Postfazione a Ivan Schiavone, "Enuegz" (Onyx, 2010)

Caterina Venturini

Partire in viaggio con Ivan Schiavone potrebbe significare arrestarsi dopo pochi passi dall’ultimo saluto, se non si accetta l’opportunità di sperimentare un circolo di false partenze e ponti saltati, sul terreno di una lingua che il poeta affabula senza voler dominare fino alla meta. La prospettiva è quella benjaminiana di un’opera che può essere scritta, senza averne composto nemmeno una parte, non una sola senza la contaminazione di altre (parole e omissioni), del loro rumore di fondo che sguscia come identità notevole da panorami asfittici, rituffandosi poi in un vuoto mai afasico, mai solo perlustrativo, non solo canceroso, non solo edulcorato, ma molto perturbato.

Del resto la scelta del titolo, dall’enueg di beckettiana memoria e a risalir più indietro, dall’antico elenco provenzale di noie e lamentazioni, riporta da subito a una visione rallentata in cui l’azione posticipa indefinita e divinatoria senza possibilità vera di accadere.

L’opera si configura in due parti: il poemetto La conta dei giorni del 2009 (scritto per ultimo ma situato per primo) e di seguito il lavoro eponimo Enuegz (2007-2009), composto da testi eterogenei e sistemato in due ulteriori composizioni: Acavità di un’odissea (mandala incompiuto) e Persone, personae, personne.

La conta dei giorni è poema narrativo e semicombinatorio che dichiara in re lo strappo avvenuto, che cos’è che in noi che fa noi s’è rotto?, che cos’è che rompe le parole?, ovviando il passaggio di una lingua, che foucaltianamente non dice ma descrive l’essenza, che non può nominare l’essenza, essendo l’essenza già trasbordata altrove; per colpa delle parole? Sono le parole già rotte? Già nate rotte? Già possibilitate alla rottura, alla spaccatura tra essere e Sé? Se è vero che nel discorso è manifesta non certo l’unitarietà del soggetto, quanto la sua “dispersione”, la “discontinuità con se stesso” (Foucault 1971) e dunque con il mondo, con il suo abitare il mondo, allora il canale comunicativo risulta compromesso, e tutto quel che segue. Cosa segue? Personaggi che appaiono e scompaiono come fuochi fatui, che mai però toccano terra a scaldare: uno sciancato – ancora Beckett – che assiste al mancato incontro tra il poeta e la parola al pari di un cortese Galehaut che stavolta però non diventa galeotto, rendendo possibile l’investitura d’amore tra la donna-parola e il cavaliere. Partendo dunque da un attraversamento delle origini della letteratura italiana, laddove la donna stilnovista e poi dantesca era personificazione del desiderio intellettuale maschile che giungeva a lei come supremo obiettivo, quello che è ora messo in discussione è lo strumento stesso dell’andare. Questa lingua è una Cassandra ottusa dalla parola, un corpo saturo che non si lascia fluire, perdendosi esso stesso prima ancora di essere mis/creduto dall’umanità. Torna per un attimo un tu monologante appena accennato: “sai la flora di oggetti spenti / inetti a senso alcuno / incuneati nel nostro abitare”: ma chi è questo “tu”, chi è questa “lei” se “l’uomo” è “cosa tra cose che si rompono”? In atto la reificazione di ogni cellula mor(t)ale, la “parola impazzita” inadatta proprio a quel compito per cui era stata formulata, diventa acqua malata invece di quel ponte che doveva attraversarla; soggetto e oggetto di rappresentazione, questa parola fluidifica verso un nulla d’appartenenze con profusione di parentesi aperte, scatole cinesi, senso che raddoppia di verso in verso fino a una deflagrazione sempre rimandata e mai conclusa, ché a quel punto sarebbe esaudita e minacciata realmente di finale insensatezza. Non si risalirà dantescamente a “riveder le stelle”, perché “l’arcano 17 mente”, la carta dei Tarocchi non è quel che promette. Intanto “si conta nella conta dei giorni andati / ad aspettare / di là dal fiume” mentre “caddero tra loro le parole / sin quando / perdurò / l’interdetto a cantare del mondo l’accadere”. Cadono le parole dunque, la loro illusione di interezza, “cade l’accadere del pensiero in mondi”, che del mondo è però “ombra”.

La prima poesia della raccolta successiva ci accoglie con la constatazione dello smantellamento appena operato: “muore è morta e non importa”, ma che cosa? quel che si è lasciato dietro “da quando non siamo più un dialogo?”, da quando siamo heideggerianamente sommersi da una “chiacchiera continua”? Solo dopo aver dichiarato l’impossibilità della lingua a dire, a farsi ponte e acqua da attraversare, contenuto e contenente, re-agente, allora si può partire? L’odissea che immediatamente segue, anzi un’acavità (una “non-poesia”, prelevando dall’indiano) di odissea è altra dilazione al viaggio. Che cosa, arrivati a questo punto, morta non la parola ma la pretesa della parola a dire, che cosa ci impedisce di partire? Schiavone avverte nel titolo che il mandala è incompiuto, e dunque cosa può diventare? Cosa può suggerire al cammino se non una perpetua iterazione? Vashisht, Delhi e Manali sono le prime tappe di un viaggio in Oriente in cui non si è più certi di cosa sia l’andata e il ritorno, acquistando i luoghi la stessa dimensione mitica di personaggi ormai de-cerebrati dalla loro stessa aura: Penelope e Ulisse ruotano a vuoto, dentro e fuori al pari dei paesaggi disgregati. Cosa è umano e cosa non lo è. Chi dice, chi pronuncia l’umano. È veramente Ulisse il viaggiatore o il viaggiato, Penelope è l’identità a cui tornare o piuttosto “la carezza postrema e traditrice”?

“Fuggi e fuggir è labirinto piano”, la fuga diventa e inventa scoprendo la trama del labirinto stesso del viaggio, della conoscenza incallita, del cerchio mandalico che però non si chiude.

Scenderemo nel gorgo muti, la formula pavesiana ricorda l’ineffabilità che strappa un’epoca dall’altra, l’odissea è quella della lingua, del senso che la lingua restituisce, è “l’abisso che scruta te”. Penelope come ritorno nella palus putredinis, umori umidità falsità specchi infranti illusioni d’occhio, si consumano i sensi dell’umanità contemporanea, muti ciechi sordi ci avviamo alla comprensione. Una terza persona femminile che poi gira verso un Ulisse “defunto di domande” da rivolgere a una “Penelope fuggiasca”, mentre i bambini indiani trasportano pesi sulle spalle. Quel che veramente manca è un “orizzonte di condivisibilità”, dice Schiavone stesso (insieme a Sara Davidovics) nella Ex nota (2009) di presentazione della collana di poesia Ex[t]razione, ovvero un “pronunciamento etico” dell’operare artistico, ora che l’uomo si è ridotto a “signore senza comunità senza realtà della città”.

A cosa è servito partire per recuperare una verginità posticcia, se la lingua nasce già contaminata da quel che si è lasciato, la Salomè di Wilde, il grido delle Baccanti, e bacate operazioni di Dante + Amelia Rosselli, Lautremont + Surrealismo, Villa moltiplicato per Omero, la Bibbia sopra o sottintesa a litanie lauretane?

Quale identità può trovare il poliforme Ulisse così ingombro di colori e innovazioni? Esiste uno spazio reale, esiste un luogo vero, esiste una divina artaudiana “costola dei monti” con cui rifare l’uomo? Persone, personae, personne, uomo-maschera-nulla parrebbe rispondere la terza e ultima parte, sciabordando nella notte con tre identità indistinte.

Sembrerebbe tornare un referente occidentale di overdose, aborti, ricoveri coatti, ma non ci s’illuda, son soltanto anime dannate e sottaciute, prive di quei nomi e cognomi che Dante con puntiglio da compilatore andava mettendo in rima: qui, come ovunque nell’opera di Schiavone, i metri ibridati restituiscono solo brandelli di immagine, un braccio una mano un utero, senza possibilità di contrappasso, e dunque di riconoscimento. I corpi macinati e denutriti, stravolti dalla “pornografia dell’occhio digitale” e monchi alla storia,  precipiteranno in un’acqua cieca di umori. Ma cosa ne vogliamo fare, in fondo, proprio infine di questa disperante affabulazione? Dove può andare l’umano? Eccolo che corre ancora, non nell’Eden da cui Dio lo scacciò, non nella parola che è “la casa che serra”, non riuscendo più la sintesi identitaria ungarettiana che lo bagnava nei quattro fiumi del proprio essere. Schiavone scompone e riutilizza di continuo, setacciando ogni materiale con l’urgenza di chi deve con il dubbio capire e colpire. E quando “la notte / viene l’alba, calma, la brezza che invade la stanza”, senza più alcuna attesa, nell’abbandono di quel che si credeva perso, appare “la speranza” che chiude l’intera opera. Considerando però che l’ultima parola che chiudeva La conta dei giorni (testo cronologicamente più recente che però leggiamo in apertura) era “cecità”, ci si chiede una volta di più se ci sia una direzione da prendere per uscire da questo labirinto, o se il labirinto sia l’uscita stessa.

Caterina Venturini

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