Recensione a Gabriel Del Sarto, "I viali" (Edizioni Atelier, 2003)

Raffaele Donnarumma

La poesia postmoderna si è mossa in Italia fra due equivoci: l’immediatezza orfica da una parte, il manierismo dall’altro. Erano i due modi opposti per rispondere a uno stesso senso di accerchiamento e di inutilità, nel presupposto che la poesia sia ormai un linguaggio residuale, sovrastato dalla comunicazione di massa. La sua sopravvivenza veniva affidata allora a un neo-romaticismo che inseguiva le folle e cercava di incontrarle nei festival o nei brevi spot di qualche talk show; o a una masochistica esibizione di inattualità, che finiva per ripetere in forme più o meno crepuscolari, ironiche e straziate il giudizio del presente: la poesia è una lingua passata e morta. Da una parte, dunque, una poesia disponibile a tutti, ma che, pretendendo di essere insieme aurorale e illuminata da un’esperienza privilegiata, doveva partire da un azzeramento dei vincoli e dei pudori modernisti; dall’altra una poesia chiusa nel proprio linguaggio separato e speciale, in una forma di resistenza parassitaria che, in fondo, si dava per già sconfitta, o almeno fantasmatica.

Per un poeta di trent’anni, la prima misura di libertà è uscire da queste coazioni. Fare come se la poesia avesse senso e valore può essere l’azzardo che paga di più. Gabriel Del Sarto, che ha esordito sul Sesto quaderno italiano di Poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 1998) e, dopo essere stato incluso in un paio di antologie, pubblica ora il suo primo libro, ci riesce benissimo. Nei Viali (Edizioni Atelier, 2003), la vergogna della poesia si trasforma in umiltà, la pretesa di immediatezza in ricerca sincera; il linguaggio non è vergine, ma il possesso delle parole di una tradizione e della collettività gli garantiscono di essere intellegibile; la volontà comunicativa non mette i panni implausibili del vate ispirato o pop. Del Sarto scrive perché crede che la vita privata sia il luogo delle esperienze decisive, dei conflitti sostanziali, della ricerca di quello che conta. Perciò è un vero lirico: perché il suo io – sballottato, turbato, perplesso – resta il centro attorno a cui ricostruire il senso delle cose e a cui riportare una molteplicità di percezioni e fenomeni altrimenti disgregata. C’è così un’esibita dose di realtà esterna nella sua poesia: le cose, i nomi, le date vengono mostrati nella loro particolarità cronachistica, sono vistosamente riconoscibili. Solo da essi Del Sarto può costruire una mitologia personale in cui trovano posto l’infanzia, le vicende matrimoniali, il passato familiare. L’io cerca un radicamento nel mondo e un’universalità, cui arriva tanto più quanto più si mostra come individuo accidentale. In questo senso, non c’è nessuna trasfigurazione del privato o dell’occasionale, nessun ascetismo auratico o epifanico. La poesia viene dopo le cose, e non le esaurisce. Lavora su di esse: non le spaccia per già poetiche, né rivendica per il carattere soggettivo dell’esperienza una qualche eccezionalità.

La vita privata è insomma strettamente se stessa, e sempre altro. Già, ma che cos’altro? E al cospetto di quali valori? Del Sarto è un poeta religioso: per lui il terreno ha a che fare con qualcosa che lo trascende. Ma la trascendenza è nel precario, è più il frutto di una costruzione che un dono, più speranza o carità che fede. Nulla è garantito. Così, il rispetto, la pietà e l’amore riguadagnano il coraggio di chiamarsi con i loro nomi, salvandosi dall’abuso e dalla mistificazione. La forza di Del Sarto, come osserva Guido Mazzoni presentando il Sesto quaderno, sta nel suo fare sul serio. Questo dà alla sua voce quella profondità che la retorica postmoderna ha screditato, ma di cui può ancora avere senso (e sta qui il difficile) parlare. I viali contengono così versi memorabili, scanditi con fermezza esistenziale, sapienziale: «[…] le circostanze sono/ fatte/ così. Indecenti»; oppure: «Oltre la forntiera rimane solo una canzone di un coraggio/ superiore-|| nel cuore bellezza non cumulabile»; o ancora: «[…] s’annuncia tranquillo il  fine settimana/ in questa mattina californiana|| sul lungomare – ogni cosa è perfettibile».

Il mondo in cui si muove Del Sarto è «sublime e quotidiano»; e così la sua poesia. I due poli sono compresenti, non identici: proprio perché alla fine le cose restano cose, e la ricerca di una riconciliazione non è detto si compia. Da un lato, c’è una poetica dell’autentico, del vissuto sino in fondo, dello scoperto con stupore, che trova ciò che dura e vale nella consuetudine domestica, nella persistenza biologica, nella materialità dell’esistente: «[…] I panini all’olio/ con carne impanata e pomodoro/ che mi offri sono amore, carboidrati,/ le porteine del latte mattoni/ per il corpo, per il pensiero. Servono». Ma dall’altro, c’è uno sguardo straniato sulle cose, che esibisce l’impossibilità di integrare la percezione delle cose nell’io e di farne possesso, verità:

Tramonti stampati su cartoline turistiche (saluti
da…), i caffè in piazza tra le palme e le aiuole, tenere. Le colonie
dal Nord venivano nel mese di luglio, alla torre Fiat,
alla Torino, coi bimbi magri, bianchicci.
………………………………………………….……………..Dalle suore
ci andavo anch’io a fare il mare
mezza giornata, e ricordo la noia di quei mattini,
l’odore di creme al cocco e la mia casa – un attimo
vista dall’autobus.

I desideri, già se ne sentono i vuoti nei temporali
estivi e rimangono turisti coi sandali di gomma
e i calzini, che io non capisco.

Il ricordo oscilla qui tra familiarità e incomprensione, tenerezza e fastidio; le immagini viste dal vero si accostano a rappresentazioni falsificate (le cartoline). Se l’elenco caotico è il segno dello smarrimento, tuttavia Del Sarto non rinuncia a un riordino narrativo che riaffermi la funzione dell’io ma che, alla fine, lascia aperto e irrisolto il discorso. La lirica non pretende né di bruciare le cose nell’immediatezza neoromantica, né si chiude nella propria autosufficienza formale. Ciò che rende credibile la sua saggezza è il rischio di una ricerca che non ha niente di eroico, ma si compie nella prosa discontinua di ogni giorno.

Proprio per questo, i poeti da cui Del Sarto impara di più non possono appartenere alla generazione dei padri postmoderni. Egli deve risalire più indietro. Se Zanzotto e Turoldo gli insegnano a fare della poesia un luogo di tensione verso la verità e il sublime, in cui l’autenticità è strappata a forza all’inautentico, Bacchini gli permette di classicizzare le scelte espressive, di inserirle in una vena diaristica, autobiografica, che restituisce all’io psicologico i suoi diritti, nonostante le lacerazioni. L’effetto di poesia sta più nell’intensità con cui il sermo humilis viene pronunciato, piegato in una sintassi straordinariamente mobile e enfatizzato da una metrica emotiva, che nella figuralità retorica. Lo stile di Del Sarto è tutt’altro che immemore di una tradizione (anzitutto, turoldianamente, quella delle Scritture): essa conserva i suoi debiti con il Novecento (ai nomi fatti sopra, e già avanzati da Mazzoni, aggiungerei quello di Sereni), ma non si lascia schiacciare dal peso del passato né ripetendolo perché non vede nulla oltre esso, né sfuggendogli per capovolgimento ribellista. In un certo senso (ed è la differenza più sensibile da Zanzotto), Del Sarto è conciliato con il linguaggio, ci si trova a casa. Le incertezze di stile che ancora, qua e là, si possono avvertire, qualche lirica meno sorvegliata non incrinano la sicurezza e la perentorietà che si chiede a un poeta. Al libro di Del Sarto va riconosciuta anzitutto la sua bellezza; ma non ne trascurerei il significato generazionale. Gli si deve essere grati non solo perché, a trent’anni, sa dire cose così stupefacentemente giuste, vere; ma anche perché non si arrende alla stanchezza postmoderna e sa mantenere con il passato letterario e un presente senza bussole un dialogo attivo, critico, meditato. Non se ne dà l’aria, ma ha coraggio.

Raffaele Donnarumma

(già uscita in «Contemporanea», I, 1, 2003, pp. 176-79).

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