Mese: maggio 2011

Le tante strade della poesia dei marginali

Marco Giovenale

Avagliano ripubblica un’antologia ormai introvabile: Dal fondo. La poesia dei marginali, curata da Carlo Bordini e Antonio Veneziani (pp. 192, Euro 13). A distanza di trent’anni – tanti ne sono passati dalla prima edizione Savelli – va detto che poche cose come le parole del margine hanno altrettanto e anzi maggiore bisogno di essere cercate daccapo, (ri)ascoltate, diffuse, amplificate. Anche a contrasto con la stanchezza e la sordità sia dell’ambiente poetico sia del tessuto sociale aggredito e ridotto (proprio in questo trentennio) in brandelli isolati, muri muti.

È forte precisamente il valore politico di questa ristampa. È un libro necessario quanto la voce non corale né prevedibile dei molti che vi compaiono: innanzitutto gli autori (anonimi o chiusi in un nome di battesimo): tossici, folli, bambini, emarginati. Ed è sottoscrivibile l’analisi dei curatori, che firmano una prefazione da considerare ancora oggi un esempio di onestà, senza «esaltazione acritica» né «paternalistico compiacimento». La poesia dei marginali è «spesso povera di immagini e di musica» – scrivono – tanto quanto è «atto di vita» e «gesto», ovvero segno non vinto e insieme disperato di chi ha alle spalle le visioni del ’68, in frantumi, e si trova nel freddo della violenza, di quel veleno bianco che chiude gli anni ’70 e inaugura non a caso un decennio di restaurazione e Spettacolo.

Nelle pagine di Dal fondo, come in una serie di fotogrammi notturni, si leggono via via – divise in sezioni – poesie di omosessuali, eroinomani, prostitute/-i, carcerati, pazzi, militanti, donne, bambini, operai. Chiudono il libro alcune postfazioni o annotazioni di Renzo Paris, Laura Di Nola, Riccardo Reim, Ivana Nigris, Gino Scartaghiande, Enza Troianelli, Djami, Marzia Mealli, Roberto Roversi. Continua a leggere “Le tante strade della poesia dei marginali”

Recensione a Il Suicidio di Holly Parker di Andrea Leone (2008)

Lorenzo Chiuchiù

«Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia», scrive Camus. Lo stesso quesito decide anche della letteratura: se in gioco non c’è la vita, allora non è che decorazione e chiacchiera. Il suicidio di Holly Parker di Andrea Leone (Lampi di stampa, Milano 2008) costruisce una sorta di tribunale che chiede l’impossibile: chiede ragioni alla vita. Continua a leggere “Recensione a Il Suicidio di Holly Parker di Andrea Leone (2008)”

Nota critica a “Profanerie private” di Natalia Bondarenko (Guarnerio, 2010)

Federico Federici

I quattro momenti in cui si articola Profanerie private ne sottendono solo esteriormente la struttura, ponendosi a macroscopica scansione di un vissuto inquieto, fondato su un “da vivere” più denso, buono a formulare ex novo l’intera vita. Il terreno è già segnato dalla scrittura, ma ancora non consolidato, tenero alle radici, mobilissimo. Sarebbe grossolano errore considerarli alla stregua di segnalibro in uno schedario, in un diario ordinato nel quale si riportano con metodo temi e tempi, secondo un’evoluzione lineare, dispiegata. Casomai, nei continui slittamenti, nelle ellissi temporali, si potrebbe richiamare l’improbabile protocollo cronologico allestito altrove da un’altra poetessa russa, Dar’ja Suchovej, («ammettiamo che sia martedì», «diamoci arie che sia giovedì» etc.), per raggruppare “scriteriatamente” l’esperienza, accumulando materiali e citazioni nella dialettica reperibilità-deperibilità del tempo.
I testi antologizzati non sono in traduzione, ma scritti originariamente in italiano, messi dunque a lungo in discussione nei loro minimi termini.
In questa prova con una diversa madre-lingua, madre-matrigna, Continua a leggere “Nota critica a “Profanerie private” di Natalia Bondarenko (Guarnerio, 2010)”

Recensione a Andrea Raos, “Le api migratori” (Oèdipus, 2007)

Domenico Pinto

Dopo il volume Aspettami, dice (Pieraldo 2003), in cui erano adunati i versi del decennio 1992-2002, Andrea Raos, yamatologo vagante e propulsore, dal blog collettivo Nazione Indiana, di tanta poesia contemporanea, ha chiuso in libro il disegno di un epos fantascientifico in cinque tempi: Le api migratori (Oèdipus, collana «Liquid», pp. 136, € 10,00). Scheggiato via da un filone quasi esaurito, che ha l’archetipo nel film The Swarm (1978), Le api ricava dai topoi cinematografici la propria armatura narrativa; tuttavia, come spesso è dichiarato ad incipit dei ‘film di mostri’, si tratta d’una storia vera: nel 1956 furono importate in Amazzonia dall’Africa, allo scopo di creare una specie più produttiva, api da ibridare con quelle locali. Una mutazione produsse le cosiddette «api assassine», che fuggirono dal laboratorio e migrarono verso nord, risalendo il continente americano fin nel cuore del Nevada, per seminare il panico fra la popolazione. Da questa sinopia Raos avvia un’intensa riflessione sull’era della tecnica e sulle meccaniche che incessantemente distruggono e riformano i tessuti della società. La prospettiva sarà, ancora una volta per speculum in aenigmate, quella degli api militari – con forzatura morfologica già nel titolo, dove è grammaticalizzata la mutazione – pronte a eseguire quanto inscritto nel loro DNA: nella parte prima (Api-muta. Inverno, autunno) lo sciame è agito dal raptus micidiale («Ed ora che passato / passava tutto, intero, per intero, / e su ciò che diventa, si avventa»), ossessione di consonanti liquide («Terra, terra, terra tremante, terrosa, terra / trema, trova, terra, torrente, torre, terragna, terra / tirata, tratta, stretta, terra, terramara / erra, rena, nera, nero, era») che d’improvviso comunicano a distanza con le «fere», i delfini mana di morte in Horcynus Orca («Che freme, fera, e che pertugio, che si inclina, nera, che si incrina, sfera»). All’interrogazione verso l’origine, il cui apologo è tracciato dalla Favola delle api («Ma come è cominciato, che divisi? / Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio») seguirà la splendida sezione del Dialogo delle api con Marco Anneo Lucano, dove vengono rifusi moduli della Farsaglia, alimentando, attraverso un altro Vexierbild, i quadri con segreto della nostra contemporaneità. Per questa «iniezione del fantascientifico nel testo lirico» (secondo una felice formula di Gherardo Bortolotti), per gli esiti raggiunti da una frantumazione melodica e sintattica sagomata sul pensiero dell’alterità assoluta, serrati nel suo orizzonte i furori della PlayStation e i romanzi di Hans Henny Jahnn, Le api migratori rappresenta veramente un unicum nel nostro scenario poetico. «Non è niente nascere: è un cominciare, un fremere, un cominciare a fremere. / Trema, premere. / E non sa niente crescere, non crede a niente. / È fruscìo di qualche onda. / Mentre scrosciano gli anni / simula il dissimile / questo frusciare d’onda. E intanto il sempre uguale / che chiamato fiato».

Domenico Pinto

[già in “Alias”, sabato 9 febbraio 2008, Anno 11 – N. 6 (493)]

Novella Bellucci: Leopardi e il femminile, o dell’umana fragilità

di Elisa Donzelli

Che cosa può essere avvenuto nella mente di Giacomo Leopardi quando, nei primi mesi del 1820, è costretto a rigettare – contro la sua volontà – una canzone tutta dedicata al genere femminile e nata per denunciare lo scempio avvenuto sul corpo di una giovane donna? A questa domanda ha tentato di rispondere Novella Bellucci raccontando, in una recente miscellanea di alcuni dei suoi più noti saggi leopardiani, una storia di fragilità e di espulsione (Il “gener frale”. Saggi leopardiani Marsilio 2010, pp. 192 euro 18). Espulsione in primis di una creatura poetica, la lirica Nella morte di una donna che il vigile Conte Monaldo aveva considerato davvero troppo scomoda per l’ambizioso progetto di pubblicazione dei Canti del figlio prodigio. Quei versi ancora informi, ma fratelli di un autentico desiderio di verità, narrano la vicenda di una ventiquattrenne due volte sottoposta a violenza: per colpa dell’abuso di un seduttore e per via dell’errore di un chirurgo complice e artefice di un’infausta pratica abortiva. Accanto a Per una donna inferma, il testo è noto alla critica come una delle due canzoni “rifiutate” dedicate, di nome e di fatto, a storie di rigetto di vita. A un fallimento doppio (della natura sull’uomo e dell’uomo sulla donna) la studiosa fa risalire il seme biologico e insieme letterario del pensiero di Leopardi sull’amore. Bersaglio di una violenza negata “la figura femminile assurge a simbolo della fragilità esistenziale degli esseri”, “paradigma dello stato frale dei viventi”. Alla coppia delle “rifiutate” vengono affiancate poi, con le dovute differenze, le gemelle canzoni “sepolcrali” Sopra il ritratto di una bella donna e Sopra un basso rilievo antico sepolcrale: la prima come messa in scena della macabra corruttibilità e deperibilità del corpo femminile, la seconda come atto dovuto a una giovane morente “rappresentata sulla soglia tra il vivere e il morire”. Continua a leggere “Novella Bellucci: Leopardi e il femminile, o dell’umana fragilità”

Non luogo a procedere

Italo Testa

1.

Subito pensa che “luogo” è una parola tra tante, nella selva dei dizionari, che non si impone di per sé, per qualche forza arcana o sortilegio. E poi è una parola segnaposto, che sta per questo o per quello, priva di vita autonoma: una parola zombie. Ma tutto questo come può riguardarlo? In effetti, non lo riguarda, e non riguarda il fare poesia. Quella cosa che chiamiamo poesia non sarebbe tale se fossimo equidistanti rispetto alle parole, come se le guardassimo dall’alto di una torre e potessimo puntarle indifferentemente con il nostro fascio di luce. Bisogna essere disposti a un corpo a corpo con singoli vocaboli. Ci sono dislivelli, parole che impattano, revenants, e soprattutto siamo immersi nella mischia, e spesso ci sentiamo soffocare, ci manca l’aria per via di una parola che occlude il respiro. Tutto questo succede, di volta in volta, tanto che una domanda diretta ci prende di sprovvista: non lo sappiamo, dobbiamo verificare, dopotutto questo fare poesia è una faccenda empirica, opaca, e discontinua, un prepararsi all’invasione. Tra le parole che fanno irruzione vi è anche “luogo”? Setacciando le carte, scopre di averla scritta non più di otto nove volte. Il numero è un indizio? E’ poco? E’ tanto? Si sorprende, però, a realizzare che “Un luogo qualunque” è il titolo di un testo che sta nel suo cantiere da diverso tempo. Stava proprio sotto gli occhi, e perciò invisibile. Prova ad estrarre alcune tessere dalle poesie, a giustapporle, come un disordinato mosaico delle sue parole “luogo”: “un luogo qualunque”, “in qualche luogo”, “ogni luogo”, “in nessun luogo”, e poi le forme interrogative “in che luogo?”, da che luogo?”. Questo è il catalogo. Un campionario dell’indeterminatezza. Di cui forse si soffre, in cui forse si spera,  correndo come a uno slargo, un’apertura di luce che ci minaccia ubiqua, e dove tutto può succedere, cadere qui ed ora. Continua a leggere “Non luogo a procedere”

Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77

Marco Giovenale


1. Corpo, gelo, tempo, oggetti


Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola rassegna di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga – da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori.

Si viene così alla prima parte del titolo. Se parlando della poesia scritta e letta dagli anni Settanta in avanti non sono rari gli accenni a una polverizzazione delle tematiche e delle forme, tale da non permettere di ricondurre i poeti pubblicati nell’ultimo quarto di secolo a contorni troppo minutamente precisabili, è altrettanto vero che per gli autori giovani, ossia per chi giusto in anni di polverizzazione nasceva, si può ora – con esattezza difendibile – parlare di elementi di identità, coesivi di temi e stili. Si possono intravedere anzi vedere somiglianze, tracciare isoipse nel paesaggio variabilissimo delle scritture. Tanto i poeti chiamati in causa quanto i due campi tematici attorno a cui vengono raggruppati meriteranno poi approfondimenti, che qui si sollecitano: anche per ampliare la serie dei nomi in gioco; e per una – del tutto sperabile – estensione dei temi e delle categorie di riferimento.

L’ipotesi avanzata consiste nell’individuare, nel/dal complesso delle voci, alcuni nodi tematici e formali comuni, tra i quali due possono essere per il momento evidenziati: quello relativo a una nuova scrittura antirealistica fredda; e quello di una poesia della visibilità e dicibilità del mondo (senza neorealismo, e senza astrazione). In questa prima sezione Continua a leggere “Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77”

Recensione a Andrea Raos, Le api migratori (Oèdipus, 2007)


Viola Amarelli

All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglio, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.

“Le api migratori” di Andrea Raos (Oèdipus, 2007) “sotto ‘l velame” di un poemetto “allegorico” percorrono un tracciato di ricerca ontologica, e formale,  sull’inesplicabilità del male e – di converso – sull’insensatezza del vivere.

In questa scelta incline al pessimismo cosmico di eco leopardiana e a un esistenzialismo naturalistico  alla  Lucrezio –  presente sottotraccia nel libro – la “fabula”, partendo da un episodio reale, si incentra su: la fuga dal laboratorio di uno sciame di api geneticamente modificate con la loro scia di violenza e morte; la catabasi in un’arnia sotteranea dove, in dialogo con Lucano e il suo Bellum Civile, si ribadisce l’innata curvatura di dominio e di crudeltà presente in tutta la natura, umana e non; l’epifania di due  api “solitarie”  che, in un flusso di elegiaca e lucida autoconsapevolezza, registrano l’inanità dell’amore (non è niente. Un’aria portavoce) a fronteggiare l’orizzonte, di dolore e assurda furia, tipico di una schopenhaueriana volontà di vivere (urla la vita). Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, Le api migratori (Oèdipus, 2007)”

Il cielo è freddo, il cielo non è freddo

Marco Giovenale

La casa editrice Empiria pubblica, per cura di Sara Zanghì, un’antologia di autrici intitolata Fuori dal cielo (Roma 2006, pp.112, euro 12). Vi sono raccolte le poesie di Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Florinda Fusco, Laura Pugno, Veronica Raimo, Lidia Riviello e Sara Ventroni. I nomi sono assolutamente e giustamente noti ai lettori attenti, ma questo libro costituisce davvero una scansione e sinossi utile dei registri e temi e percorsi delle voci.

La diversità tra loro è forte, è percettibile; e allo stesso tempo si avverte una tensione spiccata – davvero in tutte le sette scritture – verso fisicità e segno materico, o meglio verso le gerarchie e antigerarchie e gli shock e ferite del soma, della parola interdetta e interrotta dove è il corpo a essere offeso, convocato, interpellato.

Corporeità e quasi ‘gestione’ oggettuale della vita biologica non da ieri brillano nei testi della poesia contemporanea, specie italiana. Del tutto pertinenti, a questo proposito, le osservazioni di Andrea Cortellessa in margine ai racconti di Laura Pugno; o a proposito della scrittura  di Elisa Biagini (in Parola plurale, Sossella, 2005), in tema di condizione post-umana, e di (percezione del) corpo come accumulo incongruo di elementi irrelati, frammenti di input negativi, sofferenza. Non a caso durante RomaPoesia 2005 era sembrato del tutto opportuno parlare di una declinazione o inclinazione “fredda” della poesia contemporanea (presente in pratica quasi tutte le scrittrici fin qui nominate). Continua a leggere “Il cielo è freddo, il cielo non è freddo”

Walter Binni tra poetica e politica

Rino Genovese

Sotto il titolo La disperata tensione Lanfranco Binni ha raccolto e introdotto per Il Ponte editore una scelta di scritti essenzialmente politici del padre Walter, apparsi per lo più in periodici e fogli di battaglia oggi dimenticati. Ed è un regalo bellissimo che ci ha fatto. Perché Binni non fu soltanto lo studioso di letteratura (cioè l’indagatore anticrociano della poetica intesa come contesto etico, politico, ideologico, anche umanamente psicologico, da cui l’opera dei poeti prende nutrimento) che quelli della mia generazione impararono a conoscere fin dal liceo; ma anche un militante socialista a tutto tondo, tanto più interessante per la riflessione storica quanto più lacerante e ‘disperato’ fu il suo impegno, come oggi retrospettivamente, a giochi fatti, non può che apparirci quello di un esponente autentico del socialismo italiano.
Binni appartiene a quella leva di giovani intellettuali (si era formato alla Normale di Pisa) che avevano compiuto il loro ‘lungo viaggio attraverso il fascismo’ approdando a una coscienza decisamente antifascista. Nel suo caso ciò era avvenuto anche sotto l’influsso dell’amico, perugino come lui, Aldo Capitini. Da questi Binni aveva appreso sia il nesso inscindibile tra radicalità antifascista e socialismo, sia la centralità della questione della ‘libertà nel socialismo’ come prospettiva antistalinista e insieme non socialdemocratica tipica della concezione ‘liberalsocialista’ (il termine fu introdotto da Capitini per essere, come si sa, immediatamente ripreso da Guido Calogero). Di questa tendenza Binni rappresentò fin da subito, senza ambiguità, l’anima di sinistra: al punto da non aderire al Partito d’azione, dove la maggior parte dell’esperienza liberalsocialista confluì, ma a quel Partito socialista del 1944, risorto con il nome di Partito socialista italiano di unità proletaria al momento della fusione con il Movimento di unità proletaria di Lelio Basso. Nella sostanza questa posizione politica si poneva l’obiettivo non già di una democrazia progressiva alla Togliatti, e neanche di una rivoluzione democratica di marca azionista (le due proposte, al di là delle pur non trascurabili differenze, avevano molto in comune), ma di una rivoluzione sociale proletaria da attuare, però, in una chiave luxemburghiana e non leninista. A posteriori, come si vede, una vera e propria quadratura del cerchio. Continua a leggere “Walter Binni tra poetica e politica”

Postfazione a Ivan Schiavone, "Enuegz" (Onyx, 2010)

Caterina Venturini

Partire in viaggio con Ivan Schiavone potrebbe significare arrestarsi dopo pochi passi dall’ultimo saluto, se non si accetta l’opportunità di sperimentare un circolo di false partenze e ponti saltati, sul terreno di una lingua che il poeta affabula senza voler dominare fino alla meta. La prospettiva è quella benjaminiana di un’opera che può essere scritta, senza averne composto nemmeno una parte, non una sola senza la contaminazione di altre (parole e omissioni), del loro rumore di fondo che sguscia come identità notevole da panorami asfittici, rituffandosi poi in un vuoto mai afasico, mai solo perlustrativo, non solo canceroso, non solo edulcorato, ma molto perturbato.

Del resto la scelta del titolo, dall’enueg di beckettiana memoria e a risalir più indietro, dall’antico elenco provenzale di noie e lamentazioni, riporta da subito a una visione rallentata in cui l’azione posticipa indefinita e divinatoria senza possibilità vera di accadere. Continua a leggere “Postfazione a Ivan Schiavone, "Enuegz" (Onyx, 2010)”

Il declino del romanzo

Giorgio Mascitelli

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in suo intervento in occasione del convegno internazionale L’immaginario contemporaneo, tenutosi a Ferrara nel maggio del 1999, ha lamentato la tendenza di molta parte della letteratura contemporanea a porre come oggetto dei propri interessi la famiglia. Naturalmente Yehoshua non criticava certo l’attenzione tout court alla famiglia, che come tutti sanno può vantare una tradizione letteraria nobilissima, quanto il fatto che  “In queste opere [ quelle della letteratura contemporanea] la famiglia non è un’entità politica e sociale, diventa piuttosto un elemento sostitutivo della critica sociale”. In altri termini la centralità tematica della famiglia sarebbe un palliativo per una letteratura sempre più incapace di affrontare il lavoro di scavo e conoscenza della società e del senso della storia che la tradizione occidentale le assegna. Continua a leggere “Il declino del romanzo”

La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta

Stelvio Di Spigno

1. Adolescenza di un fenomeno.

Trovarsi davanti al volume Inferno minore di Claudia Ruggeri [1], vuol dire, nello specifico, affrontare una sorta di Moloch gigantesco, inafferrabile, dotato di poteri quasi sovrannaturali e per questo ancora più terribile e sconvolgente: e lo specifico di cui parlo è un tentativo di lettura critica, ancorché provvisorio e superficiale, e di quando in quando fuorviato dall’enorme massa di informazioni che occorrono per tentare di creare una mappa delle funzioni letterarie e psichiche di questa scrittura. Il libro riassuntivo che raccoglie le sue poesie giovanili insieme all’unica raccolta compiuta dell’autrice, introdotto da un commosso e lucido intervento di Mario Desiati, è una sorta di monumento all’oscurità e alla grandezza di una scrittura che ha rischiato, nell’arco di circa dieci anni, di finire nell’oblio, se non fosse stato lo stesso Desiati a riproporla con forza all’attenzione nazionale nel 2006 con una sezione monografica apparsa sul numero 28 di «Nuovi argomenti». Della Ruggeri si sa poco. La sua breve vita non consente, per fortuna, facili e oziosi collegamenti tra la sua produzione letteraria e momenti più o meno significativi della sua esistenza, terminata tragicamente a 29 anni nel 1996. Ma non è detto che questo sia un male. Possiamo affermare che senza la melensa annedotica e i tentativi di ricomposizione biografica che si sviluppano incontrollatamente in questi casi, la sola attenzione sui testi non possa che giovare alla causa.

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Recensione a Laura Pugno, "il colore oro" (Le Lettere, 2007)

Cecilia Bello Minciacchi

«Sei un corpo / adesso più di ogni altro corpo»: leggere il colore oro di Laura Pugno dà propriamente questa sensazione. Essere un corpo più di ogni altro corpo: verso dopo verso la sensazione si acutizza, si fa pervadente e diventa coscienza. Il colore oro, dall’eponima sezione centrale, è apparso per Le Lettere (Fotografie di Elio Mazzacane, Prefazione di Stefano Dal Bianco, Postfazione di Marco Giovenale, Firenze, 2007, pp. 170, Euro 20,00) con breve anticipo sul romanzo della stessa Pugno pubblicato da Einaudi, Sirene, altrettanto corporeo e impressivo per sensualità e crudezza. Peculiare della collana “fuoriformato”, in sesta uscita con il colore oro, al codice letterario stricto sensu se ne accompagna un altro, in questo caso le foto di Elio Mazzacane. Il testo nuovo che così viene a comporsi conta su una visività amplificata, quella delle immagini poetiche – vivide, polite e algidamente inappellabili – e quella delle foto – materiche esse pure, snodantesi tra superfici marmoree in dettagli netti e ieratiche gestualità in primo piano: mani con ciotole, mani grondanti colore (oro/arancio/rosso). I due piani espressivi, che si rispondono in dialettica senza sovrapporsi né solo inseguirsi, concorrono a costruire un’opera emblematica, straordinariamente percorribile in piani e volumi, in chiari e scuri. Il dettato poetico è fisico, essenziale e paradossalmente scabro nella sua assoluta levigatezza. La successione delle situazioni narrative, perché anche di narrazione poetica qui occorre parlare, è fluida quanto ellittica, fondata su nuclei e personaggi spesso ritornanti e carichi di valenza iconografica e attanziale. Il colore oro ha grande compattezza tematica oltre che stilistico-ritmica, e tuttavia ha sfumature cangianti, passi che slittano trascorrenti, smottamenti lievi che danno inquietudine. Sotteso a un libro così solido e coerente – unitario eppure articolato nei tre poemetti hacker/aidoru, il colore oro, descrizione del bosco – sembra essere il principio della variatio. Oggetti e personaggi ritornano ma in declinazioni minimamente varianti: da un lato si stagliano icone – figure potenzialmente idolatriche (si pensi alle idol giapponesi alluse in eco, si pensi alla «bambina-aidoru», alla «ragazza-dea») –, dall’altro il ritmo si fa ipnotico e attinge una qualità onirico/visionaria già denunciata dall’autrice nei racconti, intensissimi, di Sleepwalking (Sironi, 2002). Toni rituali e inquadrature da vaticinio non evadono nella trascendenza: «qui non si dà religione», scrive Giovenale in postfazione, siamo in «terreno franco, laico». A dirlo è la materia, l’aderenza del corpo alla terra, la tangibilità enigmatica dei versi. Ma sono anche i primordia – uovo, pane, latte, cerchio, pelle –, i colori campiti in arancio brillante (la polpa di riccio, il tuorlo, le arance), in verde («verde-fuoco nel verde») e in bianco (il «riso cotto nel latte» o il pane ridotto a bolo sulla lingua), l’esattezza del gesto poetico come tiro d’arco o di scherma. Perfezione di una mira che non tende alla finitezza del centro ma a un’accortissima percezione.

Cecilia Bello Minciacchi

[con titolo redazionale, Il corpo impresso nelle poesie di Laura Pugno, in «alias» – supplemento a «il manifesto», X, 44, 10 novembre 2007, p. 23]