Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)

Cecilia Bello Minciacchi

Ogni testo è una concrezione, un grumo denso, una fioritura. L’ultimo libro di poesia di Vito M. Bonito procede lungo la strada della concentrazione di senso e della sottrazione. Fioritura del sangue (Roma, Giulio Perrone, pp. 101), quarto libro di un poeta tanto schivo quanto integralmente dedito alla parola – e al silenzio –, approfondisce con una carnalità primaria il tema della perdita, del sacrificio, della lingua poetica in quanto «dolore innocente». La voce poetica è contigua all’in-fantia, contigua alla morte e alla condizione dell’orfanità che Bonito non si stanca di esplorare, né come studioso – è finissimo lettore di Pascoli –, né come poeta, basti citare il trasparente Campo degli orfani (2000). Nella parola poetica, che è «voce di vagito» e «voce che chiama “madre”», aveva scritto nel Canto della crisalide (1999), nascita e perdita mostrano la loro irrevocabile coincidenza. «Two is the beginning of the end», recita l’epigrafe tratta da Peter Pan di J.M. Barrie. La separazione come principio della fine, con quanto di freudiano questo comporta, oppure, a rileggere tutto il passo di Barrie, l’improvvisa consapevolezza in una bambina di due anni di non poter fare a meno di crescere.

I versi di Bonito, decantati, brevissimi sulla pagina, circondati da un campo bianco che è quello del sudario e del silenzio, sono il contrario esatto della levità. La sua parola è pesante: benché sottoposta all’esercizio del digiuno, a «un esercizio sulla povertà del mondo», diventa un filo a piombo sulla pagina, una sequenza di parole-nuclei, parole-cose, quasi il linguaggio non fosse una convenzione artificiale e le parole avessero tangibilità e concretezza. Non tende all’astratto ma alla fisicità, al sangue e ai «sangui», come declina questa parola vitale in un plurale assolutamente inedito e straniante nella lingua italiana, recuperando una forma già rara nel latino della Vulgata.

Il libro è attraversato da immagini brucianti e riflettenti, ustorie: «specchi», «specchi / pieni di sangue»; ed è percorso da creature in fiamme: «bambina in fiamme», «lucertole in fiamme», «anime in fiamme / lapidi in fiamme». Anche l’assenza brucia:  «quando non ci sei / prendo fuoco / prego / tra le fiamme». Isolato come una sentenza lapidea, un verso sembra condensare compiutamente il senso del libro, e saldare calore e sangue, sangue e luce, incuneando il sangue che fiorisce nel titolo in una oggettiva, lampante rispondenza etimologica: «chioma sangue cometa». Le letture mistiche che certo hanno sostanziato la riflessione di Bonito appaiono tutte arse in una parola materica che ha una concretezza esistenziale, che tenta l’inermità – ovvero la prossimità all’altro – e insieme la violenza. Pur sul limitare del silenzio, là dove la parole è «piaga perfetta», e nella poesia di Bonito può essere e necessitare bianche «garze», Fioritura del sangue è fondato su un dialogo in cui una voce è evocata e tuttavia percepibile nel vuoto ultimo che lascia. L’essenzialità del verso, la morte, è «carnale sottrazione». Il levare ha un peso insostenibile.

Cecilia Bello Minciacchi

[con titolo redazionale «Fioritura del sangue». Bonito, carnale sottrazione, in «alias» – supplemento a «il manifesto», XIII, 38, 25 settembre 2010, p. 22]

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