Recensione ad Antonio Porta, “La scomparsa del corpo” (Manni, 2010)

Cecilia Bello Minciacchi

Nella videointervista che inaugurava il convegno dedicato ad Antonio Porta dall’Università di Bologna nel maggio del 2009, ora documentato dal n. 41 del «verri», Edoardo Sanguineti, dopo aver letto una poesia di Porta che gli era cara, Aprire, ricordava che Alfredo Giuliani proprio con quel testo aveva voluto chiudere il volume dei Novissimi. Agli occhi di Sanguineti era «una straordinaria allegoria critica non priva di ironia» che Aprire chiudesse il libro da cui nel 1961 sarebbe nata una nuova scrittura, allora «ancora molto incerta, molto labile, sperimentale»: quell’«apertura» diventava «non la morale del solo Porta, ma la morale dei Novissimi». Queste parole avevano sapore quasi testamentario, commossi com’erano i toni della lettura e dell’intervista. In Aprire, testo esemplarmente costruito – notava Niva Lorenzini – su «momenti narrativi che restano senza sviluppo, a uno stato libero», sono già dominanti le dicotomie che saranno proprie della ricerca di Porta e la sua predilezione per forme sospese di narrazione. L’urgenza di dire, che in Porta è sempre carica di domande e temi basilari – in primis il binomio nascita/morte con i suoi correlativi luce/buio, apertura/chiusura, veglia/sogno – si manifesta attraverso l’accostamento di immagini dense e crude, piene di corporeità, immagini tra loro disarticolate, che non risolvono, non chiudono. Nel suo fare poesia la sperimentazione non arriva mai a una meta, anzi abbatte il concetto stesso di meta. Porta amava dire che la poesia «è un’avventura linguistica» di cui si conosce solo il punto di partenza. Non c’è risposta definitiva, nella sua scrittura, c’è piuttosto l’interrogazione che è insieme interrogazione di sé, dell’inconscio, della storia, delle forme letterarie. Porta «non si è mai appagato, per sua diretta ammissione, “di una forma”, ma ha sempre cercato “di provocarne molte”», ha scritto Niva Lorenzini nell’introdurre il volume che raccoglie Tutte le poesie. 1956-1989 (Garzanti, 2009), da lei curato con la dedizione e la finezza di sempre.

Il percorso letterario di Antonio Porta si è svolto nel segno del «progetto infinito», come Giovanni Raboni rubricò il volume in cui, a due anni dalla morte dello scrittore, ne raccolse gli scritti di poetica e di letteratura (Edizioni «Fondo Pier Paolo Pasolini» 1991). Molti progetti rimasero incompiuti; uno, compiuto ma non pubblicato, è stato appena dato alle stampe: La scomparsa del corpo (Manni, pp. 185, € 16,00), una raccolta di racconti che Porta aveva preparato e inutilmente proposto a più di un editore, come scrive Rosemary Liedl Porta nelle breve Nota in calce al volume. Le perplessità degli editori, alla fine degli anni ’80 – la raccolta fu allestita subito dopo Il giardiniere contro il becchino (Mondadori 1988) –, sono comprensibili (non giustificabili) alla luce della rifluente temperie culturale d’allora: questi racconti chiedono lettori avvertiti e disposti al rischio; presentano situazioni complesse, sospese e sfuggenti; hanno una vivezza materica tangibile e sono abitati da agglomerati onirici che premono dall’interno. Porta, autore di due romanzi – Partita (1967) e Il re del magazzino (1978) –, con la forma-racconto si era già misurato nel 1981, quando aveva raccolto per Guanda otto racconti, Se fosse tutto un tradimento. A quei testi ora, nella Scomparsa del corpo, si aggiungono per la prima volta tutti gli altri racconti pubblicati in vita su rivista, un inedito, e un racconto apparso postumo. L’ordine è quello dato dall’autore, che ha eluso il criterio cronologico a vantaggio di opposizioni o contiguità tematiche. Le differenze tra i racconti, che attraversano almeno vent’anni di scrittura, rispondono a quella progettualità che era in Porta il più fondante motivo di poetica. E tuttavia la sua cifra, la sua sphragìs, è ben riconoscibile: è quel contatto, quell’aderenza fenomenologica e fisica alle cose, alle situazioni all’interno delle situazioni, che continua sorprendentemente ad esistere nella sua scrittura anche quando ha la tentazione di impennarsi, di scartare dalla realtà percepibile perché questa sembra non bastare più. Il suo è il materialismo – problematico, certamente, e decantato – di chi si affida primariamente al corpo. E alle percezioni, all’esperienza che è l’unica «madre di ogni certezza», scriveva Leonardo. L’irrazionalità che congiunge morte e vita è in Porta razionalissima perché terribilmente concreta: è la posizione raggomitolata di un feto e di un corpo morto; è il taglio, l’incisione; è l’urlo della carne, tanto negli anni ’80 quanto nei ’60, al di là delle differenze nel «trattamento del materiale verbale». La sperimentazione è per Porta concentrata sul linguaggio, nella poesia come nella narrativa. Il linguaggio può «bucare» la pagina, nel linguaggio il poeta si immerge come un «palombaro». La sua percettività arriva in presa diretta alla concretezza viscerale e pulsionale, o se ne lascia invadere, verbo portiano come pochi altri.

C’era una «tenda», in Aprire, e «un vento che la scuote», la tenda che «si riempie di sabbia», e «il sole nella tenda, / l’occhio più oscuro, il taglio nel ventre». C’è, nel racconto Il viaggio, «una tenda di organza bianca» nella quale il protagonista avvolge il torso di un Pinocchio diventato «una bambola di legno», con una «fessura simile e diversissima a quella di un’elemosiniera da chiesa». Le spinte pulsionali continuano a premere nella scrittura di Porta, anche a distanza di anni. E così la tematica onirica: «il sogno è una specie di “cavallo di Troia” che si introduce, volenti o nolenti non importa, nella nostra vita», si legge nel racconto Il tesoro di San Pietro. La fitta presenza di sogni ha in questa raccolta tre esiti principali: potenzia l’enigmaticità di situazioni o stati d’animo; dà voce a contenuti inconsci primari; sottolinea il carattere visivo della scrittura di Porta. Di visionarietà non è sempre bene parlare, anche se schegge di surrealismo in questi racconti compaiono: una Milano sbalzata dalla storia, indimenticabile e livida in cui «squittiscono miriadi di topi», diventata «immensa tendopoli attraversata da un esercito in pace e da cavalli fasciati». Si potrà parlare di sdoppiamenti di punti di vista, di scissioni di un protagonista che prende le distanze da sé e si guarda dall’esterno come fosse un altro, talvolta sognandosi o vedendosi morto. In questi casi l’inquietudine cresce, come nel bel racconto La rinnovatrice, una bottega che rimette a nuovo abiti e cappelli, un «deposito di assenze» che evoca la «paura della morte» come «un segnale premonitore». La scomparsa – di una vita, di un corpo – ha la stessa fisicità della sua presenza. È legata alla nascita: la vitalità dell’ultimo Porta, è dirompente come una deflagrazione – si pensi al romanzo incompiuto Los(t) Angeles (Vallecchi, 1996). Nella Scomparsa del corpo le immagini di maternità sono esplosive e ossessive: «il sesso è sacro»; uno dei protagonisti vorrebbe lasciarsi «inondare dal sangue del parto»; la fecondazione «è una bomba biologica». Si colgono accenti panici, talvolta, soprattutto nelle ricorrenze degli alberi, nell’amore per rami aerei e ombrosi. La natura ha sempre dispiegato la sua energia, nella scrittura di Porta. Natura come oggetto o teatro di violenza, nei primi testi raggelati da azioni sadiche; natura protagonista e ospite di allegorie potenti come quella del suo ultimo poema, l’Airone migratore. Anche nei racconti della Scomparsa del corpo la scrittura di Porta non smette mai, ostinata, di «pronunciare la vita».

 

Cecilia Bello Minciacchi

 

[Testo comparso con il titolo redazionale Lasciarsi invadere, in «alias» – supplemento a «il manifesto», XIII, 46, 20 novembre 2010, p. 18]


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