Recensione a Tiziano Scarpa, "Le cose fondamentali" (Einaudi, 2010)

Andrea Amerio

Leonardo Scarpa (Leo) e Silvana hanno appena messo al mondo loro figlio: Mario. Ispirato e incantato dalla paternità, invece del solito album di foto Leo decide di lasciare un quaderno che il figlio dovrà leggere compiuti i quattordici anni, quando sarà nel pieno di un’impietosa rivolta adolescenziale che il padre sembra ricordare fin troppo bene, e intende raccontare senza reticenze. “Gli adulti mentono”, spiega al Mario-che-sarà, “io invece non ti mentirò quindi ecco: queste sono le cose fondamentali che mi sono capitate: prima di tutto, e senza censure, lo sconvolgimento che ha portato nella mia vita l’essere diventato padre; poi come ho vissuto il rapporto con i miei genitori, quindi i miei amori, Silvana, Ida, Antonella, Barbara, e quello che mi è capitato con i soldi e il potere”. Insomma: “figliolo, ecco quello che tuo padre ha capito della vita”. Parafrasata così è un idea un po’ pretenziosa e Tiziano, un amico di lunga data, lo rimarca adoperando un’ironia pervasiva, gustosa, cinica, che demolisce non solo il pathos di Leo, ma la stessa forma romanzesca e l’espediente narrativo che ha generato il “quaderno di appunti” e il suo privilegiato punto di vista.
Impreziosito dalla sovraccoperta disegnata per l’occasione da Filippo Scòzzari, Le cose fondamentali può contare su un equilibrio solido e impercettibile e, senza nulla svelare dei due snodi romanzeschi che ne costituiscono la trabeazione portante, si potrebbe leggere come un elogio dell’elisione: da “ora da uomo a uomo ti dico cosa posso insegnarti sul mondo” a “il mondo mi ha insegnato che per essere uomo dovrò tacere”. Leo, che incarna l’intransigente necessità di rappresentare la verità delle cose come sono, dovrà venire a patti con una prospettiva che il suo “assolutismo eroico” non aveva preventivato e Tiziano, alfiere del disincanto e dello humor, sarà chiamato a mostrare le forze di una tenera “ragione civile”, umile e grandiosa. Forse spaventata, forse incerta, ma vivente come i quadri di Hans Holbein. La dissimulazione onesta dei genitori di Leo non fu peccato, o colpa, ma il prezzo che pagarono (e che pagherà anche Leo) per l’infanzia felice dei loro figli. Il quaderno di appunti per Mario, così come il file digitale ricopiato sul pc, sono destinati al cestino.
Andrea Amerio
[da Blow Up, dicembre 2010]
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