Non fare dell’avanguardia (un’arte da museo). Intervento per Nanni Balestrini, “Caosmogonia” (Mondadori, 2010)

Antonio Loreto

L’ultimo lavoro poetico di Balestrini esce nel febbraio del 2010 per “Lo specchio” di Mondadori, dopo essere stato anticipato sull’Almanacco 2008 e in concomitanza con l’autopsicoritratto che del novissimo appare sull’Almanacco 2009. Il fatto nel complesso ha destato meraviglia, e qualche lettore si è chiesto: può Balestrini – campione dell’avanguardia e della controcultura – passare allo Specchio?

Proprio dal principio del 2010 ci si è interrogati su questioni del genere (vedi il caso Nori, e poi Saviano, Mancuso, pur diversi tra loro e rispetto a quello qui in questione), riparlando (per voce di Andrea Cortellessa, prima degli altri) del rapporto tra lo scrittore e il contesto entro cui il lettore lo raggiunge, ribadendo l’ingenuità o la malafede di una pretesa neutralità del contesto e del mezzo. Quanto a Caosmogonia e al suo editore, è notevole l’attacco della recensione (?) di Maurizio Cucchi per “Tuttolibri”: «Credo sia giunto il momento di leggere la poesia di Nanni Balestrini» – la frase non finisce qui, perché la concessione (di questo si tratta) ha delle condizioni – «andando […] oltre ogni etichetta critica di comodo […], oltre la stessa troppo a lungo usata e abusata categoria della poesia d’avanguardia». Insomma, oggi che gli anni ’60 e ’70 sono lontani, eccovela museificata l’avanguardia (vulgando Cézanne e Sanguineti), eccovi il monumento a Balestrini, ecco che lo prendiamo noi il vostro poeta rivoluzionario. Con tanto di autoritratto.

Ma l’autoritratto che Balestrini concede è di quelli (copiosi nei ’70) di Francis Bacon – primo elemento e ispiratore di un trittico che occupa mezzo libro – distorti e disgregati in quanto centri nervosi del mondo: «il soggetto è l’esca | una struttura artificiale con cui catturare la realtà | […] | che gradualmente se le cose funzionano svanisce» (Tre studi per un ritratto di F.B.).

Il soggetto come elemento separato dal mondo svanisce, e lo vediamo pure con John Cage. Il trittico prosegue infatti in Empty Cage, con felice giochetto sull’Empty Words che l’artista americano porta al Lirico di Milano nel ’77: «ciascuno di noi è il centro del mondo senza essere un io», «ciò che conta è ciò che avviene», ciò che si fa: «il significato è l’uso | […] | e l’uso assicura il non ordine la libertà». Cage è peraltro memoratore, tra molti, del joyciano «chaosmos», andando a pescare nello stesso Finnegans Wake quel «roaratorio» che intitola un radiodramma del ’79, in lavorazione mentre qui si assiste al 7 aprile e Balestrini ripara in Francia («ciò che avviene accade ovunque e contemporaneamente»): empty cage significa “gabbia vuota” per l’avicola e allegorica Signorina Richmond, significa “galera vuota”.

Il trittico chiude su Jean-Luc Godard, il quale Fino all’ultimo (elidendo «respiro» Balestrini rende finale l’inizio di carriera dell’autore di Film socialisme), fino all’ultimo fa della prassi politica una componente essenziale dell’arte, secondo l’insegnamento di Dada (Hans Arp, per dire) e di Brecht: la sua arte è permeabile a ciò che accade intorno al soggetto, il sonoro dei suoi film è permeabile al rumore di fondo (Cage docet), e, del soggetto, le parole risultano sovente coperte. Così per Balestrini: la cui lingua è rumore di fondo, è un 4’33’’ preso e post-prodotto per montaggio: «ciò che ci interessa è il piano fisso | al montaggio si incontra il destino | resurrezione di qualcosa che è passato | cercare di accostare una cosa vicina a una lontana | per me il montaggio è la resurrezione». Resurrezione, palingenesi, rivoluzione.

Esaurita (quasi) la galleria, Lalinguafuori (che apre la seconda parte dell’opera) mette in mostra il caos della lingua, dal quale emergono «rimasugli | di celebri ritratti», allusioni minime («capitalista clinico» fa pensare per esempio a Deleuze, che s’intende, anche lui, di caos), «frantumi freschi [che] splendono | si scontrano impazziti | animali mentali | chiacchiere promiscue | ma ripercorri la genesi». La genesi, finalmente: la genesi del cosmo, dell’ordine, che deve essere rivisto attraverso il recupero del caos: della rivoluzione, di nuovo.

E l’esercizio della lingua, atto pubblico per eccellenza (siamo nella sezione penultima), può ben partecipare allo scardinamento dell’ordine imposto, dell’«esplicito fascismo», e divenire proprio atto originario: «poi dilagò che | sconvolse il mondo | la prima forza | sovversiva stai ascoltando | provocata dall’abbondanza | […] | non più sacrificarsi | per la ma vivere | pienamente ascolta bene | la rivoluzione e ancora | […] | cambiare ascolta la | vita e il mondo | ma senza questa volta | prendere il potere | qualcosa di simile a una ri | portata da testimoni | ascolta ancora | viventi in evoluzione | quindi permanente | uno strano tipo di rivol | vissuta nel presente | la della parola | […] | permanente quindi in | evoluzione adesso parla tu». Si rinnova, mi pare, il Balestrini che con Ma noi facciamone un’altra (sezione di Altri procedimenti, Scheiwiller 1965, poi sviluppata eponimamente nel volume feltrinelliano del ’68) dapprima prevedeva la rivolta (previsioni è uno dei pezzi di Atti pubblici) e tre anni dopo cominciava a sostenerla. Balestrini qui invita ostinato: «proviamone un’altra».

Se il libro sessantottino era aperto dalla sezione Istruzioni, ora precise Istruzioni preliminari sono poste in chiusura di volume con dialettico rovesciamento (lo stesso che presiede alla fusione di cosmo e di caos – che va letta, diversamente da Joyce, come introduzione di questo in quello), perché sia chiaro che tali istruzioni sono preliminari e propedeutiche non tanto all’opera quanto a ciò che avviene al di fuori di essa: «secondo una prospettiva rivoluzionaria | un altro mondo sta apparendo | l’attacco va minuziosamente preparato | non più dominanti e dominati ma forza contro forza | si può sentirne lo strappo sonoro | scorrere il sangue la nuova vita che arriva».

Il poeta di Come si agisce e di Vogliamo tutto, evidentemente, non si rassegna a pensare quegli anni ’60 e ’70 come storia d’archivio, ne tiene anzi viva l’utopia rivoluzionaria attraverso un’arte che è necessariamente – secondo il noto binomio – d’avanguardia. I vigilanti che si illudono di ridurre in canone la figura di Balestrini sono avvertiti: il suo caos potrebbe finalmente (infine, intendo) far saltare il loro museo, ordine, cosmo.

 Antonio Loreto

[“l’immaginazione”, n. 257, set.-ott. 2010, pp. 6-7 – riveduto]

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