Recensione a Gabriele Frasca, “Santa Mira” (Le Lettere, 2006)

Domenico Pinto

Con il riaffioramento di Santa Mira, nella collana «fuoriformato» che Andrea Cortellessa cura per Le Lettere, viene dato un tratto di corda alla silenziosa recezione di questo romanzo: il libro appare (dopo l’edizione Cronopio 2001) in una nuova stesura, legato ora alla suite fonografica Il fronte interno dei ResiDante. L’urgenza di elaborazione ulteriore è in quel ricircolo di scritture e sovrascritture che trovano la loro flangia proprio in Santa Mira, dove si saldano altri aspetti dell’attività di Frasca, divenendo simultanei il traduttore il saggista il poeta.

La trama è presto sciolta: Dalia e Gaudenzio hanno due bambini e una formazione universitaria; vivono a Santa Mira, luogo che è Vexierbild, quadro con segreto della città di Napoli; lui si è laureato con una tesi sul campione dell’arte figurativa locale, Gennariello Tarallo, mentre si è addottorato sul padre di costui, il parimenti fantastico Aniello Tarallo, e tenta di allestire per la Soprintendenza presso cui lavora una mostra che li riunisca; lei prepara il concorso a ricercatrice, immersa nella “trilogia ucraina” di Alexandr Dovženko e la prosecuzione inerziale dello studio sulla soap opera Cuori intrecciati (la cui meccanica retorica gioca – con i suoi moduli ricorsivi e le allitterazioni onomastiche – la partita del tempo e dell’eternità, come ogni buona telenovela); il giorno dell’azione, nel quale ambedue tradiscono il coniuge, dimezza i modelli circadiali di Ulysses e Zettels Traum, estendendosi per dodici ore; sottofondo lo zanzario dei media elettronici e dei bombardieri in partenza per la guerra mite della NATO in Serbia; la chiusa, il giorno successivo al ‘prepostero’ 24 aprile 1999, è a sorpresa.

Il libro svolge un reportage dal ‘fronte interno’, l’area di tempesta mediatica scatenata dalla guerra – intesa, nella sua sostanza traumatica, come storia trascendentale del mondo – e dalle forme della comunicazione, dacché nell’orizzonte di ogni tecnologia è la possibilità dell’arma. Gli accadimenti del 24 aprile si compiono con un giorno d’anticipo sul nostro calendario, dislocando la narrazione in una città che mutua il suo toponimo dalla Santa Mira del capolavoro di Don Siegel, L’invasione degli Ultracorpi, archetipo mobile dell’opera. Anche qui come nel classico della fantascienza si assiste al dileguare delle identità, al loro rimpiazzo con copie che vanno verso l’inanimato (sintomatici i titoli di molti brani musicali della suite: La ragazza-ambra, La cosa-padre), i corpi divenuti «puri contrassegni di relazioni» (p. 140), senhal di quel frullatore mediale cui tutti dobbiamo «sussistenza, esistenza, essere» (p. 7). Philip K. Dick, convitato di pietra del romanzo, confermava in una sua celebre lettera l’idea che possa darsi science fiction ambientata nel presente (impossibile denotarla solo come ‘storia situata nel futuro’), purché la dominante sia la realizzazione di un modello predittivo delle società umane. Santa Mira, che forse a questo punto non sarà errato ritenere anche un’opera di science fiction, è il luogo geometrico dove distopia e ucronia si incontrano, se «l’oggi di Santa Mira segna già ciò che sarà di noi domani» (p. 102).

All’arco di questa prosa dalla lunghissima gittata sono sottesi paradigmi trecenteschi – tangibile un dialogo a distanza con il Boccaccio tragico – e l’ipotassi estremamente ramificata procede al recupero della forma (non sarà un caso che a Frasca si debba una reviviscenza della sestina): qui l’osmosi di poesia e prosa spezza la schiena al cursus atonale dei nostri giorni. Nello studio di registrazione dell’indiretto libero, condotto con grande virtuosismo, ci viene mostrato l’autore in corso, che rimbalza fra i pronomi, effettua incursioni nel testo, scosso dalle improvvise accensioni critiche di un umorismo sulfureo, infelice, dal risus purus che procede lungo l’asse semplificato Sterne Pirandello Beckett. Tutto il libro è poi percorso da interferenze di ogni genere, dal «Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira» (Purg. V, 79) – esergo che apre lo spazio del racconto, tendendo, con spettacolare sincretismo, una corda fra Dante e Dick –, al tormentone del cantante Macholino (Mi gusti), al finneganese senza inflessioni dell’incipit («Bzzz bzzz./ Finizio!»), ai contrappunti d’una crestomazia musicale divaricata fra The Residents e Buxtehude. Tale sfera di risonanze consona ovunque, e il lettore è invitato non solo a una ruminatio neomedievale, a leggere «con le orecchie» (secondo l’auspicio di G.M. Hopkins), bensì anche a far suo il programma del libro, a «ritornellare la storia, o magari chiacchierarla […] trasformare i piccoli eventi della storia, di ogni storia, in faccende, in qualcosa che non abbia niente di chiuso» (p. 195). Il romanzo ridiventa così non solo un genere letterario ma un metodo di lavoro, una forma di analisi del presente e delle sue fonti che rende Santa Mira un’opera aperta a ogni futuro, successivo attraversamento.

Domenico Pinto

Da: “L’Indice dei libri del mese”.

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