Caproni, la lingua e la filosofia

Paolo Zublena

È stato detto, da molti e variamente, che Caproni non è un poeta-filosofo. Lui stesso, d’altronde, ha voluto definirsi, tra il serio e il faceto, «fautore dell’afilosofia», in quanto «il suo pensiero» non si può dire «sia / composto di idee ben chiare» (OV 827). Ora, non è ragionevole rovesciare l’asserzione satiricamente autointerpretante. Effettivamente la poesia di Caproni, quella dell’ultimo Caproni in particolare (in quanto più vicina – rispetto alle precedenti stagioni sensuali-esistenziali – a un côté di poesia pensante), configura sì un orizzonte di pensiero, ma in larga parte per mezzo di figurazioni allegoriche o di elementi pragmatici e testuali: non attraverso un lessico concettuale che esorbita fin dal principio dall’usus caproniano. Non si confanno alla nettezza della lingua del Muro della terra e delle raccolte successive i tecnicismi filosofici usati – in modo affatto diverso – da un Luzi o da uno Zanzotto. La (a)telogia negativa, la meontologia al centro delle ultime raccolte è messa in figura dalla ripetizione tematica di un esiguo lotto di allegoremi (la partenza, il ritorno, il congedo, il borgo, il bosco, la foresta, la notte, l’alba, il lucore, il gelo, l’osteria, lo sdoppiamento, la reversibilità, la caccia) la cui alternanza in un continuo giroscopio di affermazione e negazione rappresenta la vera posta in gioco teoretica. In questo senso Caproni non è un poeta-filosofo, ma è senza dubbio un poeta per filosofi, cioè incline a essere filosoficamente intepretato: l’attenzione di Giorgio Agamben è la prova più cospicua, non certamente l’unica.

L’approssimazione al silenzio ottenuta attraverso lo scandimento metricamente e prosodicamente spezzato di brevi frasi spesso nominali, aggrappate all’assenza di fondamento costituita dalla dominanza del bianco e di segni paragrafematici figura di un vuoto senza referenti; lo spaesamento dato dalla ininferibilità dei referenti di deittici e anaforici; la ripetizione inesausta dei lessemi-chiave sono, non meno dell’ambientazione tematica (e quindi del lessico), la sostanza di un percorso di desoggettivazione antilirica specchio di una meditata ontologia del nulla. E tuttavia: non si può non notare che – rispetto alla totale assenza di un lessico anche sobriamente concettuale (unica eccezione: la frequente tematizzazione di un nominalismo – il nome è vano, vacuo, abbandonato dal senso – cui l’autore riconoscerà una prossimità soltanto après coup con certa teoria blanchotiana più o meno coeva) – in Caproni fino all’altezza del Congedo, nella trilogia dei «luoghi / non giurisdizionali» e nel postumo Res amissa si accumula una serie esigua benché non secondaria di lessemi non strettamente specialistici, ma usati nel loro senso propriamente filosofico: nulla, niente (entrambi con una decina di occorrenze), inesistenza, esistere, non esistere, inesistente, determinazione, parola, oggetto, onoma, essenza, distinzione, sostanza, negazione, affermazione, indicibile, Cosa (nell’accezione di das Ding, la Chose), perdita, essenza, inconoscibile, oltre alle neoformazioni ateologia (per l’italiano, in realtà – com’è noto – già bataillano), patoteologia e afilosofia, e – infine – al frequentissimo vuoto (sostantivo), in un senso più ontologico che esistenziale o psicologico. Se domina dunque l’allegoria e il pensiero preferisce disporsi in figura, è pur vero che qualcosa cambia nell’ultimo Caproni. Questa costellazione lessicale testimonia, tra gli altri elementi, che il fuoco tematico si è spostato dal lutto (e da un profilo più esistenziale) alla meditatio mortis, e di qui alla messa in questione ontologica: in una sorta di reinterpretazione più o meno consapevole della Grundfrage. Lo sfondo è costituito appunto dall’inesistenza, di Dio e del linguaggio ad un tempo: l’impossibilità di cogliere l’essenza, la «morte della distinzione», ontologica ed etica, lascia spazio all’emergenza di un nulla pur esso logicamente negato. Ma, appunto, il nulla (il niente, il vuoto) viene nominato perché è irriducibile al registro simbolico (e quindi all’allegorizzazione): e se talvolta viene tuttavia tematizzato attraverso allegorie opache (il bianco, la nebbia, il luogo senza giurisdizione) o attraverso le peculiari neoformazioni composte (plumbeotrasparenti, biancomurata, flautoclarinescente, biancoflautata, flautoscomparsa, diasprotrasparenti: tutte a definire – tranne il più consueto rossosoriana – immagini dell’assenza), ciò che viene simbolizzato è più che altro lo stato di «non sapere» del soggetto (prevalendo comunque la rappresentazione dei confini della conoscenza: l’ultimo borgo, la cresta, il muro). Il vuoto-niente-nulla, in un percorso che va sempre dal percettivo all’ontologico, può essere propriamente indicato da questi lessemi di pertinenza metafisica (e nel contempo anti-metafisici) che denotano l’assoluta privazione di referente: e come tali appaiono nei testi più programmatici e ‘di poetica’, oppure in quelli sulla linea del falsetto “autovolgarizzante” alla controcaproni. O, meno enfaticamente, dall’inidentificabilità del referente di deittici e anaforici sempre più spettrali: basti pensare al «Non ne trovo traccia» esordiale di Res amissa e ai frequentissimi pronomi di terza (lui ecc.) che sono la traccia vuota del divino assente.

Sulla linea dei Versicoli, ci sono alcuni testi, pochi, nella stagione postrema che appaiono come poesie di pensiero. Ma di sicuro non stanno tra i vertici della produzione caproniana, e anzi mostrano all’apparenza una certa confusione concettuale, per altro denunciata – come si è visto in principio – dallo stesso poeta. Nella tardissima Pierineria, non si sa se destinata alla pubblicazione, la linea del ragionamento è apparentemente banale: «Il Nulla, spiegano, / è il “non essere” ? E allora, / come può, allora, “essere” il “non essere”?» (OV 837). Che è la consueta obiezione della tradizione metafisica alla pensabilità del nulla. Ma già in altri testi questa posizione al fondo banale si declina diversamente in un primato della negazione: «Non c’è il Tutto. / Non c’è il Nulla. C’è / soltanto il non c’è» (OV 839); «“Un’idea mi frulla, / scema come una rosa. / Dopo di noi non c’è nulla. / Nemmeno il nulla, / che già sarebbe qualcosa”» (Pensatina dell’antimetafisicante, OV 675). Pur nella tonalità autoparodica, qui prevale una negazione autofondante (se ne ammettiamo la possibilità): negazione che largheggia in tutta la tarda produzione caproniana: il non, gli aggettivi nessuno/a hanno frequenza pervasiva. Ontoteologia negativa o negazione dell’ontoteologia? A volte una, a volte l’altra… E comunque va detto che questo primato del non ha il carattere necessariamente tragico dell’aporia, non quello cinico dell’assoluto nichilismo: e nemmeno è compatibile con quel neo-stoicismo alla Monod che pure Caproni a volte invoca, in primo luogo nell’Inserto in prosa del Franco cacciatore. Ma in fondo la apparente confusione concettuale è referto dell’aporia conoscitiva, e dello stato di angoscia, che l’apprensione del pensiero sul nulla inevitabilmente attiva. Scriveva Heidegger: «Se non ci lasciamo fuorviare dall’impossibilità formale di domandare del niente, ma proprio imbattendoci in questa impossibilità proponiamo tuttavia la domanda, dobbiamo per lo meno soddisfare ciò che resta come esigenza fondamentale per la possibile attuazione di ogni domanda. Se il niente, comunque ciò avvenga, deve essere interrogato, allora bisogna che esso sia prima dato. Noi dobbiamo poterlo incontrare». E l’incontro non può che avvenire facendo esperienza dell’angoscia: angoscia senza contenuto che non riconosce il nulla come ente, ma come possibilità che gli enti in generale non siano. E se Caproni non poteva concordare con l’idea heideggeriana del nulla come potenzialità al cui interno ha luogo l’ente, tuttavia neppure era vicino – lo si ribadisce – a una negazione dell’ontologia di marca nichilistica o a uno stoico distacco, a dispetto delle autointerpretazioni. Nel sentimento dell’angoscia e nel suo risvolto conoscitivo del non sapere; nella tesa reversibilità degli opposti; persino nella confusione dei concetti; nell’assenza, infine, di un oggetto che – profilandosi infine come cosa perduta – rispecchia la mancanza del soggetto a se stesso e quindi della sua presenza sta la chiave di questa poesia.

In qualche modo quindi siamo di fronte a un poeta che è anche filosofo: non per il lessico – la cui trasformazione diacronica pure non è irrilevante –, ma piuttosto per la costruzione allegorica e per i fenomeni pragmatici e testuali che sceneggiano un sofferto, tragico e aporetico attraversamento del negativo. Al di là  delle possibili fonti – il cui studio è comunque interessante –, al di là di una cultura filosofica più o meno artigianale, Caproni ha saputo mettere in figura la condizione esistenziale dominante del proprio tempo e la relativa questione ontologica: dei suoi tempi – come poeta – è stato perciò sommamente all’altezza.

(I testi di Caproni sono citati da Giorgio Caproni, L’opera in versi, Edizione critica a cura di Luca Zuliani, Introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo, Cronologia e Bibliografia a cura di Adele Dei, Milano, Mondadori, 1998. La citazione di Heidegger proviene da: Martin Heidegger, Che cos’è metafisica? [1929], Milano, Adelphi, 2001. La presente nota dialoga, sia pure in ombra, con: Giorgio Agamben, Disappropriata maniera, in Categorie italiane, Venezia, Marsilio, 1996; Daniela Baroncini, Caproni e la poesia del nulla, Pisa, Pacini, 2002; Vittorio Coletti, Dietro la parola. Miti e ossessioni del Novecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2000; Pier Vincenzo Mengaldo, Introduzione, in G. C., L’opera in versi, cit.; Enrico Testa, Antagonisti e trapassanti: soggetto e personaggi in poesia, in Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento, Roma, Bulzoni, 1999; Id., Giorgio Caproni, in Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a cura di E. T., Torino, Einaudi, 2005).

Paolo Zublena

[già pubblicato, con il titolo Caproni, lingua e filosofia,
in «l’immaginazione», 228, marzo 2007, pp. 20-21]

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