Virgilio e la "nuova epica" di Antonio Moresco

Giampiero Marano

 

1. Non è raro che Moresco esprima ammirazione per la letteratura e, più in generale, per la visione del mondo degli antichi. Ancora recentemente, in un breve intervento sul caso Battisti, Moresco lamentava il tipico vizio moderno di circoscrivere l’analisi della realtà al solo particolare atomizzato, spogliato di qualsiasi relazione con l’universale: “perché è così che funziona oggi, a differenza che presso gli antichi, la macchina della verità e della definizione contingente del mondo e della sua storia” (“Il primo amore” on-line, 23 gennaio 2011; il corsivo è mio). Come si legge in quella originale autobiografia intellettuale che è Lo sbrego (Rizzoli, 2005), è proprio partendo dai classici greci (Omero e gli storiografi: Erodoto, Tucidide, Plutarco, Senofonte) che Moresco ritorna alla letteratura dopo dieci anni di intensa militanza politica e di letture engagée. Il giudizio espresso sull’Iliade (“Questo modo supremo di raccontare per fulminazioni e per urti e per abbandoni cruenti e immobilità e accelerazioni”, p. 39) risulta significativo perché indica, fra l’altro, l’orientamento fondamentale della lingua e della poetica di Moresco stesso. Poco dopo lo scrittore riscopre anche la poesia latina, soprattutto il poema di Lucrezio (“tutta questa massa fluente e ritmica, cantata”, p. 71), mentre il suo concittadino Virgilio, schiacciato sul versante della propaganda cortigiana, viene liquidato bruscamente: “quella grande puttana mantovana” (p. 71). Ma che l’opera di Virgilio non sia riducibile, com’è ovvio, alla semplice intenzione encomiastica lo dimostra lo stesso Moresco nella terza e ultima sezione dei Canti del caos (Mondadori, 2009), dove manca, a dire il vero, l’esplicitazione del modello – un privilegio riservato invece a Omero. A dispetto delle citazioni criptate e perciò di evidenza non comparabile, mettiamo, con la presenza di Dante in Se questo è un uomo, lo schema narrativo seguito da Moresco e le sue situazioni topiche contengono una certa quantità di riferimenti virgiliani ben riconoscibili.

2. Ambientata al principio dell’Inizio, nel “tempo immobile, esploso”, situato “tra il nonpiù e il nonancora” (p. 919), che però non risulta mai vuoto né disabitato, la terza parte dei Canti del caos è anzi popolata da personaggi in movimento verso il punto dell’annuncio, e cioè – per Moresco la parola è una cosa con l’evento – verso l’esordio di un nuovo ciclo cosmico. Nel pre-tempo hanno luogo soltanto movimenti circolari, talmente rapidi (la terra sta ormai ruotando quasi alla velocità della luce) che ogni cosa appare non soltanto immobilizzata ma anche strappata a sé stessa: “tutto il mondo fenomenico è incluso in una realtà infinitamente più grande” (p. 866). L’ingresso in questa dimensione pre-temporale costringe il mondo a una catabasi infernale (“sei nel regno dei morti”, p. 963): poiché non c’è più nessuna Musa da invocare e di Dio si sono perse le tracce, nel prologo parla allora l’unico essere in grado di portare ogni cosa verso la deflagrazione dell’esordio, cioè il demonio. Dominato dal silenzio e dalla “notte nera” (pp. 842, 881, 946) e pullulante di ombre fatte di energia oscura, che vivono, sanguinano e bruciano, anche l’inferno del pre-tempo ha i suoi fiumi: sono i “flussi informatici” (p. 855) all’interno dei quali, come nella mente divina della tradizione, tutto accade nello stesso istante in cui viene pensato e l’intero divenire appare compresso nella puntualità inesorabile di un presente eterno. In ossequio allo schema classico della morte-rinascita, nei Canti l’inferno è concepito non come luogo dell’annichilimento definitivo ma come origine e radice delle possibilità: vi scorre un “fiume di volti e di corpi ancora irrealizzati e increati” (p. 887), interconnessi in un viluppo inestricabile di amore e guerra. Alla perdita di soggettività (“e tu mi accarezzerà (…) e tu entrerà”, p. 926) subita dai personaggi increati corrisponde l’epicizzazione dell’auctor che, a dispetto del prepotente ingresso in scena (pp. 937-40 e 949-50), agisce questa volta a nome del suo “popolo” (p. 1058), affrontando in prima persona la metamorfosi finale nel bambino di luce “inconcepito, risorto prima che nascerà, risorgerà, increerà” (p. 1068). L’allegoria del neonato invaso dalla luce che, enigmatica come tutte le profezie, rappresenta forse l’alba dell’epoca in gestazione sulle rovine della modernità e delle sue illusioni (l’apparizione del neonato permette infatti la rinascita del mondo), rinvia direttamente ai versi di Virgilio: “Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum / desinet ac toto surget gens aurea mundo, / casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo” [“Sii propizia al nascituro – con il quale finalmente si estinguerà la stirpe di ferro e comparirà in tutto il mondo quella d’oro – tu, Lucina pura: ormai il tuo Apollo è diventato re”, IV Egloga, vv. 8-10].

3. Questa acquisizione preliminare legittima l’allargamento del confronto ad altri passaggi della stessa IV Egloga e al VI libro dell’Eneide, nel quale viene descritta la catabasi di Enea introdotta dall’evocazione del Chaos (in greco letteralmente “voragine”, come la “vasta vorago” dell’Acheronte con i suoi gorghi del v. 296) insieme alle “ombre silenziose” (umbrae silentes) e ai “luoghi muti nella notte immane” (loca nocte tacentia late, vv. 264-65). Dall’altra parte, alle pianure illuminate dei Campi Elisi (“Largior hic campos aether et lumine vestit / purpureo, solemque suum, sua sidera norunt” [“Qui un’aria più leggera invade i campi di luce purpurea: c’è un altro sole, altre stelle”, VI libro, vv. 640-1]) può corrispondere in Moresco la città esordica di sperma: “da lontano, d’un tratto, cominciano ad apparire nell’oscurità più profonda le prime luci disseminate che filtrano dalla vegetazione nera che copre la valle seminale che sarà. A poco a poco più numerose, più fitte, prima piccole luci isolate, poi sempre più agglomerate, più splendenti, più fitte” (p. 985). Ma al di là di queste pur forti analogie figurali, ciò che accomuna Virgilio e Moresco è, in primo luogo, la visione ciclica del tempo: “magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; / iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna” [“un grande ciclo di secoli nasce da capo; ritorna ormai la Vergine, ritorna il regno di Saturno”] (IV Egloga, vv. 4-7); e: “Alter erit tum Tiphys et altera quae vehat Argo / delectos heroas; erunt etiam altera bella / atque iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles” [“ci sarà di nuovo Tifi, di nuovo Argo a trasportare il fior fiore degli eroi; ci sarà di nuovo la guerra e di nuovo il valoroso Achille verrà mandato a Troia”] (IV Egloga, vv. 34-36); “Sono tuo padre e sono anche tuo figlio. Se tu nascerai, allora anch’io nascerò. Dopo aver fatto nascere te, potrò nascere anch’io!”, dice uno dei personaggi di Moresco (p. 908); si osservi poi che, siccome “solo le orbite possono muoversi dentro uno spazio immobilizzato” (p. 839), l’annuncio in effetti “verrà dato, è già stato dato ed è in corso” (p. 912). Non meno rilevante la simmetria che consente di accostare il pre-tempo di Moresco all’Ade virgiliano, intesi entrambi come spazi di ridiscussione dell’identità e dei confini. Se Virgilio nota che “facilis descensus Averno; / noctes atque dies patet atri ianua Ditis” [“è facile la discesa agli inferi: la porta dell’oscuro Dite rimane spalancata notte e giorno”: Eneide, VI, vv. 126-27], per Moresco nel pre-tempo immobilizzato e ciclico “è tutto un avvicinarsi pericoloso e invasivo di teste e di trasparenze di teste (…) e basterebbe una piccola spinta in avanti per scaraventarli gli uni negli altri (…) e basterebbe un’oscillazione minima del baricentro del corpo per precipitare dentro quella massa cerebrale liquida” (pp. 897-8). In terzo luogo, i testi di Virgilio e di Moresco risultano percorsi da una tensione irresistibile che si concentra intorno all’attesa dell’esordio: “At pater Anchises penitus convalle virenti / inclusas animas superumque ad lumen ituras / lustrabat studio recolens, omnemque suorum / forte recensebat numerum” [“Nel fondo di una verde vallata il padre Anchise passava in rassegna con amore le anime lì racchiuse, in attesa di venire alla luce, e contava tutti i suoi discendenti”, Eneide, VI, vv. 679-82]. L’attesa coinvolge non solo singoli individui ma interi popoli che “volavano innumerevoli” (innumerae gentes populique volabant) come api intorno al fiume Lete, pronte a rinascere (v. 706): non diversamente lo scrittore increato proclama di trovarsi “dentro la cruna dello spaziotempo immobilizzato e increato, con il mio popolo inconcepito che sta forzando i cardini fissi della nascita e della morte creata (…) Il mio corpo morto increato è attraversato dal movimento ascensionale di tutto il fronte del mio popolo inconcepito che sta rovinando all’incontrario verso la catastrofe della resurrezione” (p. 1063). L’esperienza narrata da Moresco comporta mimeticamente un processo di increazione che tocca con immediatezza radicale il linguaggio stesso: la saga che inerisce allo spazio-tempo immobilizzato necessita di parole “che si ripetono e che si concentrano e che si fracassano, vanno in pezzi i tempi verbali e le loro possibilità spaziotemporali, frasi duplicate, concentrate, martellate, dialoghi anticipati, increati, predialoghi senza ancora supporto fonetico a venire” (p. 952). Non è arbitrario riconoscere in questa obliquità sconvolgente più di una generica traccia del carmen oracolare: “Talibus ex adyto dictis Cymaea Sibylla / horrendas canit ambages antroque remugit, / obscuris vera involvens” [“Con queste parole la Sibilla di Cuma canta dai penetrali i suoi enigmi terribili e muggisce nell’antro, nascondendo la verità in frasi oscure”] (Eneide, VI, vv. 98-100). L’ultimo motivo di fondo condiviso dai due autori mantovani è dato dall’ottimismo estraneo all’ossessione apocalittica: la IV Egloga si conclude (v. 60) con il celebre invito rivolto al neonato a riconoscere la propria madre dal sorriso, o con un sorriso (Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem). Nel finale dei Canti del caos l’atto del sorridere torna ripetutamente: “‘Il mio tempo è finito. E’ cominciato il mio’ penso penserò un istante prima che penserà, nella luce nera che sarà, nell’increato che sarà, nel mio cervello seminale increato che sarà, un istante prima che sarà, che sorriderà, che sorriderà, che nell’increato sorriderà” (p. 1069). I disastri politico-ideologici del Novecento e l’attuale emergenza di specie, come le guerre civili che nonostante la morte e la distruzione seminate in tutto l’impero non segnarono la fine di Roma, possono preludere a una nuova età dell’oro, il cui esordio doloroso è imposto dalle leggi inflessibili del grande anno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...