TRITTICO DELLA MARGINALITA’ (CON NOTA STORICA)

Giorgio Mascitelli

Ho pensato di far cosa gradita descrivendo qui tre elementi che possono costituire una buona introduzione alla comprensione ( & all’autocomprensione) della marginalità dello scrittore marginale nella nostra cultura e nella nostra società. In fondo non faccio cosa dissimile da quei test che appaiono nei rotocalchi, specie nei mesi estivi, del tipo “Scopri se hai una personalità vincente o se sei un risparmiatore” con l’unica differenza che il testo che segue è meno interattivo e lascia la lettore il compito della misurazione numerica del proprio grado di marginalità con scale di propria fiducia.

L’estraneità al tempo in cui si vive

Comincio facile: quando ero piccino esistevano degli illustri scrittori conservatori che disprezzavano la società, erano conoscitori profondi di almeno una tradizione mistica orientale od occidentale, rimpiangevano i bei tempi andati ed erano estranei al proprio tempo, tant’è vero che lo scrivevano in lunghi e meditati articoli sulle terze pagine dei più importanti giornali del loro tempo. Io crescendo non volli essere come loro, tutt’al contrario volevo essere nella società e dunque nel mio tempo e dunque niente torre d’avorio (al contrario un bilocale con servizi molte rate e pochi vizi, per citare il poeta) e studiavo la società, le cose del mio tempo. E mentre osservavo il mio proprio tempo, più lo scrutavo e più lo conoscevo meglio, più mi sorgeva spontanea la domanda se davvero il mio tempo si esaltasse di futilità simili, se non fosse per caso che io non lo conoscevo ancora bene e dovevo studiare di più. Ecco questa domanda era il segno che già allora ero fritto perché ero diventato estraneo al mio tempo. Salvo casi eroici di grandi personalità del passato, l’estraneità al proprio tempo non ha nulla di maestoso, assomiglia piuttosto alla condizione dell’etilista non ancora conclamato, di cui però si sospetta e non ci si fida ad affidargli incarichi impegnativi o importanti sul lavoro e in famiglia si fa discretamente sparire il bottiglione di rosso dal tavolo nelle ore dei pasti. In Giappone pare che quelli che non ce la fanno più a un certo punto ‘evaporino’ ovvero lascino casa, lavoro e famiglia per andare a vivacchiare in quartieri malfamati delle città: ecco qualcosa di simile. Ma da solo questo sintomo non basta; è una tipica condizione necessaria ma non sufficiente perché potrebbe essere anche attribuito a una cattiva digestione, a emorroidi malcurate o a una depressioncella da premio letterario non vinto.

L’assenza di opinioni

Se io non fossi estraneo al mio tempo, avrei opinioni su tutto. Oggi è importante avere opinioni su tutto, essere pronti a dire la propria, per esempio se un branco di monelli delle periferie sodomizza delle turiste straniere oppure se l’ufficio di igiene vieta il consumo del cocomero fritto nel grasso di maiale ricetta tipica della sagra di ferragosto del tal paese. Non importa che tali opinioni rientrino in una visione del mondo, basta che suonino bene all’orecchio per lo spazio d’un mattino, all’occorrenza si possono esprimere anche due opinioni patentemente opposte su argomenti simili, in nome della libertà e della liberazione dalle gabbie ideologiche e/o intellettuali. Se è possibile avere opinioni su tutto è perché non è possibile prendere posizione su nulla. Al contrario io viaggio ormai verso il nulla delle opinioni ( per approssimazione, l’assoluto esiste soltanto in letteratura) e non perché ho la zucca vuota, o almeno non solo per quello, ma perché avverto lo spaesamento e il non senso dell’esprimere un’opinione quando manca il quadro di riferimento di un discorso, nel quale un’opinione è un modo di vedere un singola cosa in relazione a una visione generale, dotata almeno parzialmente di senso. Nelle circostanze attuali, anche se ho un’idea meditata su uno specifico problema, divento restio a esprimerla, io che sono un chiacchierone, perché è come abbandonare un cagnolino nella solitudine della metropoli estiva deserta. Ammutolisco, ma non per la censura. Allora la mia sorte diventa analoga a quella di quel ministro sovietico che amando le barzellette, ma diffidando del senso dell’umorismo dei propri collaboratori, se le raccontava mentalmente da sé e gli altri capivano questo fatto perché un improvviso ghigno malato solcava le gote rugose e il volto cisposo dell’anziano politico.

La censura superflua

L’inutilità della censura nella nostra epoca mi si manifesta in maniera totale, quando penso allo scrittore marginale di altre epoche e di altre società, per esempio quelle del fu socialismo reale. Il silenzio e la marginalità dello scrittore censurato, addirittura la sua persecuzione, dipendono dalla centralità del suo testo: il potere teme le verità del suo testo e lo censura, scrittore e potere concordano nell’assegnare una quota di verità al testo, anche se divergono nel giudizio di merito. Il silenzio e la marginalità dello scrittore estraneo a questo tempo dipendono dall’indifferenza al suo testo, che può contenere verità o non contenerle perché l’ordine del discorso non è più volto a produrre effetti di verità perché la verità è quella che prende più voti o vende più copie o ha più soldi. In questo contesto in cui non c’è più volontà di verità, senza peraltro esserci alcun abbattimento delle gerarchie dell’ordine del discorso, la censura come ogni altra procedura d’interdetto è superflua. E’ possibile quindi per tutti coloro che trovino un finanziatore uscire dalla marginalità o meglio partecipare alla gara per uscirne, perciò chi scrive ostinandosi a voler essere semplicemente letto senza cerca un finanziatore sono solo affari suoi.
Chi esperisce radicalmente l’inutilità della censura può ben dire di essere veramente marginale.

Nota storica

Nel moderno il marginale è stato creduto centrale ( anche allora si trattava di una fata morgana o di un’illusione, però fertile) come attesta la vivacità onomastica con cui è stato indicato il fenomeno: flâneur, dandy, snob, surrealista, apocalittico e altri ancora. Tutto l’inganno era retto da una sorta di dialettica miseria/nobiltà con le élites che ancora vivevano una fase meritocratica e traevano legittimazione da quella stessa cultura dello scrittore marginale. Lo scrittore, un lazzaro nel processo produttivo, emanava un’aria di casa per chi aveva compiuto certi studi e poi si era dedicato proficuamente alle attività positive. Oggi un certo tipo di studi non li fa più nessuno. Lo scrittore è marginale e basta: perde la sicurezza psicologica che gli veniva da quella parziale complicità e che gli consentiva di guardare con occhio snobistico alla propria esperienza e a quella degli altri ( lo snobismo nella sua forma più radicale era una forma di sguardo libero). Occorrerebbe edificare un’etica dell’umiltà, più adatta alla condizione psicologica di insicurezza di colui che non ha più nulla a che fare con le classi che comandano, che è l’unica via per recuperare lo sguardo libero oggi ostruito da molte angosce. L’etica dell’umiltà, cioè la morale del risentimento, al posto del biondo Sigfrido, un orrore per gli spiriti eletti, ma anche una via aperta per chi discende dagli zanni.

(questo testo in forma lievemente diversa è apparso sul blog di Biagio Cepollaro)

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