Novella Bellucci: Leopardi e il femminile, o dell’umana fragilità

di Elisa Donzelli

Che cosa può essere avvenuto nella mente di Giacomo Leopardi quando, nei primi mesi del 1820, è costretto a rigettare – contro la sua volontà – una canzone tutta dedicata al genere femminile e nata per denunciare lo scempio avvenuto sul corpo di una giovane donna? A questa domanda ha tentato di rispondere Novella Bellucci raccontando, in una recente miscellanea di alcuni dei suoi più noti saggi leopardiani, una storia di fragilità e di espulsione (Il “gener frale”. Saggi leopardiani Marsilio 2010, pp. 192 euro 18). Espulsione in primis di una creatura poetica, la lirica Nella morte di una donna che il vigile Conte Monaldo aveva considerato davvero troppo scomoda per l’ambizioso progetto di pubblicazione dei Canti del figlio prodigio. Quei versi ancora informi, ma fratelli di un autentico desiderio di verità, narrano la vicenda di una ventiquattrenne due volte sottoposta a violenza: per colpa dell’abuso di un seduttore e per via dell’errore di un chirurgo complice e artefice di un’infausta pratica abortiva. Accanto a Per una donna inferma, il testo è noto alla critica come una delle due canzoni “rifiutate” dedicate, di nome e di fatto, a storie di rigetto di vita. A un fallimento doppio (della natura sull’uomo e dell’uomo sulla donna) la studiosa fa risalire il seme biologico e insieme letterario del pensiero di Leopardi sull’amore. Bersaglio di una violenza negata “la figura femminile assurge a simbolo della fragilità esistenziale degli esseri”, “paradigma dello stato frale dei viventi”. Alla coppia delle “rifiutate” vengono affiancate poi, con le dovute differenze, le gemelle canzoni “sepolcrali” Sopra il ritratto di una bella donna e Sopra un basso rilievo antico sepolcrale: la prima come messa in scena della macabra corruttibilità e deperibilità del corpo femminile, la seconda come atto dovuto a una giovane morente “rappresentata sulla soglia tra il vivere e il morire”.

Originale approccio all’opera del nostro recanatese in grado di rivelare le trame sottili della sua riflessione sul più alto dei sentimenti umani. L’amore si insinua e si radica nel pensiero del poeta sin dall’età dell’adolescenza per assumere nel corso del tempo “un’essenziale funzione conoscitiva” e di maturazione interiore. Il saggio dipinge con finezza analitica un Leopardi sempre al bivio tra amore e rigetto, tra ciò che Freud avrebbe definito lutto e melanconia:  possibilità e impossibilità di affrontare la perdita moltiplicata di un oggetto amato. In contatto diretto con la più antica tradizione della filosofia e della lirica, la scrittura si immerge nelle continue metamorfosi del pensiero amoroso leopardiano dove ogni origine è anche una fine, il segno della sua contraddizione. I primi saggi seguono un criterio cronologico che parte dalla poesia Il primo amore (con uno sguardo attento alle rare pagine del Diario), dall’amore come potentissima illusione in Alla sua donna (dove è coinvolto Petrarca “che funziona di fatto contro Petrarca” nel momento in cui rivela il volto tragico della passione amorosa), per giungere all’Amore Celeste della Storia del genere umano. Ma è nella primavera del 1834 che, con le canzoni destinate al Ciclo di Aspasia, il bivio si irradia e al tempo stesso si infrange. Fanno la loro comparsa le figure culturali e mitologiche di Amore e morte e poi il nome remoto di quella donna così reale, Aspasia (o Fanny Targioni-Tozzetti), il cui “incanto è caduto”. L’amore dà “corpo alla grande esperienza di sé tramite la quale si compie il passaggio dalla condizione di fanciulli a quella di uomini”. Partito dalle tragiche vicende di un feroce mondo esterno, Leopardi guarda alla donna come immagine interna e psichica della passione attivando uno straordinario processo di conoscenza interiore. L’uomo divenuto uomo grazie all’amore “forse non [è] più felice” si legge in uno degli ultimi Pensieri “ma più potente di prima, cioè più atto a far uso di sé e degli altri”. Solo così nel 1837 sboccerà alle soglie dei quarant’anni, appena in tempo prima di divenire “polve ed ombra”, la magnanima Ginestra dell’amore rivolto alla “umana compagnia”.

È ancora possibile in un libro riflettere sulla poesia alta, addirittura su quella altissima, quand’essa è sorella della perdita e appare ben più attiva e violenta di quanto non sembri? E di quali gesti di generosità e di dominio ci parla Leopardi di fronte all’incontro col “gener frale”? In questi saggi leopardiani, tutti dedicati all’universo femminile, emerge una vicenda ‘attuale’ e complessa rivolta a una zona del pensiero senza sponde definite cui aggrapparsi e in cui in molti non avevano osato calarsi così a fondo. Per altra via all’elogio della fragilità si sono rivolte le più recenti indagini della psicoanalisi (Vittorino Andreoli, L’uomo di vetro. La forza della fragilità, Rizzoli 2008), più di rado la critica letteraria. Ciò che Leopardi pensava sull’amore non è lontano da ciò che intendeva dire sul genere umano. Forza di un’intuizione che supera il tempo: la fragilità non è un residuo della nostra esistenza ma il centro vitale dell’essere nel mondo o, nel senso della physis, del venire messi al mondo. Esposto al mondo è anzitutto il corpo femminile su diversi piani sino all’atto estremo della procreazione, così misteriosamente proiettato sul crinale che divide amore e morte. La poesia – come le più deboli creature viventi – può essere anche la cicatrice evidente di un corpo violato e restituito a nuova vita grazie all’intelligenza analitica del “gener frale”. È la donna l’universo più sconvolgente della vera umanità, la sola forse che nella sua inesorabile distanza e diversità lega l’uomo al principio di realtà. Non costola ma centro nevralgico di occasioni d’amore e di rigetto, di abuso e di umana fragilità.

di Elisa Donzelli

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