Recensione a Marco Giovenale, “Superficie della battaglia” (La camera verde, 2006)

Cecilia Bello Minciacchi

Tragici atti di guerra nel loro svolgimento e nel loro pietrificato esito sono – per frammenti – i temi di una essenziale plaquette di sette cartoline di cui Marco Giovenale firma testi poetici e immagini fotografiche. Superficie della battaglia (La camera verde, Roma, 2006) è, in realtà, un ‘libro non cucito’, perché composto da testi/immagini in pagine sciolte e non numerate, mobili nell’ordine e programmaticamente inviabili ad una ad una.

Che fotografia e scrittura costituissero, per Giovenale, i termini di un confronto e di un dialogo serrato era apparso chiaro fin dalle sue prime raccolte, si pensi almeno a Curvature (Roma, 2002) con fotografie di Francesca Vitale, ad Altre ombre (Roma, 2004) i cui testi sono di alta caratura visiva o a ciò che è già apparso di Shelter, opera in artistica e intellettuale prossimità al lavoro di un fotografo come Mario Giacomelli che dalla parola, a sua volta, ha ricavato innumerevoli suggestioni. Ora, in Superficie della battaglia, la dialettica tra poesia e immagine fotografica si palesa, in certo senso, primaria; primaria come viene detto dei colori blu, rosso e giallo. Da questa dialettica, imperniata sulla lontananza piuttosto che sulla vicinanza tra testo e fotografia, scaturiscono ulteriori, molteplici – e potenzialmente infinite – interpretazioni, in campiture nette come in sfumature. Ad una fotografia che taglia e sfoca un quadrante d’orologio, forse d’una pendola, ‘risponde’ in modo straniante – fuori da ogni intento didascalico – un testo poetico che ha come oggetti «il carro / con l’obice», «i guardapezzi», le «nappe d’argento / sulle spalle», «due morti», «seicento metri verdi» di prato. E così tempo fissato (inquadrato, tagliato obliquo) su un oggetto quotidiano, e sfocatura della visione (fuga dei contorni), e insieme spazio (campo di battaglia), armi e morti di guerra possono rispondersi sia nel segno benjaminiano dell’interruzione del continuum storico, sia in quello di una ineluttabilità sovratemporale. Ogni immagine, sia essa fotografica o poetica, risulta, in Superficie della battaglia, asciutta e scabra. Il dettato poetico procede per lacerti di situazioni drammatiche, quasi scaglie di «lamelle»; la natura vi compare in modo parco e basilarmente ‘di superficie’ – «il filo basso / dell’acqua che fa la pianura», «il prato nella luminescenza» –; i paesaggi sono sterili e ‘petrosi’ – «ci sono troppe pietre / nel muro» – e hanno il profilo dei guasti lasciati dalle guerre, gli uomini che li percorrono sono soldati e le loro sono azioni di morituri: «è bello che rischino la vita / per riportare indietro gli impiccati». Le fotografie, come i versi, sono scarnificate ed essenziali: non sarà un caso che tra le parole ricorrenti (non molte in una plaquette così concentrata) si lasci notare un termine di sapore biblico, scritturale, come «costole». In un bianco e nero non brillante quanto severo nei contrasti, le fotografie mostrano oggetti comuni dispersi, dimenticati o gettati via, luoghi deserti e in abbandono, dunque utilità e funzioni venute meno. Su tutto domina una atmosfera cimiteriale, o meglio quel ‘livellamento democratico’ – giusta certa lezione preromantica – promesso dalla morte: «all’ossario dichiarato dalla luna / allora sono un serrarsi / le fibbie degli occhi. / non sanno staccarsi. dodicimila sassi / lucidi: le facce tese avanti». Distesa di pietre e distesa di volti umani coincidono, dunque, in un biancore freddo e luttuoso. E gli «occhi» sono per sempre chiusi come «fibbie», o forse da «fibbie» accecati come lo furono quelli di chi, regnando a Tebe, aveva dovuto sostenere la vista e l’incolpevole responsabilità di un male non tollerabile. In queste ‘cartoline’ la superficie – estensione ed apparenza – della battaglia è emblematicamente campo di guerra tout court, spazio reale e proiezione immaginativa di uno scontro drammatico tra nemici che non sono solo soldati in una situazione storicamente definibile, ma anche, in senso lato e allegorico, uomini e cose, cose e luoghi, luoghi e tradizioni, e uomini nella loro identità esistenziale: ogni uomo il cui io, in conflitto tra sé e sé, sia costretto ad essere nemico della propria memoria o di quella altrui.

Cecilia Bello Minciacchi


[già in «Semicerchio», n. 35, 2006/2, pp. 129-130]

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