Recensione a Alberto Pellegatta, "L'ombra della salute" (Mondadori, 2011)

Stelvio Di Spigno

Ci sono libri di poesia il cui scriverne non solo non rende giustizia all’autore e all’opera, ma che per la loro rara, ineludibile natura andrebbero scandagliati con una perizia che il piccolo spazio di una recensione o di un articolo non permette, rischiando di dare – anche perché ciò che si va a dire è sempre preliminare alla lettura dei versi in oggetto – un’immagine ben lontana da quel senso di stravolgente ebbrezza che si proverà leggendoli. È il caso de L’ombra della salute di Alberto Pellegatta, giovane autore milanese che dopo anni di attesa propone finalmente una raccolta organica del suo lavoro poetico, finora reperibile solo in “assaggi” editoriali come Mattinata larga, edito da Lietocolle e Paratassi, uscito per le edizioni EDB di Milano. L’ombra della salute rappresenta la mappa genetica di un personaggio completamente prosciugato nel contesto metropolitano del suo raggio d’azione, un personaggio sempre adombrato ma mai connotato di fattezze umane, il cui agire è esclusivamente percepire, rendersi senziente, pronunciare l’essenza delle cose per non perderla e non perdersi. Si aggira alla ricerca di uno stato di benessere coscientemente provvisorio e ha un mandato preciso, che non si è scelto ma dal quale è continuamente chiamato in causa: interpretare metafisicamente la realtà, una realtà viscosa, frammentaria, disciolta, che si dà come visione improvvisa e ultimativa, totale e totalizzante, in alcuni punti di altissima verticalità – mentre in altri si propone a brani, in lacerti di scoperte che chiamano in causa l’esistenza ciondolante e precaria dell’io, lo debilitano, lo disorientano, a volte lo annullano lasciando intatta solo l’intenzione di resistere tra gli enigmi di ciò che gli capita in sorte di osservare. Pellegatta opta per una lirica pura e acuminata, lontanissima dagli standard della poesia di oggi, ponendosi come alternativa sia ai canoni della poesia di ricerca, sia agli esiti più levigati di molte tipologie di scritture che vanno da un classicismo ricercato in vista di ragioni etiche, alle soluzioni limitrofe all’orfismo di non poca poesia spiritualista. Il linguaggio del poeta milanese si muove magistralmente tra lampi improvvisi e folgorazioni verbali che gli permettono di mirare al fondo delle cose, insieme oscuro e luminoso, materiale e ancestrale, dinamico e parmenideo, ideale e fattuale. In questo linguaggio, la «salute» del titolo coincide con una appercezione che si sviluppa piuttosto sul modello della pluralità dei mondi di Giordano Bruno che sulla moderata conquista della verità in essere nelle correnti filosofiche di tipo neokantiano. Nell’universo della percezione “salutare” di Pellegatta, il verso si attua «per vendetta» e non per dovere o riscatto, non si dà mai secondo un progetto, ma piuttosto è la sovrapposizione di un «vuoto concavo / che ci contiene tutti», dove «non c’è nessun centro e l’orlo / si cuce su se stesso», su un piano cronologico nel quale «il tempo è spazio che si espande. / Il tempo è fame e lo spazio è freddo». Così anche la casualità storicizzata dell’istante della «salute» è contrapposto alla generalizzante «utenza del profondo / nero inerte degli sfondi / pallore delle mani, pittura bianca», un catalogo di incrostazioni sensoriali che si oppongono all’armonia di una visione sinottica nella quale l’esatta struttura del tutto, una volta raggiunta e conosciuta, si riflette in opalescenti e incisive campate pittoriche nelle quali l’elemento naturale, non diversamente da quello cittadino, si espande in un inventario di figure rese mitiche dalla loro persistenza come in acquario atemporale o un museo geologico imperturbabile. Anche l’attività stessa del poetare può risultare “salutare” o sfilacciarsi in mille rivoli nei quali si convoglia il proprio stato di ipocondria letteraria: la differenza che passa tra questi due poli è la disinvoltura, ovvero il necessario distacco dal concepimento dello stile come obiettivo primario ma incerto, martellante, scomodo. Così pure la scansione del libro, nelle sue tre sezioni denominate La salute, Secondo appuntamento, Discordanze, fissa un preciso itinerario concettuale grazie al quale, attraverso infinite aporie, l’uomo e la conoscenza ontologica possono darsi solo un appuntamento al buio che sarà sempre un evento a ritroso, non conteggiabile, mai prevedibile. Lette in sequenza, le liriche de L’ombra della salute si susseguono con un rigore metodologico che mescola architravi scientifiche e filosofiche delineate da un’oggettività ridotta alla pura elementarità: ed è proprio l’oggetto-elemento ad essere ricercato, passando dal grado più basso della connotazione a strati di metaforicità che sorprendono per il virtuosismo con il quale si manifestano il gradiente e le improvvise impennate della rappresentazione visiva. Pellegatta manovra il verso col gesto mnemonico dei «pescatori» che «ritornano al silenzio dei pesci / in questa calma di oche e pietre cantonali»; mentre i pescatori si tramutano in emblemi di una salute conoscitiva riservata solo a coloro che «ricompilano la scienza, mentre la storia prende fuoco». Perché la «salute» richiede, per essere raggiunta, una disciplina; come la scienza e la conoscenza, per dirsi piene, pretendono esperimenti riusciti e infine un risultato. La valenza figurale di un fraseggio come questo: «la dieta prevede che le città rientrino nelle teste, / elettriche come vespe, / fontane e altalene» sta tutta nella coscienza degli intervalli e delle difficoltà con le quali visione delle cose e visionarietà del gesto poetico si fondono mirabilmente in un risultato che consiste in un aumento del sapere, una nuova tappa di ricongiungimento degli elementi a favore di un diagramma chiaro e insieme percussivo del cosmo. Questa legge, tanto vicina a una legge di natura per la quale allo spossessamento di sé deve in qualche modo corrispondere un premio per l’intelletto – una sorta di bilanciamento ontico grazie al quale l’uomo non può per statuto uscirne sempre ridimensionato e sconfitto – prevede che abbozzi lirici calibrati e cristallini facciano da preludio a espansioni liriche come Risoluzione N. 14, Corso di retorica per signore, Appetito, Kollwitzplatz, “Vedo dure campate di pietra…”, “C’è un sole in ogni foto…” (che a loro volta incrociano testi più lunghi e di maggiore impegno disseminati senza risparmio per l’intero libro), per le quali davvero si può dire che nel rinvenimento della «salute» e della verità «i risultati dipendono dalle distanze». Esse vengono tradotte nei testi in accostamenti imprevedibili e surreali, con una frequenza tale che per Pellegatta si può agevolmente parlare di una vera e propria “poetica della distanza”, consapevole e precocemente maturata. Con essa, il giovane poeta milanese distanzia qualitativamente non pochi compagni di strada e pone la seria ipoteca di un primato tra diversi autori nati, come lui, nel decennio degli anni ’70 e di recente usciti allo scoperto. Perché se di alcuni di loro si sente fin troppo parlare, per eccesso di autopromozione, si può dire che è solo in libri come il suo che la poesia riprende, fatalmente, a fare poesia.

 

Stelvio Di Spigno

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