Sulla neve: tre affondi

Italo Testa

1.

Le tecnologie biometriche si occupano della identificazione e della re-identificazione del vivente sulla base di dati biologici : l’impronta digitale o palmare, la conformazione dell’iride, la struttura del volto, la frequenza della voce…  Ma anche la poesia è un’arte biometrica ante litteram. Una tecnologia dell’identità, perché attraverso la parola e la sua scansione l’uomo, come vivente, registra la sua presenza e si rende rintracciabile nel silenzio stellare. La poesia, a differenza delle tecnologie biometriche contemporanee, non procede unicamente a quantificare e digitalizzare i dati biologici. La poesia è invece un’arte biometria arcaica, mossa da una tensione trasfigurante: una biologia della voce, che dà corpo e forma al grido primordiale. Non si tratta, in questo caso, di registrare passivamente delle identità date bensì di misurarle ed articolarle. Qui si manifesta un’ambiguità irresolubile: la volontà di dare forma all’esperienza, in ogni espressione poetica riuscita, si rovescia nel riconoscimento di una forma già presente, che tuttavia non può essere senza la voce che la mette in salvo. Questa scansione dell’esistenza trova la sua unità di misura nel verso. Pertanto la poesia è sempre metrica: misurazione del respiro. Un’arte plurale, perché molteplici sono le forme e svariate le misure che possono catturarle: come reti gettate nel mare dell’esperienza, ciascuna delle quali lascia emergere qualche cosa di diverso.

2.

La riflessione non gioca un ruolo preponderante nella creazione poetica. Naturalmente pensieri o argomentazioni possono essere contenuti nei versi: pensiamo ad esempio alla canzone, che nella nostra tradizione ha accolto nel suo sviluppo ragionamenti anche complessi. Ma questi rappresentano solo una materia della poesia e non la sua forma. D’altra parte chi volesse ridurre la poesia a mera intuizione finirebbe fatalmente per perderne di vista la peculiarità. La sistemazione precisa degli elementi del testo, la disposizione delle parole, la configurazione sonora, e tutti gli altri aspetti imprescindibili dell’artigianato poetico, non si risolvono in un attimo ma si sviluppano nel tempo: un’intuizione che riluce, si sfrangia, si definisce, e infine si lascia cogliere in una visione perspicua. E’ come visione – visione morfologica – che meglio si lasciano comprendere il meccanismo della creazione e le ragioni del testo.

3.

Che cosa può contenere un poema? Non l’idea dell’acqua ma la sua sonorità, la fisicità del fluire. L’acqua è l’elemento liquido dei versi. E il mare della poesia non è solo quello della mente, invasa dai pensieri o quello della pagina bianca, attraversata dai segni: è anche l’acqua che avvolge la figura del nuotatore, la massa equorea del sonno. Qui non c’è una ‘valenza filosofica’ sottesa, un significato da decifrare, un rebus da sciogliere, una roccia sotto la neve, proprio perché l’espressione poetica vale per sé stessa e non è l’ancella di qualche altra forma di sapere: è la neve stessa che conta, il riflesso abbagliante delle cose, l’inganno suadente delle forme. Che la via dell’inferno sia lastricata di buone intenzioni si lascia dire anche a proposito della poesia, la cui aspirazione paradisiaca non può essere certo soddisfatta dall’intenzione di comunicare qualcosa, di veicolare un significato profondo. In poesia, in fondo, non c’è altro che superficie.

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