Il declino del romanzo

Giorgio Mascitelli

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in suo intervento in occasione del convegno internazionale L’immaginario contemporaneo, tenutosi a Ferrara nel maggio del 1999, ha lamentato la tendenza di molta parte della letteratura contemporanea a porre come oggetto dei propri interessi la famiglia. Naturalmente Yehoshua non criticava certo l’attenzione tout court alla famiglia, che come tutti sanno può vantare una tradizione letteraria nobilissima, quanto il fatto che  “In queste opere [ quelle della letteratura contemporanea] la famiglia non è un’entità politica e sociale, diventa piuttosto un elemento sostitutivo della critica sociale”. In altri termini la centralità tematica della famiglia sarebbe un palliativo per una letteratura sempre più incapace di affrontare il lavoro di scavo e conoscenza della società e del senso della storia che la tradizione occidentale le assegna. Se avviciniamo queste considerazioni di Yehoshua alle sue altre fatte proprie da Angelo Guglielmi e relative alla “democrazia che uccide il romanzo”, ma sarebbe più utile forse specificare con la vecchia formula marcusiana di democrazia repressiva, è possibile allargare ulteriormente il discorso. Infatti più in generale il romanzo sarebbe destinato ad un inarrestabile declino perché sono venute a mancare le condizioni sociali ed antropologiche che hanno consentito la grande stagione ottocentesca del genere romanzo e la sua fertilissima crisi di inizio secolo. La società dei media e del benessere diffuso invaliderebbero quelle condizioni di esperienza che resero possibile la nascita di romanzi in cui l’intreccio e i caratteri dei personaggi implicavano o addirittura costituivano una ricerca di senso del mondo. La cosa più interessante è che questa prospettiva, pur rimandando implicitamente ad un’idea di romanzo come parte di una totalità o di un processo, è legata anche ad un senso di perdita di una ricchezza o addirittura ad un’idea di morte del romanzo, come afferma Angelo Guglielmi. Infatti vi è in Yehoshua una marcata consapevolezza della perdita della dimensione culturale della forma romanzo. Non è naturalmente quella di Yehoshua l’unica voce autorevole che si è levata a riflettere su tale situazione  negli ultimi anni. Tra tutte queste riflessioni è particolarmente significativa quella fatta da Cesare Segre che, pur partendo da presupposti teorici diversi, poiché parlando di crisi della polifonia situa il suo discorso a livello di storia formale del genere anziché a livello di funzione socioculturale, giunge ad approdi non inconciliabili con quelli dell’autore israeliano. In particolare vale la pena di ricordare quanto dice lo studioso nei suoi Preliminari a Intreccio di voci: “E’ in gioco la situazione stessa del romanzo, in rapporto col mutare della concezione del personaggio, anzi del soggetto in generale. La regolamentazione delle voci nella polifonia romanzesca, per esempio, non è più osservata, dopo la decadenza e il discredito del narratore onnisciente. Meno spesso che in passato ci si azzarda a riferire sui pensieri del personaggio, frequentemente la sua stessa autonomia è messa in forse. La realtà inventata appare enigmatica e nebbiosa, mutilata, e l’impegno non si applica più a descriverla, ma ad afferrarne qualche brandello o a mostrarne i riflessi nella percezione, anch’essa oscillante, dello scrittore.”. Dunque anche per Segre il romanzo registrerebbe una ritirata verso i territori di un io separato ed autoreferenziale, essa però consisterebbe tutta in una perdita della capacità di fare entrare le voci della società a vantaggio di una scomposizione in varie forme della sola voce dell’autore.

Ora posizioni come quella di Yehoshua e di Segre, pur diversissime tra loro per molti aspetti, hanno in comune una premessa, un non detto che è l’esistenza di uno spazio euristico del romanzo che oggi sarebbe in crisi. Segnatamente per Yehoshua  questa crisi dipenderebbe , come detto, da mutate condizioni storiche e sociali, per cui si potrebbe dire che la crisi del romanzo è in qualche misura la crisi del suo statuto sociale come luogo di conoscenza. Infatti quando Yehoshua afferma che nessuno degli scrittori della seconda metà del secolo raggiunge la grandezza dei giganti della prima metà, mi sembra che dica che nessuna delle opere di costoro ha scoperto o prodotto cambiamenti radicali di percezione della realtà; tuttavia producendo ogni epoca un suo senso, delle sue scoperte, ne segue che o queste si sono avute in altri campi, magari non artistici, oppure che non vi è stata alcuna innovazione significativa delle conoscenze di una società e dunque la crisi è di questa ultima. Va inoltre ricordato che tale crisi di statuto sociale viene ravvisata per la prima volta da Benjamin parlando di Baudelaire e dunque affonderebbe le sue radici proprio nella società che vive l’epoca d’oro del romanzo.

Uno dei motivi che rendono questo contributo di Yehoshua molto stimolante è che in molti altri autori tale situazione del romanzo non è vista come crisi oppure è vista come una condizione ineluttabile, da accogliere senza particolari rimpianti; d’altro canto nel dibattito letterario riflessioni sulla condizione postuma della letteratura, sull’attenuazione o scomparsa della divisione tra letteratura alta e bassa, sul romanzo come seria attività artigianale che si giustifica sul piano del mercato e sul valore estetico della letteratura di genere sono all’ordine del giorno. Eco di questo tipo di discussioni si possono trovare in un recente pamphlet di Luigi Malerba Che vergogna scrivere, quando affrontando il problema dell’immortalità dell’opera letteraria lo scrittore  dice: “Insomma ci si domanda se la nostra epoca con i suoi malesseri e malanni verrà ‘letta’ attraverso il filtro, poniamo, di un Carlo Emilio Gadda o di un Robert Musil o piuttosto attraverso la vastissima oleografica superficie di carta stampata che inonda o avvolge il mondo. Se riflettiamo un momento, quanti lettori riusciranno più a capire Gadda a distanza di qualche secolo? Che cosa succede quando uno scrittore opera in quella che Bachtin in Estetica e romanzo definisce la sua lingua unitaria ‘senza distanza, senza rifrazione, senza riserve’, perfettamente cosciente del fatto che ‘non è universale e indiscutibile’? Si direbbe che quanto più lo strumento linguistico di uno scrittore è soggettivo e specifico rispetto al suo tempo e ambiente, tanto meno risponde a quella domanda di una comunicazione futura che dovrebbe proiettarne l’opera nella prospettiva storica.”. Naturalmente Malerba paventa un rischio del genere, ma come molti lo trova verosimile. Ora ciò che è più interessante di queste righe per il discorso attuale è notare lo scivolamento, non dovuto certo all’autore del passo citato, della nozione di “opera eterna” ( che virgoletto ed ovviamente uso nell’accezione più semplice di opera degna di essere tramandata) dal piano conoscitivo dell’influenza sui lettori attraverso la proposizione di modelli di mondi, l’invenzione formale e l’apertura di nuove dimensioni artistiche a quello sociologico del numero di lettori medi del futuro raggiunti; è questo tra l’altro un fenomeno contrassegnato da una curiosa aporia, perché si assiste all’ipostatizzazione sul piano della durata storica di un valore ( quello dell’importanza di un’opera a seconda della sua diffusione quantitativa) tipico di una determinata fase storica, operazione tra l’altro condotta  in nome di un atteggiamento laico, storicizzante ed antimetafisico. Questo tipo di confusione o incertezza che regna sulla natura e la funzione dell’opera letteraria e che rimanda a quell’insieme di questioni che va sotto il nome di problematiche postmoderne, potrebbe anche spiegare il ripiegamento intimistico del romanzo denunciato da Yehoshua. In altri termini la crisi dello statuto conoscitivo del romanzo, e più in generale di tutta la letteratura, lascia oggettivamente spazio ( e con oggettivamente si vuole dire a prescindere dalle pressioni del mercato editoriale) ad un tipo di narrativa che si considera senza alcuna precauzione come puro veicolo di espressione ed analisi dei sentimenti e della famiglia, privo di qualunque legame storico culturale.

Ma al di là di queste considerazioni resta il nudo dato che, come ricorda Angelo Guglielmi, Yehoshua pone in evidenza: nella seconda metà del secolo non si trova nessuno scrittore ( ed anche se se ne trovassero uno o due, la questione non cambierebbe) di grandezza paragonabile ai maestri della prima metà del secolo. Tale rilievo nella sua crudezza rimanda a due domande, a due ordini di questioni. La prima questione nasce dal fatto che, come detto, la crisi del romanzo sarebbe dovuto ad un modificarsi di determinate condizioni sociali; ora se queste condizioni riguardano i personaggi nella loro tipicità sociale e gli autori stessi, è possibile che coinvolgano anche il pubblico. In questo senso ciò che occorre domandarsi è se esista oggi un pubblico ( non un insieme di lettori individualmente presi, ma il pubblico come entità se non detentrice di un gusto dominante, almeno come ambito di discussione) in grado di apprezzare il ‘grande romanzo’. Se si pensa alle osservazioni che fa Remo Ceserani in Raccontare il postmoderno, un libro francamente indispensabile per affrontare tale tipo di questioni oggi, su fenomeni come il cult o il camp è lecito dubitarne.In particolare è molto significativo il fenomeno del camp che, tendendo a spostare il punto focale dal tipo di opera che viene fruita ( nella modernità la cultura di massa è per il pubblico di massa, l’opera di avanguardia per le élites; nel postmoderno tutti consumano lo stesso tipo di opere, solo alcuni ingenuamente, altri “consapevolmente”) al modo in cui si fruisce, sposta il piano centrale dell’approccio dalla comprensione e dall’impatto straniante dei linguaggi e dei contenuti a una ricezione socialmente gratificante dell’opera stessa. Ma in questo modo con il camp si liquida lo spazio per un’esperienza conoscitiva legata alla fruizione estetica, infatti si può avere un atteggiamento di ironia e nonchalance solo verso ciò che si conosce già. D’altronde è lo stesso Yehoshua a rendere possibile una lettura del genere con la formula “la democrazia uccide il romanzo”. Ma questa situazione di difficoltà, di isolamento e di estraneità rispetto al pubblico, è questa la seconda domanda, in cosa differisce da quella in cui si muovevano i grandi scrittori modernisti di inizio secolo? Ovviamente si potrebbe rispondere che all’inizio del secolo esisteva un pubblico borghese detentore di un gusto da bersagliare e l’industria culturale era alle prime armi, ma in fondo questo è sempre stato più un problema di Marinetti che di Joyce, se è permessa la facile ironia. Una risposta è sicuramente offerta da Angelo Guglielmi che ritiene chiuso ogni spazio sociale per il romanzo e dunque inarrestabile il suo declino, mentre Ceserani sembra propendere, pur in una situazione caleidoscopica e mescolata come quella attuale, per l’esistenza di spazi individuali attraverso la consapevolezza e l’ironia postmoderne. Insomma la discussione è aperta. E tuttavia, chiudendo, non sarà inopportuno ricordare che se la società attuale sembra negare il romanzo come luogo di conoscenza, questo non significa che la crisi dello statuto sociale di un sapere investa automaticamente anche il suo valore conoscitivo, anzi la storia, qualora non finisca, è piena di esempi di saperi dapprima socialmente rifiutati e poi recuperati.

Giorgio Mascitelli

[ già in «il verri», 2002 ___ ]

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