Mese: aprile 2011

Disinstallare il “come”. Una raccolta recente di Michele Zaffarano

Marco Giovenale

Il titolo Bianca come neve (La camera verde, 2009), non diversamente da altri titoli di Michele Zaffarano, mette immediatamente sul piano e nel campo dell’ironia e del distacco la particolare scrittura di ricerca da lui perseguita. Il sorriso non è assenza di peso, tuttavia; né lo spessore consiste solamente nel materiale testuale, nelle poesie: semmai si moltiplica e diffonde a partire dai dispositivi stessi (accumulo, elencazione) che quel materiale si incaricano di trasmettere. Vedremo come.

Il libro esce nella collana Calliope della Camera verde, dopo alcune apparizioni in riviste, e si compone di un incipit e dieci testi (di cui due in prosa) divisi in due sezioni: Bello come un principe, la prima e Rosso come una mela, la seconda.

È evidente il raddoppiamento del gioco ironico proprio nei nomi di sezione. “Bianca-neve”, “principe”, “mela”: l’ironia del/sul candore, attraverso le chiavi svuotate della fiaba, entra all’interno del volumetto. Ed appare chiaramente intenzionata ad aggredire anche il meccanismo stesso del paragonare, della metafora, dello slittamento da segno a segno, o insomma di tutte quelle figure connettive, leganti, presuntivamente ‘poetiche’, spesso incapaci di far altro che spostare il discorso su un ‘alto’ secondo piano di senso, fatto di banalità assertive né più né meno del primo, quello letterale.

Il “come” del titolo e delle sezioni della raccolta, dunque, è esposto in evidenza per essere più facilmente revocato in dubbio – e anzi schernito – come marcatore lirico.

Non a caso Zaffarano è tra i più attivi traduttori di poesia di ricerca francese contemporanea Continua a leggere “Disinstallare il “come”. Una raccolta recente di Michele Zaffarano”

Sulla neve: tre affondi

Italo Testa

1.

Le tecnologie biometriche si occupano della identificazione e della re-identificazione del vivente sulla base di dati biologici : l’impronta digitale o palmare, la conformazione dell’iride, la struttura del volto, la frequenza della voce…  Ma anche la poesia è un’arte biometrica ante litteram. Una tecnologia dell’identità, perché attraverso la parola e la sua scansione l’uomo, come vivente, registra la sua presenza e si rende rintracciabile nel silenzio stellare. La poesia, a differenza delle tecnologie biometriche contemporanee, non procede unicamente a quantificare e digitalizzare i dati biologici. La poesia è invece un’arte biometria arcaica, mossa da una tensione trasfigurante: una biologia della voce, che dà corpo e forma al grido primordiale. Non si tratta, in questo caso, di registrare passivamente delle identità date bensì di misurarle ed articolarle. Qui si manifesta un’ambiguità irresolubile: la volontà di dare forma all’esperienza, in ogni espressione poetica riuscita, si rovescia nel riconoscimento di una forma già presente, che tuttavia non può essere senza la voce che la mette in salvo. Questa scansione dell’esistenza trova la sua unità di misura nel verso. Pertanto la poesia è sempre metrica: misurazione del respiro. Un’arte plurale, perché molteplici sono le forme e svariate le misure che possono catturarle: come reti gettate nel mare dell’esperienza, ciascuna delle quali lascia emergere qualche cosa di diverso. Continua a leggere “Sulla neve: tre affondi”

Gli oggetti logici di Jacques Lacan

Isabella Mattazzi

Il pensiero di Jacques Lacan è costellato di oggetti. Oggetti concreti, perfettamente definiti e riconoscibili nel loro uso quotidiano, come uno specchio, un vaso di fiori, bottoni, un ago ricurvo da materassaio. Oggetti teorici, pure costruzioni del pensiero, come il cross-cap o il nastro di Möbius in cui non esistono recto e verso e che possono essere interamente dipinti senza che il pennello si stacchi mai dalla loro superficie. Oggetti linguistici, vere e proprie macchine da calembours, come gli infiniti giochi di parole che contraddistinguono il linguaggio dei Seminari. Perfino “oggetti araldici”, come il nodo Borromeo, simbolo di dignità nobiliare che il marchese di Ferrara avrebbe conferito a Francesco Sforza in segno di gratitudine e oggi enigma matematico tra i più noti della teoria dei nodi.

Che Lacan abbia costruito il suo discorso psicoanalitico con materiali eterogenei, del resto, è cosa nota. Già a partire dai suoi primi scritti è più che evidente la sua attenzione nei confronti di un modello teorico che non si limiti soltanto a un ambito psichiatrico della terapia, ma che estenda la ricerca psicoanalitica verso i diversi orizzonti di scienze e saperi del tutto lontani e differenti tra loro. Gli “oggetti” lacanani infatti non rappresentano soltanto un escamotage narrativo per illustrare e sciogliere punti particolarmente complessi del discorso, ma sono veri e propri congegni di strutturazione e formazione di un pensiero intimamente “contaminato”, reticolato, frammisto, costruito su una costante inserzione di elementi eterocliti all’interno del suo corpo metodologico. Continua a leggere “Gli oggetti logici di Jacques Lacan”

Recensione a Gabriele Frasca, “Santa Mira” (Le Lettere, 2006)

Domenico Pinto

Con il riaffioramento di Santa Mira, nella collana «fuoriformato» che Andrea Cortellessa cura per Le Lettere, viene dato un tratto di corda alla silenziosa recezione di questo romanzo: il libro appare (dopo l’edizione Cronopio 2001) in una nuova stesura, legato ora alla suite fonografica Il fronte interno dei ResiDante. L’urgenza di elaborazione ulteriore è in quel ricircolo di scritture e sovrascritture che trovano la loro flangia proprio in Santa Mira, dove si saldano altri aspetti dell’attività di Frasca, divenendo simultanei il traduttore il saggista il poeta.

La trama è presto sciolta: Dalia e Gaudenzio hanno due bambini e una formazione universitaria; vivono a Santa Mira, luogo che è Vexierbild, quadro con segreto della città di Napoli; lui si è laureato con una tesi sul campione dell’arte figurativa locale, Gennariello Tarallo, mentre si è addottorato sul padre di costui, il parimenti fantastico Aniello Tarallo, e tenta di allestire per la Soprintendenza presso cui lavora una mostra che li riunisca; lei prepara il concorso a ricercatrice, immersa nella “trilogia ucraina” di Alexandr Dovženko e la prosecuzione inerziale dello studio sulla soap opera Cuori intrecciati (la cui meccanica retorica gioca – con i suoi moduli ricorsivi e le allitterazioni onomastiche – la partita del tempo e dell’eternità, come ogni buona telenovela); il giorno dell’azione, nel quale ambedue tradiscono il coniuge, dimezza i modelli circadiali di Ulysses e Zettels Traum, estendendosi per dodici ore; sottofondo lo zanzario dei media elettronici e dei bombardieri in partenza per la guerra mite della NATO in Serbia; la chiusa, il giorno successivo al ‘prepostero’ 24 aprile 1999, è a sorpresa. Continua a leggere “Recensione a Gabriele Frasca, “Santa Mira” (Le Lettere, 2006)”

Nota critica a Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie” (Transeuropa, 2010)

Ermanno Guantini

La raccolta di Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, come dice la quarta di copertina «esplora il conflitto dell’identità nel rapporto con l’altro e con l’amore, dove l’umano e l’animale si mescolano tentando una conciliazione possibile».

Una riconciliazione. Il libro di Matteoni ha, credo, questa aura di riconoscibilità; una cifra d’origine, che si riverbera, attraverso indizi legati alla sfera sensoriale, cognitiva: la commistione di accaduti, in un circo nordico di spietata fascinazione, senza luce manifesta, ma riarso da raccordi, contrasti onirici, shock, appena sotto, o appena sopra, il gradiente limpido del livello di realtà. Proprio Giancarlo Alfano parlava, per Francesca, di surrealismo poetico, credo  in ragione di un’inesausta lesione semantica, senza inibizioni, o carceri di coscienza; un fiabesco non consolante, burtoniano, in un parossismo canicolare di luci sfalsate e congegnati endecasillabi, dove «Il mondo non è reale. Né mai / lo sono i volti dietro le parole. / Le forme che tu credi di scorgere, / toccare  si ritraggono, / in una vita interiore, le bocche / color ruggine trafitte di vento.» Continua a leggere “Nota critica a Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie” (Transeuropa, 2010)”

Protesi di carta: la scrittura del corpo

Gian Luca Picconi

[Pòsto qui un testo redatto nel 1999, come prefazione per una raccolta di saggi sulla categoria della corporalità nella letteratura italiana contemporanea, poi mai pubblicata: cogliendo l’occasione della pubblicazione di un numero di “Lettera Internazionale” esplicitamente dedicato al tema del corpo, contenente un testo inedito di Valéry, autore qui più volte citato. L’impressione è che la distanza cronologica abbia tuttavia reso particolarmente inattuale il discorso qui condotto. Ed è proprio dalla prospettiva di questa inattualità che pòsto pertanto questa prefazione mancata: nella coscienza che, se il corpo mantiene una sua centralità nel dibattito culturale contemporaneo, le tesi qui esposte vanno storicizzate, e la loro validità, se mai ne hanno conosciuto, confinata in una fase conchiusa e terminata della storia: per certi versi ogni discorso sul corpo in letteratura oggi è un discorso su un corpo modernista che non c’è più, un fatto di archeologia]

Il corpo è uno spazio e un tempo – nei quali si svolge un dramma di energie.

(Paul Valéry, Cahiers)

Non è forse senza un filo di nostalgia che si può percepire con rinnovata chiarezza il fine e la fine di quella maschera da romanzo che Debenedetti aveva coraggiosamente chiamato personaggio-uomo. “Egli appare, gli viene imposto un nome e uno stato civile, poi si dissolve in una miriade di corpuscoli che lo fanno sloggiare dalla ribalta, è richiamato solo nel momento in cui serve a incollare i suoi minuscoli cocci”1: chi non sottoscriverebbe simili affermazioni, a leggere solo pochi campioni della narrativa attuale? Continua a leggere “Protesi di carta: la scrittura del corpo”

Ripensare la letteratura su fondamenti cognitivi

Alberto Casadei

Propongo la parte iniziale del mio libro Poetiche della creatività. Letteratura e scienze della mente (Bruno Mondadori 2011), allo scopo di ampliare il dibattito sulla collocazione della letteratura e dell’arte in genere negli scenari scientifici ma anche storico-sociali che si stanno delineando per l’immediato futuro: nozioni come quelle di stile o di inventio dovranno essere riconsiderate e ridiscusse, anche per tornare a dare un senso alla valenza ‘gnoseologica’ implicita in ogni opera d’arte.

La critica fra certum e verum

Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.


Tutto il mondo è vedovo… chiude le Variazioni belliche (1964) di Amelia Rosselli, ormai considerata una fra le più importanti raccolte poetiche nel Novecento letterario italiano. L’autrice riteneva questo testo particolarmente rappresentativo, quasi una ricapitolazione del suo primo libro. Secondo molti critici si tratterebbe di un esperimento di tipo surrealista, per altri si può invece parlare di espressionismo. Di certo non si tratta di un componimento decodificabile a una semplice lettura: colpisce la perentorietà delle affermazioni, ottenuta soprattutto attraverso l’ampio uso dell’anafora, ma nello stesso tempo si colgono fin dal primo verso contraddizioni logiche in apparenza insanabili. Si può parlare genericamente di oscurità, come per buona parte della lirica otto-novecentesca. Eppure si percepisce un senso, sebbene occultato dalla semantica instabile e dalle continue ‘variazioni’: non a caso il titolo del libro rinvia a una terminologia musicale per indicare uno status effettivo dei testi, che riprendono e modificano motivi già esposti o appena enunciati, senza che nessuno sia di per sé definitivo. Allo stesso modo mai definitivo è l’avvicinamento al quid cercato, che in Tutto il mondo è vedovo… sembra l’impossibile unione con l’essere amato, quasi una variazione scomposta – contrastata e quindi ‘bellica’ – di un mito tipico della poesia antica e moderna. Continua a leggere “Ripensare la letteratura su fondamenti cognitivi”

Il Premio biennale Marino Moretti

Punto critico non diffonde, solitamente, notizie di convegni, presentazioni, bandi di premi. Non si occupa di notizie. Riceviamo tuttavia, e diffondiamo volentieri brevemente tramite link, la notizia della decima edizione dell’importante Premio biennale Marino Moretti per la filologia, la storia e la critica nell’ambito della letteratura italiana dell’Otto e Novecento: http://www.casamoretti.it/premiomoretti

Teoria della letteratura, in pratica: “Pubblici discorsi” di Paolo Nori

[Da poche settimane è uscito La meravigliosa utilità del filo a piombo, che raccoglie i discorsi, diciamo, approssimativamente, ‘politici’ o ‘civili’ di Paolo Nori, così come Pubblici discorsi (2008) raccoglieva quelli ‘letterari’ o ‘critici’. Poiché mi sembra che quest’ultimo libro sia lo sviluppo coerente della posizione allo stesso tempo estetica ed etica che lo scrittore aveva cominciato a elaborare nel precedente, ripubblico una recensione apparsa sulla rivista «Dieci Libri». Ho aggiunto solo i titoli dei paragrafi. L’immagine accanto è di Vladimir Archipov  e si trova nel volume Design del popolo (2007), pubblicato da ISBN.]

Michele Sisto

Prendere Nori sul serio

Vorrei tentare un esperimento critico: prendere Paolo Nori sul serio. Nori ha soprattutto fama di umorista, abile nel restituire i modi del parlato, spassoso nelle performance dal vivo, insomma di scrittore leggero. Si è anche detto, d’altra parte, che a dispetto di questa postura dimessa, e dietro le tecniche di diversione con cui spesso diabolicamente confonde i suoi interlocutori, si celi uno degli scrittori più colti e avvertiti del presente.

Vorrei dunque, consapevole della forzatura, mettere tra parentesi il primo Nori, quello divertente e strampalato, per concentrarmi sul Nori più riflessivo e battagliero, impegnato in un’impresa che non è solo letteraria. E partirei da un’ipotesi: Paolo Nori ha un progetto, e questo progetto, se in letteratura esiste un fronte che divide il passato dal futuro, lo colloca in prima linea. Di più: date le caratteristiche di questo progetto e le strategie con cui viene messo in atto Nori non va considerato soltanto uno scrittore interessante ma periferico nel nostro sistema letterario, bensì una figura centrale, rispetto alla quale fra vent’anni un nuovo entrante non potrà non prendere posizione. Non un Landolfi, tanto per capirci, ma un Calvino. Continua a leggere “Teoria della letteratura, in pratica: “Pubblici discorsi” di Paolo Nori”

Recensione a Marco Giovenale, “La casa esposta” (Le Lettere, 2007)

Giampiero Marano

Alla ricerca di Marco Giovenale (Roma, 1968) corrisponde una poetica della riduzione fenomenologica, o addirittura della dissoluzione, il cui antinaturalismo quasi programmatico favorisce l’esplorazione dell’universo dei soggetti e degli oggetti con un’acutezza millimetrica di sguardo che raramente è dato ritrovare nella poesia italiana contemporanea.

Nella raccolta La casa esposta, pubblicata nel 2007 presso Le Lettere con una prefazione di Antonella Anedda e una postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, Giovenale ci propone un aforisma folgorante, “tutto è in meno”, dal quale bisogna partire per comprendere la sostanza della sua poesia, che, sia detto a scanso di equivoci, non appartiene al genere dell’elegia funebre e minimale. Giovenale non intende celebrare nessuna messa in scena retorica della morte sociale dell’arte: perché questo significherebbe, in primo luogo, non volerne scontare sulla pelle (“la consuetudine di portare / addosso resti umani”) tutta la drammaticità. Sarebbe un errore, dall’altro lato, considerare la sua poesia come il residuato di un mero, passivo testimoniare. Nel momento stesso in cui si avvicina alle superficie delle cose, l’occhio di Giovenale le ghermisce e le trasforma, assecondando un bisogno incontenibile di condensare la totalità del molteplice nel più ristretto spazio possibile, di tornare al punto zero anteriore alla grande esplosione, quando “le cose / aprono e portano via / lo spazio dai portici, / dai lati”. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, “La casa esposta” (Le Lettere, 2007)”

Ultimo tempo di Roversi

Fabio Moliterni

L’Italia sepolta sotto la neve esce oggi in veste unitaria per uno stampatore di Pieve di Cento, grazie a una edizione fuori commercio di 32 esemplari numerati[1]. La scelta di riunire il vasto poema in una pubblicazione compiuta, dopo la diffusione intermittente di frammenti o «parti» che ne ha contraddistinto la vita editoriale in questi decenni, va sottratta a una ingenua lettura biografica di tipo testamentario. Non mancano segnali che spingono in questa direzione. Il paratesto dell’opera non si presenta con la consueta dedica «A Th.» (i.e. Tommaso Campanella), che ha accompagnato tutti i testi roversiani quasi dagli esordi, ma si risolve in un rinvio a un contesto privato e personale ribadito dalla sigla editoriale, che in realtà è un acronimo cifrato – si potrebbe dire che dopo il ciclostile autoprodotto Roversi oggi «inventa» di sana pianta un editore, con buona pace dei meccanismi del mercato, distribuzione, contratti, «filiere» e diritti d’autore.

La veste che assume L’Italia sepolta sotto la neve accentua e consolida la peculiare vocazione al «racconto totale» che possedevano i frammenti e i poemetti provvisori, realizza l’unitarietà virtuale che, anche grazie alle dichiarazioni sparse dall’autore in riferimento al suo poema in corso, si ipotizzava in nuce come cornice allegorica capace di presiedere all’intero progetto di scrittura[2]. È una forma del contenuto che dialoga indirettamente o direttamente con analoghe esperienze che emergono dal panorama poetico contemporaneo[3], nella spinta inedita o inattuale alla costruzione stratificata (in fieri) di opere epiche, nelle quali l’allargamento dello sguardo soggettivo (lirico) provoca una sostanziale fuoriuscita dai tradizionali confini di competenza, per distendersi nelle figurazioni di una «allegoresi totale» sull’esistente (tra passato, presente e futuro: nella presenza del tempo, appunto).

L’andamento corale dell’intero poema di Roversi è vorticosamente contraddetto da tendenze centrifughe e disgreganti che interessano il piano dei contenuti, le strutture e le micro-strutture formali della scrittura. Continua a leggere “Ultimo tempo di Roversi”

Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)

Cecilia Bello Minciacchi

Ogni testo è una concrezione, un grumo denso, una fioritura. L’ultimo libro di poesia di Vito M. Bonito procede lungo la strada della concentrazione di senso e della sottrazione. Fioritura del sangue (Roma, Giulio Perrone, pp. 101), quarto libro di un poeta tanto schivo quanto integralmente dedito alla parola – e al silenzio –, approfondisce con una carnalità primaria il tema della perdita, del sacrificio, della lingua poetica in quanto «dolore innocente». La voce poetica è contigua all’in-fantia, contigua alla morte e alla condizione dell’orfanità che Bonito non si stanca di esplorare, né come studioso – è finissimo lettore di Pascoli –, né come poeta, basti citare il trasparente Campo degli orfani (2000). Nella parola poetica, che è «voce di vagito» e «voce che chiama “madre”», aveva scritto nel Canto della crisalide (1999), nascita e perdita mostrano la loro irrevocabile coincidenza. «Two is the beginning of the end», recita l’epigrafe tratta da Peter Pan di J.M. Barrie. La separazione come principio della fine, con quanto di freudiano questo comporta, oppure, a rileggere tutto il passo di Barrie, l’improvvisa consapevolezza in una bambina di due anni di non poter fare a meno di crescere.

I versi di Bonito, decantati, brevissimi sulla pagina, circondati da un campo bianco che è quello del sudario e del silenzio, sono il contrario esatto della levità. La sua parola è pesante: benché sottoposta all’esercizio del digiuno, a «un esercizio sulla povertà del mondo», diventa un filo a piombo sulla pagina, una sequenza di parole-nuclei, parole-cose, quasi il linguaggio non fosse una convenzione artificiale e le parole avessero tangibilità e concretezza. Continua a leggere “Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)”

Recensione a "Festa per Elsa", a cura di Goffredo Fofi e Adriano Sofri (Sellerio, 2011)

Niccolò Scaffai

A una festa, càpita di incontrare amici che non si vedevano da molto tempo. In quel caso, ci si coglie a misurare i cambiamenti che i mesi o addirittura gli anni trascorsi hanno portato, e talvolta regalato, ai volti e alle figure. L’anno scorso era il venticinquesimo dalla morte di Elsa Morante, l’anno prossimo cadrà il centenario della nascita. Prima di disporsi alle grandi manovre critiche e congressuali che le circostanze richiedono e che l’opera della Morante merita, è utile prendere in mano il volume appena pubblicato da Sellerio (Festa per Elsa, a cura di Goffredo Fofi e Adriano Sofri, pp. 194, euro 14,00), per ricevere la testimonianza di quelli che la Morante l’hanno conosciuta in carne e ossa. È un po’ come nella canzone del Mondo salvato dai ragazzini: quei fortunati sono i Felici Pochi agli occhi di noi Infelici Molti che oggi frequentiamo Elsa Morante solo come autore (guardiamoci dall’usare i femminili – ‘autrice’, ‘scrittrice’, e men che mai ‘poetessa’ – che Elsa detestava) di un libro bellissimo quale è Menzogna e sortilegio.

Il titolo di questo rendez-vous ricorda la parola Festschrift, di gusto certo assai  più accademico; ma in fondo, se pensiamo che quel tipo di miscellanea si allestisce in vita del celebrato, la coincidenza etimologica non stona. C’è da dire che questa non è la prima Festa per Elsa, perché il titolo e gran parte dei testi appartenevano già a un numero speciale di «Fine secolo», supplemento di «Reporter» uscito nel dicembre del 1985, poco dopo la scomparsa della Morante. Intervennero tra gli altri, e ritroviamo oggi, Fabrizia Ramondino, Carmelo Samonà, Patrizia Cavalli, Ginevra Bompiani, Giorgio Agamben, Ninetto Davoli. Alla Festa del 2011 partecipa anche un ospite di speciale riguardo, la stessa Morante, di cui sono ora pubblicate alcune lettere a Goffredo Fofi e la citata Canzone degli F. P. e degli I. M. Inoltre qui il co-curatore Adriano Sofri, già autore di un breve scritto nella raccolta dell’85, affida il suo ricordo anche a un più lungo memoriale-postfazione (Gli ombrelli sono bellissimi quando si aprono). Continua a leggere “Recensione a "Festa per Elsa", a cura di Goffredo Fofi e Adriano Sofri (Sellerio, 2011)”

Zuberbühler e Marozzi

Francesco De Sanctis

[Prolusione letta nell’Istituto Politecnico di Zurigo, pubblicata per la prima volta nella «Rivista contemporanea» di Torino, IV, 8, 1856, pp. 289-96, e poi nei Saggi critici, Napoli, Stabilimento de’ Classici Italiani, 1866, sempre col titolo A’ miei giovani. La riporto qui per due motivi. In tempi in cui la letteratura e la critica sono ridotte all’irrilevanza mi sembra di trovare in queste pagine, espresse con un’immediatezza che oggi sarebbe faticoso riconquistare, le ragioni fondamentali di una scelta che è in primo luogo una visione del mondo, della vita, e del futuro. Una volta soffiata via la polvere ottocentesca, una patina peraltro sottile, quello di De Sanctis luccica come un linguaggio nuovo: parla ai lettori più diversi, non solo agli (un)happy few, ha sempre vivo il senso della comunità (non solo letteraria) con la quale interloquisce, usa l’intelligenza del passato per comprendere (e modificare) il presente, resiste a ogni tentazione di aggirare il nucleo della questione, che è poi sempre la stessa – che cosa sia e a qual fine si faccia letteratura, e se ne discuta. Il secondo motivo ha a che fare con le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia e con il racconto dell’inno di Mameli fatto da Roberto Benigni a Sanremo. L’efficacia di questa orazione pubblica, nazionale e popolare, piena di fervore e commovente, mi è parsa incrinata da uno sciovinismo che a tratti indulgeva alla xenofobia (e a tradurre situazioni di conflitto politico in scene di violenza sessuale): le contrade d’Italia erano «oppresse e sventrate dagli stranieri: sventrate!», a Genova «gli asburgici, sapete che facevano? violentavano tutti», e allora il popolo insorse, «tutto il popolo: li spa-ppo-la-ro-no!». La seconda parte della prolusione di De Sanctis, un’esegesi dell’ode Marzo 1821, ci riporta anch’essa alle radici del Risorgimento, ma evitando le trappole di certa retorica patriottica, e ancor prima del 1861 getta lo sguardo al di là degli orizzonti nazionali, facendosi portavoce di un ordine di valori universali. M.S.]

Considerate la vostra semenza;
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma a seguitar virtute e conoscenza.

(Inf., XXVI, 118)

Il giorno in cui do principio alle mie lezioni, soglio sempre fare ai miei giovani un po’ di discorso così all’amichevole, quasi preludio a quell’armonia intellettuale che a poco a poco si andrà formando tra noi. E lo fo’ per iscritto, come uomo che pone molta cura nel suo abbigliarsi, la prima volta che si dee presentare in una casa rispettata. Non dimando se questo si costumi qui: così facendo, non adempio ad un uso, ubbidisco al mio cuore. Continua a leggere “Zuberbühler e Marozzi”

Recensione a Alberto Pellegatta, "L'ombra della salute" (Mondadori, 2011)

Stelvio Di Spigno

Ci sono libri di poesia il cui scriverne non solo non rende giustizia all’autore e all’opera, ma che per la loro rara, ineludibile natura andrebbero scandagliati con una perizia che il piccolo spazio di una recensione o di un articolo non permette, rischiando di dare – anche perché ciò che si va a dire è sempre preliminare alla lettura dei versi in oggetto – un’immagine ben lontana da quel senso di stravolgente ebbrezza che si proverà leggendoli. È il caso de L’ombra della salute di Alberto Pellegatta, giovane autore milanese che dopo anni di attesa propone finalmente una raccolta organica del suo lavoro poetico, finora reperibile solo in “assaggi” editoriali come Mattinata larga, edito da Lietocolle e Paratassi, uscito per le edizioni EDB di Milano. Continua a leggere “Recensione a Alberto Pellegatta, "L'ombra della salute" (Mondadori, 2011)”