimo, infatti, ad allineare versi di differente statuto e tipologia, provocando ad ogni a capo una piccola vertigine ai suoi lettori, costretti a dipanare le sue associazioni mentali, a metabolizzare le sue potenti metafore, a sillabare le sue improvvise invocazioni o preghiere. È persino possibile tentare una schedatura delle tipologie più ricorrenti: 1) versi tautologici, del tipo: «L’erba non cresce in una gola»; o «La luna di traverso è pur sempre la luna»; o ancora: «Un viaggio che si ferma non è più un viaggio»; 2) versi “refertuali”, che constatano un evento o descrivono un particolare, reale o immaginario, come: «Il vento bianco dell’Himalaya»; «Quando il sole è alto le api si scatenano»; «Cinquanta giovanotti fissavano il lago»; 3) frammenti di dialogo o di invocazione pronunciati da una voce non localizzabile: «Dì che non ci sarà mai dolore più grande»; «Dolores sciogli i tuoi capelli e piangi con me»; «Di che lago parli?»; 4) versi-metafora nei quali il lettore è ancora in grado di ricostruire quelli che I. A. Richards chiamava tenor e vehicle della figura: «Le ombre sono vesti che il sole continua a smarrire»; «Il vento della cipolla lascia un sentiero di lacrime»; «La mano fredda della neve sul fianco della collina»; 5) versi in cui le metafore si fanno più oscure e perturbanti, resistendo all’interpretazione: «L’erba del sonno copre le ossa della verità»; «Il piede angelico su cui non cresce muschio»; «I pascoli del dolore sono coperti di elettrodomestici scassati». Alternando liberamente e imprevedibilmente queste e altre tipologie (per esempio arguti witz come: «Se un pollo ti viene ad aprire la porta, sei andato alla festa sbagliata»), Mark Strand assembla in queste pagine un caleidoscopio di parole che cambiano di continuo forma e statuto enunciativo, costringendo il lettore a modificare ad ogni linea la messa a fuoco. Qualcuno ha paragonato questi versi alla pratica cinese e giapponese del k?an, il problema arguto che un maestro zen usava consegnare a un discepolo perché lo risolvesse attraverso la meditazione, ricavandone il giusto insegnamento. Di sicuro, se la metafora può essere una pratica conoscitiva e la meraviglia una reazione dell’intelletto, Mark Strand, con tutto il suo understatement e la sua sprezzatura, compilando questi list-poems ha saputo insieme divertirci, sbalordirci ed insegnarci a guardare meglio.

Massimo Gezzi

(pubblicato come nota introduttiva a Mark Strand, Pollo, ombra, luna & altro, a cura di Damiano Abeni con Moira Egan, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2010).

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