Zuberbühler e Marozzi

Francesco De Sanctis

[Prolusione letta nell’Istituto Politecnico di Zurigo, pubblicata per la prima volta nella «Rivista contemporanea» di Torino, IV, 8, 1856, pp. 289-96, e poi nei Saggi critici, Napoli, Stabilimento de’ Classici Italiani, 1866, sempre col titolo A’ miei giovani. La riporto qui per due motivi. In tempi in cui la letteratura e la critica sono ridotte all’irrilevanza mi sembra di trovare in queste pagine, espresse con un’immediatezza che oggi sarebbe faticoso riconquistare, le ragioni fondamentali di una scelta che è in primo luogo una visione del mondo, della vita, e del futuro. Una volta soffiata via la polvere ottocentesca, una patina peraltro sottile, quello di De Sanctis luccica come un linguaggio nuovo: parla ai lettori più diversi, non solo agli (un)happy few, ha sempre vivo il senso della comunità (non solo letteraria) con la quale interloquisce, usa l’intelligenza del passato per comprendere (e modificare) il presente, resiste a ogni tentazione di aggirare il nucleo della questione, che è poi sempre la stessa – che cosa sia e a qual fine si faccia letteratura, e se ne discuta. Il secondo motivo ha a che fare con le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia e con il racconto dell’inno di Mameli fatto da Roberto Benigni a Sanremo. L’efficacia di questa orazione pubblica, nazionale e popolare, piena di fervore e commovente, mi è parsa incrinata da uno sciovinismo che a tratti indulgeva alla xenofobia (e a tradurre situazioni di conflitto politico in scene di violenza sessuale): le contrade d’Italia erano «oppresse e sventrate dagli stranieri: sventrate!», a Genova «gli asburgici, sapete che facevano? violentavano tutti», e allora il popolo insorse, «tutto il popolo: li spa-ppo-la-ro-no!». La seconda parte della prolusione di De Sanctis, un’esegesi dell’ode Marzo 1821, ci riporta anch’essa alle radici del Risorgimento, ma evitando le trappole di certa retorica patriottica, e ancor prima del 1861 getta lo sguardo al di là degli orizzonti nazionali, facendosi portavoce di un ordine di valori universali. M.S.]

Considerate la vostra semenza;
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma a seguitar virtute e conoscenza.

(Inf., XXVI, 118)

Il giorno in cui do principio alle mie lezioni, soglio sempre fare ai miei giovani un po’ di discorso così all’amichevole, quasi preludio a quell’armonia intellettuale che a poco a poco si andrà formando tra noi. E lo fo’ per iscritto, come uomo che pone molta cura nel suo abbigliarsi, la prima volta che si dee presentare in una casa rispettata. Non dimando se questo si costumi qui: così facendo, non adempio ad un uso, ubbidisco al mio cuore.

Siate dunque i benvenuti, miei cari giovani: il vostro professore v’indirizza un affettuoso saluto. Rivedo con piacere i miei amici dell’anno passato, li ringrazio della fidanza che pongono in me e mi rallegro con essi della loro costanza ne’ buoni studi. Quanto a’ nuovi, facciano animo; troveranno qui de’ buoni compagni che li accoglieranno con cordialità, ed un maestro zelantissimo del loro bene, che si studierà di agevolar loro la via. Formiamo, miei cari, formiamo una sola famiglia, raccolti qui per intrattenerci dimesticamente e passare un’ora piacevole in compagnia di due scrittori, co’ quali abbiamo già stretto conoscenza, Dante e Manzoni. Questo anno prenderà parte alle nostre conversazioni anche un terzo, Ludovico Ariosto, e quando egli vi si presenterà col suo risolino amabile chiedendo l’ingresso, son certo che gli farete festa e volentieri lo accoglierete tra voi. Apparecchiamoci, miei amici, ad udire questi grandi uomini con la serietà del rispetto: sono conversazioni, dalle quali uscirete educati, nobilitati, più contenti di voi.

Secondo l’ordinamento dell’Università politecnica federale questi studi non sono obbligatori. Sono obbligatorie quelle lezioni solamente di cui avete necessità per l’esercizio della vostra professione : tutto l’altro è lasciato a vostra libera elezione. Come in un altr’ordine d’idee la legge vi obbliga a non fare il male, ma non a fare il bene, cosi voi siete obbligati a studiare per vivere, per provvedere a’vostri bisogni materiali; ma quanto alla vostra educazione intellettuale e morale, voi non avete alcun obbligo legale. Il governo ve ne dà i mezzi; se non volete giovarvene, se non sentite come uomini l’obbligo morale di educare la vostra mente ed il vostro cuore, sia pure: vostro danno e vergogna.

In effetti, con le sole lezioni obbligatorie, qualunque tu sii che te ne possi contentare, tu non sei ancora uomo, tu sei, permettimi ch’io te lo dica, un animale bello e buono. Un animale ragionevole, mi risponderai, che sa la matematica, la fisica, la meccanica. Certamente, e perciò anche un animale colpevole, che ti sei servito della ragione unicamente a scopo animale. In effetti, ditemi un po’, miei giovani, quando costui avrà passata la sua giornata a lavorare per procacciarsi il vitto, empiutosi il ventre, inumidita la gola, fatta una bella digestione; in che costui differirà dal suo mulo o dal suo asino, che anch’egli ha passata eroicamente la sua giornata tra il lavoro e la mangiatoia? Un giorno confortavo allo studio delle lettere un mio giovane amico di Napoli, il quale stette un pezzo muto a sentir le mie belle ragioni; poi, come a chi fugge tutto a un tratto la pazienza —sai, mi disse, che ti credevo un po’ più uomo? Che diavolo? Bisogna ben ragionare. Credi tu che una terzina di Dante mi possa toglier di dosso i miei debiti, o che tutti gl’inni del Manzoni mi dieno un buon desinare? Filosofia, letteratura, storia! a che pro’? per finire in uno spedale! Oibò! Io studierò il Codice, farò un bell’esame e sarò fatto giudice. Che bisogno ha un giudice di Dante o del Petrarca? — Come vedete, è questo un magnifico ragionamento dal punto di vista asinino. E costui non aveva ancora diciotto anni! E parlava già a questo modo! Crebbe rozzo, salvatico, plebeo; divenne giudice; ed oggi questa bestia togata divide il suo tempo tra le condanne a morte, a’ ferri, all’ergastolo de’ suoi stessi compagni, ed i buoni bocconi.

Non credo che sia questo l’ultimo scopo che l’uomo si debba proporre, e che Dio ci abbia data l’intelligenza per provvedere alla pancia, come ha dato gli artigli e le zanne alle belve. Voi siete in un’età, nella quale, impazienti dell’avvenire, ciascuno se lo figura a sua guisa. Quali sono i vostri sogni? che cosa desiderate voi? Fare l’ingegnere? è giusto: ciò dee servire alla vostra vita materiale. Ma, e poi? Oltre la carne vi è in voi l’intelligenza, il cuore, la fantasia, che vogliono esser soddisfatte. Oltre l’ingegnere vi è in voi il cittadino, lo scienziato, l’artista. Ciascuno si fa fin da ora una vocazione letteraria. Né vi maravigliate. Poiché la letteratura non è già un fatto artificiale; essa ha sede al di dentro di voi. La letteratura è il culto della scienza, l’entusiasmo dell’arte, l’amore di ciò che è nobile, gentile, bello; e vi educa ad operare non solo per il guadagno che ne potete ritrarre, ma per esercitare, per nobilitare la vostra intelligenza, per il trionfo di tutte le idee generose. Questo è quello ch’io chiamo vocazione letteraria; e voi m’intendete, o giovani, voi, ne’ quali l’umanità ogni volta si spoglia delle sue rughe e si ribattezza a vita più bella.

Ben so che molti oggi non hanno della letteratura la stessa opinione. Lascio stare coloro che ne fanno una mercanzia, e dicono: poiché in un secolo industriale e commerciale siamo per nostra disgrazia letterati, facciamo bottega delle lettere; e vendono parole, come altri vende vino o formaggio. Non vo’ profanare questo luogo, né spaventare le vostre giovani menti, mostrandovi nudo questo meretricio traffico dell’anima. Ben vo’ parlarvi di alcuni altri. A quello stesso modo che certi sostituiscono oggi la civiltà alla libertà, soddisfattissimi che loro si promettano strade ferrate e traffichi e industrie e qualcos’altro di sottinteso; così alcuni non osano di difendere la letteratura per sé, e la nascondono sotto il nome di coltura. Se raccomandano questi studi, gli è perché dilettano ed ornano lo spirito, compiono l’abbigliamento, vi fanno ben comparire. Leggono, come vanno a teatro, per divertirsi; fanno provvisione di aneddoti, di motti, di argomenti per acquistarsi la riputazione di uomini di spirito; quello che lodano ne’ libri, biasimano nella vita. E se qualche pover’uomo accoglie seriamente quello che legge e vi vuol conformare le sue azioni, gli è un matto, una testa romanzesca, un sentimentale, e che so io. No, miei cari. La letteratura non è un ornamento soprapposto alla persona, diverso da voi e che voi potete gittar via; essa è la vostra stessa persona, è il senso intimo che ciascuno ha di ciò che è nobile e bello, che vi fa rifuggire da ogni atto vile e brutto, e vi pone innanzi una perfezione ideale, a cui ogni anima ben nata studia di accostarsi. Questo senso voi dovete educare. E che? I cinque sensi che abbiamo comuni con gli animali sono necessarii, e questo sesto senso, per il quale abbiamo in noi tanta parte di Dio, sarebbe un lusso, un ornamento, di cui si possa far senza? Non così è stato giudicato da’ nostri antichi; ché in tutt’i tempi civili l’istruzione letteraria è stata sempre la base della pubblica educazione. Certo se ci è professione che abbia poco legame con questi studi, è quella dell’ingegnere; e nondimeno lode sia al governo federale, il quale ha creduto che non ci sia professione tanto speciale e materiale, la quale debba andare disgiunta da una istruzione filosofica e letteraria. Prima di essere ingegneri voi siete uomini, e fate atto di uomo attendendo a quegli studi detti da’ nostri padri umane lettere, che educano il vostro cuore e nobilitano il vostro carattere.

***

Non posso meglio conchiudere il mio dire, che parlandovi di un uomo, il quale vi potrei proporre come tipo di quella perfetta concordia ch’esser dee tra lo scrivere e l’operare. Alessandro Manzoni, a cui dobbiamo tante dolci ore passate nella lettura del suo romanzo, ha sortito da natura una eguaglianza d’animo, per la quale tutte le sue facoltà si temperano e si accordano. Vi è in lui la calma e la serenità dell’uomo intero, che lo distingue dall’infelicissimo Giacomo Leopardi, anima scissa e discorde. Questa musica o misura interiore è visibile ne’ suoi scritti e nella sua vita: trovi in lui la modestia del pensiero congiunta con la temperanza dell’azione. Esempio raro di uno spirito semplice e sano in un’età gonfia e malata, dove gli scrittori o ti fanno pallide copie della realtà, come il Rosini, o trascendono in pazze e tumide fantasie, come il Guerrazzi. Il tipo manzoniano è un accordo del reale e dell’ideale in quella giusta misura che dicesi vero. A quelli i quali affermano che la letteratura vi porta fuori del reale in un campo fantastico e immaginario, e che vi toglie il giusto criterio delle cose nella pratica della vita, si potrebbe rispondere con l’esempio del Manzoni, in cui il senso storico o reale è tanto profondo. Sono falsi o incompiuti quei poeti che guardano le cose da un lato solo, e di quello fanno la misura e la ragione del loro ideale. Quantunque il Manzoni sia ne’ particolari dell’invenzione e dello stile mente affatto italiana, pure ne’ fondamenti del suo mondo poetico è umano, o, come oggi dicesi, cosmopolita. Vede le cose con la serenità di un Iddio che abbraccia con vista amorosa tutto il creato; non ci è uomo o cosa ch’egli non alzi in un certo spirito universale di carità e d’amore, in che è posta la sua idea religiosa; e in mezzo alle misere querele di quaggiù risuona la sua voce sempre amica e pacata.

Siam fratelli; siam stretti ad un patto!
(Carmagnola, atto III)

Di che nasce quella sua universalità che gli fa guardare le cose nella loro interezza con sì squisite transizioni, con sì giuste gradazioni di modo, che non ci è altezza tanto superba, e sia anche Napoleone, che non sia levata in quella sfera superiore e ridotta al suo giusto valore. Attirati soavemente in questo mondo sereno, sentiamo tranquillar le tempeste dell’animo, raddolcire i nostri cuori, fuggir da noi tutte le cattive passioni. Sicché possiamo dir del Manzoni quello che fu detto di Schiller, che, se non è il più grande de’ poeti, è il più nobile, il più simpatico, quello a cui vorremmo più rassomigliare.

Vi ho detto così alla grossa quello che mi è venuto in mente intorno ad uno scrittore, del quale a suo tempo vi dovrò intrattenere lungamente. Ma ciò che vi ho detto è bastante a farvi estimare una poesia, che non si trova nella raccolta delle sue opere, che è ignota a moltissimi, e di cui voglio farvi dono quest’oggi. È scritta nel marzo del 1821, quando gli Italiani si levavano da ogni parte per redimere la loro patria dallo straniero; ed è indirizzala a Teodoro Koerner, il Tirteo della Germania, morto sui campi di Lipsia combattendo per il suo paese. Ve la leggerò prima, poi vi farò alcune osservazioni.

MARZO 1821

All’illustre memoria
di
TEODORO KOERNER
poeta e soldato
della indipendenza germanica
morto sul campo di Lipsia

il giorno XVIII d’ottobre MDCCCXXI
nome caro a tutti i popoli
che combattono per difendere
o per riconquistare una patria

ODE

Soffermati sull’arida sponda,
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia c l’Italia, mal più.

L’han giurato; altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol!

Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò?

Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati
Risospingerla ai prischi dolor.
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare,
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d’altrui;
La sua parte servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri ! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito:
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon:
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
«Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l’iniqua ragion».

Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto, che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti ?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì ?

Sì, quel Dio, che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
«Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne, l’Italia li do».

Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio,
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor col segreto matura,
Dove ha lagrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpi spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete;
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, pia vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.

O giornate del nostro riscatto!
O dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno
Dovrà dir, sospirando: Io non c’era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata in quel dì non avrà.

Trovate in questa poesia tutte le qualità che vi ho indicate nel genio del Manzoni. Non è una Marsigliese, neppure una poesia del Berchet, potentissimo de’ nostri poeti patriottici. Ne’ versi di costui sentite una certa profondità di odio che spaventa, la tristezza dell’esilio, l’impazienza del riscatto, e un tale impeto e caldo di azione che talora vi par di sentire l’odore della polvere ed il fragore degli schioppi: qui è il suo genio. La poesia del Manzoni non è solo un inno di guerra agl’Italiani, ma un richiamo a tutte le nazioni civili; la parola del poeta è indirizzata agli Italiani ed ai Tedeschi insieme. In tanta concitazione di animi non gli esce una sola parola di odio, di vendetta, di bassa passione, lontano parimenti da ogni iattanza; non vi è il fremito e la spuma della collera, ma la quieta temperanza di un animo virile. Recherò ad esempio le prime strofe in cui si parla del giuramento. Gl’Italiani non vi sono rappresentati nell’atto della collera, con gesti incomposti, con grida selvagge, con occhi scintillanti; ma in attitudine scultoria, assorti nel nuovo destino, presenti a se stessi e consapevoli, con gli sguardi rivolti al Ticino, come a fatto irrevocabile, parati al sacrifizio, sospinti da dovere e non da inimicizia. Il giuramento non viene da entusiasmo poco durabile, ma da calmo e solenne proposito: onde le ultime parole, che precedute da vanti e da furori produrrebbero il riso, trovano fede ed inteneriscono, come ciò che è vero e sentito :

O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol!

Così i dolori del popolo lombardo sono rappresentati con la sublime semplicità di Silvio Pellico; quanto meno concitata è la narrazione, tanto più solenne è il rimprovero. Il poeta non mira a destare rabbia contro gli oppressori, ma compassione verso gli oppressi; onde in mezzo al clangore delle spade spira non so che di tenero e di flebile che commove senza infiacchirti.

Cara Italia! …
Dove ha lagrime un’alta sventura,
Non ci è cor che non batta per te.
Quante volte sull’Alpi spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!

Sono rimembranze di dolori, d’illusioni, di desidèri congiunte con la fermezza e la santità del proposito; nasce per questo popolo pietà, ammirazione e rispetto.

Tale è il linguaggio nobile che il Manzoni tiene agl’Italiani. Nello stesso tempo egli volge la parola al Tedesco, non come nemico, ma come fratello. Ragiona senza pedanteria; ammonisce senz’acerbità; nel suo rimprovero vi è tanta dolcezza! Mentre il Germano affila la spada contro un popolo oppresso, ei gli fa lampeggiare dinanzi l’immagine di Dio padre di tutte le genti, al cui cospetto i popoli sono fratelli. Mentre il Germano affila la spada, ei gli si presenta tenendo amicamente per mano Teodoro Koerner, diletto da quanti hanno cuore tedesco, il cantore e il guerriero dell’indipendenza germanica. Bel giorno fu quello per il popolo tedesco! Dopo lunga pazienza si leva in armi contro lo straniero entratogli di forza in casa; si ode per i campi risuonare il grido di libertà e d’indipendenza; i governi invitano tutte le nazioni a francarsi dal giogo straniero; nelle battaglie di Lipsia corrono a stormo le genti strette intorno al loro poeta… Manzoni raccoglie queste onorate rimembranze e le rimette loro davanti, rimprovero vivente. Cosi la poesia s’innalza al di sopra degli odi e delle collere terrene, prendendo per base la fratellanza universale, l’eguaglianza di tutti i popoli innanzi a Dio: è la Musa del Manzoni.

Ciò ch’io vi sono andato toccando non è che il concetto nudo e grezzo della poesia. Non è necessario che un argomento sia concepito in questo o quel modo; Berchet, Leopardi, Koerner, Manzoni lavorano la stessa materia con diverso concetto. Ciò che importa è che, stabilito una volta il concetto, l’esecuzione vi corrisponda; il valore estetico di un lavoro procede non dall’idea, ma dalla sua manifestazione. L’idea costitutiva di questa poesia è animata da una libera e felice ispirazione? è vinta la sua natura astratta? la forma, perduta ogni crudità, si è immedesimata con lei?

Miei cari, ora che siamo discesi nel campo estetico, voi sapete il mio metodo. Voi dovete considerarmi come un condiscepolo; noi formiamo una piccola conversazione; ciascuno dice la sua e discutiamo. Io voglio che voi non istiate lì con la bocca aperta e occhi levati a raccoglier le parole dell’oracolo, con niun altro incomodo che d’imprimerle nella vostra mente. Voi dovete avvezzarvi a pensare col vostro capo, a trovare il vero, a sentire la gioia di averlo trovato voi stessi. Perché la discussione sia bene apparecchiata, desidero che due tra voi si leggano e si studiino bene la poesia, e ci dicano il loro avviso. Scelgo a questo uffizio due studiosissimi giovani, un tedesco e l’altro italiano, voi, miei dilettissimi amici, Zuberbühler e Marozzi. Deh! come voi con fraterna comunanza d’idee lavorerete insieme, e come qui, nella libera Svizzera, figli di razze diverse e nemiche e serve in casa loro, strettasi la mano e accomunata l’opera, si hanno creata una patria, possano un giorno Italiani e Tedeschi, fatta la giustizia, abbracciarsi, lavorando per la comune libertà al santo grido:

Siam fratelli; siam stretti ad un patto!

Francesco De Sanctis

Scarica il pdf: Zuberbühler e Marozzi (°puntocritico)

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