Recensione a Maurizio Torchio, "Piccoli animali" (Einaudi, 2009)

Francesco Guglieri
“La nostra età è spossata, e la terra, sfinita dal partorire, a stento genera piccoli animali”: vengono addirittura da Lucrezio i piccoli animali che danno il titolo al primo romanzo di Maurizio Torchio (Tecnologie affettive, Sironi 2004, era una raccolta di racconti). Del romanzo a Piccoli animali manca ancora il respiro, lo sviluppo, eppure resta un esordio tra i più interessanti per lingua e tensione intellettuale, pieno di idee, potentemente allegorico, in cui l’angoscia di quella terra desolata, veramente spossata, sterile, in qualche modo postuma a se stessa, che è il nostro presente, si apre ad improvvise dolcezze e malinconie.
Laura e Carlo sono una giovane coppia torinese  in procinto di lasciarsi: lei, trentenne vagamente nevrotica, ha una relazione con Alessandro, lui sembra cercare un anestetico esilio – o forse, metaromanzescamente, una più autentica comprensione delle cose – in un complesso wargame, un gioco di simulazione fatto di soldatini che, come alpini di un romanzo di Revelli o Rigoni Stern, affondano e muoiono nella neve: ma dove là c’era la neve vera della storia, dell’esperienza traumatica della guerra, qui è solo la neve sintetica di un diorama manipolato da un soggetto anafettivo, bloccato, dolente. C’è poi Alessandro, l’”altro”, che conduce una vita al limite del monacale, consumando solitarie cene tutte uguali – un hamburger surgelato, l’estrema unzione del single disperato – e abbandonandosi a rancorosi scatti di violenza contro l’uomo delle pulizie, per altro in sua assenza dato che i due non si incrociano mai.
Detta così sembra il classico triangolo da romanzo familiare-borghese. Ma è un triangolo tutto mentale, astratto (i personaggi sono sempre soli, la comunicazione – incerta, fragile, spesso distorta – viene affidata a telefonini, sms, computer), come a dire che non c’è più alcuna famiglia (ma neanche alcuna borghesia se è per questo) a cui dedicare romanzi. Se una famiglia esiste, esiste solo nei simulacri mediali, nella sua versione immaginaria, un irraggiungibile oggetto del desiderio. Come per le altre due coppie del libro, una italiana e l’altra americana, che vivono le difficoltà legate all’adozione: la vicenda americana è ambientata in un prossimo futuro (o è già il nostro presente?) in cui il bambino da adottare viene scelto compilando un form su internet, spuntando le caratteristiche desiderate da un menù a tendina.
Il figlio, la famiglia, nel romanzo di Torchio sono oggetti del desiderio che ai personaggi sono preclusi: scatta allora l’invidia, il risentimento verso l’altro che invece sembra godere (apparentemente in maniera oscena, eccessiva) di questo oggetto. Invidia per le altre madri, invidia per i mariti e i compagni regolari, invidia per l’uomo delle pulizie immigrato, per la sua famiglia numerosa e la sua fertilità, invidia per i prolifici paesi poveri che vengono quasi depredati con le adozioni. Una tensione che si scarica sui corpi: non c’è personaggio – ma verrebbe da dire che non c’è pagina – che non sconti qualche problema fisico, qualche sintomo di nevrosi più profonde: dalla sterilità, al mangiarsi le unghie, alle allergie. Corpi tesi, nervosi, lacerati come il corpo sociale in cui sono immersi.

Francesco Guglieri

[ in «L’Indice dei libri del mese»]

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