Recensione a Giuliano Mesa, "Poesie 1973-2008" (La camera verde, 2010)

Marco Giovenale

Quello pubblicato dalla Camera verde, con il titolo di Poesie 1973-2008, è il volume che raccoglie praticamente tutte le sillogi di poesia di Giuliano Mesa, autore tra i maggiori del secondo Novecento italiano (e di ora). È opportuno e giusto estendere questa definizione, applicabile chiaramente all’insieme articolato della sua scrittura in versi qui ordinata, a un giudizio che esce dai margini della letteratura e della poesia, e investe le categorie anzi le vie concrete dell’etica e della politica. La formazione e l’identità libertaria di Mesa – e le sue scelte di profondo radicamento in un’etica della solidarietà – sono nei testi e fuori dai testi, nella sua prassi, nel suo studio, nel suo antagonismo (nelle scelte di vita, fin nel rapporto e anzi distacco dallo stesso ambiguo ambiente poetico italiano, coi suoi tanti teatri istituzionali o falsamente eslege, nei quali spesso suonano e splendono evidenti la falsità e il brigare, che Mesa ha allontanato sempre senza mezzi termini).

Questo – in merito al libro – non faccia pensare ad alcun tipo di militanza ingenuamente frontale, a pagine e versi di nuovo realismo o limpidezza aproblematica. Se c’è un carattere che connota la scrittura di Mesa, fin da Schedario (primo testo raccolto nel libro: uscito per Geiger nel gennaio 1978), è una riflessione che è ricerca linguistica instancabile, cura estrema quanto anticalligrafica del suono-senso, dell’inusuale, che innova producendo conoscenza, legami tra cellule sonore e materie distanti, e domande, disinganno, smascheramento, e che – dunque – è ricerca e trobar, senza altri aggettivi.

Ricerca, inoltre, legata al suo plurilinguismo, all’attraversamento degli stili del Novecento e del XXI secolo (esaustione ma non distruzione del Modernismo, passaggio attraverso le avanguardie, innovazione metrica), e più ancora – e soprattutto – a quella che è stata più volte segnalata come una scrittura e sensibilità «tragica» al male e all’ingiustizia radicali, di cui il secolo passato e quello attuale sembrano essere maestri, nel loro coprire di oblio la dicibilità come l’indicibilità della sofferenza: «nome non dice cosa / cosa non fa spessore / (e tutto questo un giorno non farà più rumore)»

Il volume raccoglie allora trent’anni e più di scrittura poetica, di tenaci ostacoli al male (e all’indicibile, ostinatamente detto): Schedario (1973-1977), l’altrimenti irreperibile serie Poesie per un romanzo d’avventura (1978-1985), e poi I loro scritti (1985-1995), Da recitare nei giorni di festa (1996), Quattro quaderni (1995-1998), chissà (1999), Tiresia (2000-2001), nun (2002-2008).

In questo snodo o poligono di energie, che è Mesa come poeta ma anche come saggista, studioso e intellettuale capace di far dialogare generazioni lontane e stili diversissimi (se ne ricordi l’iniziativa di Ákusma – forme della poesia contemporanea: antologia e convegno nel 1998 e ciclo di reading nel 2001), il libro delle Poesie pubblicato recentemente è un tassello centrale. Ci si può e ci si deve interrogare sullo spessore della sua attività in versi come in passato e ora ci si interroga sulle voci maggiori degli ultimi cento anni: Vallejo, Beckett, Celan, Rosselli, Bachmann, Villa. Questo elenco – in parte affrontato nella densa prefazione al libro da Alessandro Baldacci – coincide poi di fatto e non casualmente con alcune delle voci più vicine e Mesa, e da lui ripercorse, amate, spesso tradotte; su alcune di queste ha tenuto conferenze, incontri, poi confluiti in libri anch’essi èditi dalla Camera verde di Andrea Semerano, centro culturale di cui in questi anni Mesa ha condiviso e condivide l’attività folle-instancabile, in posizione di indipendenza rispetto al sistema editoriale e distributivo mainstream.

Marco Giovenale

[ già in «il manifesto», 22 feb. 2011, p. 12 ]


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