Recensione a Marco Giovenale, “Endoglosse” (Cepollaro E-dizioni, 2005)

Gherardo Bortolotti

Da circa un anno a questa parte, Biagio Cepollaro sta pubblicando sul suo sito alcuni testi di poesia che sono usciti dal circuito commerciale o che non riescono ad entrarvi.  Le ragioni di queste “scomparse” – o delle mancate presenze – non possono essere affrontate in questa sede; mi limito a segnalare uno degli inediti apparsi per la Biagio Cepollaro E-dizioni. Si tratta di Endoglosse di Marco Giovenale <http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/GioTesto.pdf>.

Due aspetti, soprattutto, mi sembrano interessanti di Endoglosse, dando luogo a quella che potremmo definire un’estetica della dichiarazione, che ritengo nuova e che, probabilmente, è decisiva per una letteratura in grado di offrire strumenti e modelli di esperienza per i nostri giorni. Questa estetica, e la poetica che nel caso se ne deriva, si basa sull’idea che il testo non è tanto la testimonianza di una realtà che esiste a priori, ma ne è una delle fonti, diventando il dettato la traccia di un processo di azione sul mondo (un processo che dà luogo a ciò che poi si intende per reale). Da un punto di vista retorico, poi, questa operazione si fonda sull’interruzione della continuità del discorso, che smonta la simbolizzazione e, senza interromperla, la lascia alla deriva.

Il primo aspetto che trovo significativo è la dissipazione della voce narrante. “Il gelo intensifica le mani fino a dissiparle” scrive Giovenale nella glossa XV; allo stesso modo mi sembra che la freddezza dello stile (la glacialità della raccolta, per continuare la metafora) intensifichino il narratore fino a farlo scomparire.

Si dice che la retorica degli asserti scientifici (un esempio paradigmatico di “espressione fredda”) si basa sulla dissimulazione dell’enunciatore e che proprio questa assenza “fonda” il valore scientifico degli asserti stessi. Le proposizioni della scienza, infatti, si liberano dal soggetto che le esprime e si collocano autonomamente, come oggetti (quelli teorici, di cui parlano) nello spazio della nostra esperienza. La voce narrante di Giovenale agisce in modo analogo, rinunciando al “calore” lirico o affabulatorio e sfruttando l’interruzione sintattico-semantica come fonte inesauribile di oggettività. Si intensifica e dissipa grazie alla giustapposizione irrisolta delle proprie frasi: la distanza semantica tra di esse, cioè, utilizzando la forza di ciò che non viene detto, e le implicazioni che chiarirebbero il dettato, carica il narratore di una forza quasi numinosa che l’azzera, attribuendo ai paragrafi un valore di verità autonomo. Le proposizioni, così, si installano nello spazio pragmatico del lettore come elementi assoluti e  generano il dato di cui dovrebbero essere testimonianza (il mondo? la realtà?).

Il secondo aspetto particolarmente significativo di Endoglosse è il valore di resto, per così dire, che sembrano avere le frasi di Giovenale. È come se, a monte, ci fosse un testo più ampio di cui restano, appunto, le frasi che abbiamo davanti agli occhi. Il motore di questa dinamica è ancora la giustapposizione che, come ogni figura catalogica, presuppone o sottintende l’esistenza di un ordinamento coerente. Nel caso specifico, poi, l’incongruenza delle singole frasi le une con le altre, rimanda la coerenza tra di esse ad un altro livello, delegandola ad un ipotetico testo originale che riscatti, con la propria organicità, la compresenza delle proposizioni ed il loro accostamento discontinuo.

Questa qualità residuale, di traccia, investe il lettore di quello che mi sembra essere un incarico a ricostruire il testo “perduto”. Una ricostruzione che, in effetti, si limita all’esperienza della distanza tra i due testi ed alla percezione delle frasi lette come il risultato di un’operazione di ordinamento sul mondo, completata a monte dalle frasi che, non esistendo, non si possono che implicare. Il dato poetico scaturisce dall’ipotesi del testo ipotetico, se mi si passa il gioco di parole; un’altra volta, si tratta non di riportare la testimonianza di qualcosa, ma di occupare con un nuovo oggetto il mondo.

Noto che, conseguentemente, le prose di Giovenale, per quanto apparentemente lontane da un’estetica realista, sono forse un esempio di come si possa pensare un nuovo tipo di realismo. Questo “realismo nuovo” mi sembra porsi non tanto il problema di rappresentare il mondo (finendo per rappresentarne le rappresentazioni, declinandone i generi e gli stili) ma quello di modificarlo, per produrne ulteriormente. E questo, si badi, con un doppio livello realistico: da una parte, appunto, incidendo sul reale (nel suo primo esponente: il lettore); dall’altra sfruttando per questa manipolazione la realtà prima di un testo, cioè quella delle sue parole. In Giovenale, infatti, grazie ancora alla forza della giustapposizione, si arriva ad un livello di icasticità tale che le parole perdono il loro valore di scambio, per così dire, ovvero smettono di essere solo mosse di un gioco linguistico che azzera il testo nello spettacolo della scrittura/lettura, e mantengono invece intatto il valore d’uso. E questa spoliazione, smontando e liberando la funzione simbolica, è necessaria alla generazione di quegli oggetti sintattico-semantici che il lettore non potrà che intendere come “pezzi di realtà”, proprio perché evidenti cose nel mondo e non semplici “indicatori di poetico”.

Concludo con una considerazione che mi sembra inquadrare le cose già notate in un contesto più ampio. Al di là della possibile riformulazione del realismo, gli aspetti individuati e quella che ho chiamato l’estetica della dichiarazione spostano il quid della poeticità dall’interno del testo, dai suoi meccanismi (il cui riconoscimento dovrebbe generare il fenomeno estetico), al di fuori del testo, fondando l’azione estetica nella manipolazione dello spazio pragmatico del lettore e capovolgendo il modo invalso di intendere il poetico. È importante intendere questo passaggio. Prima di tutto perché è da questo spostamento che nasce la “poeticità” di Endoglosse. In secondo luogo, ha un valore paradigmatico e, in questo senso, andrebbe letto come una proposta alternativa alla gran parte della produzione italiana di questi anni (che continua a credere, e non solo per la poesia, che il valore del dettato sia funzione del soggetto retorico che lo enuncia). Infine ha una serie di ricadute che qui non si possono esaminare ma che toccano sia il valore dello stile, liberando il testo dal ricatto della “bellezza” o della “espressività”, sia la funzione autoriale, che si  sposta dalla produzione alla collocazione di materiale testuale, sia, infine, il senso della fruizione, evitandole la trappola del giudizio estetico.

Gherardo Bortolotti

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