Recensione a Il Suicidio di Holly Parker di Andrea Leone (2008)

Lorenzo Chiuchiù

«Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia», scrive Camus. Lo stesso quesito decide anche della letteratura: se in gioco non c’è la vita, allora non è che decorazione e chiacchiera. Il suicidio di Holly Parker di Andrea Leone (Lampi di stampa, Milano 2008) costruisce una sorta di tribunale che chiede l’impossibile: chiede ragioni alla vita.
È la storia dell’incontro fra una ragazzina, Holly Parker, e Whilelm Friedrick, uno scrittore creduto morto. È la lucidità come unica parola d’ordine, l’adolescenza che sembra aver vissuto tutto, il cielo vuoto del fato moderno. Per la giovane «le frasi del libro di Friedrick erano come spari, le parole erano come frustate esatte, tragiche frustate esatte, staffilate». Il libro di Friedrick ha definito «una volta per tutte il nostro tempo», è «il giudizio universale sugli uomini». E le parole di Leone sono mimesi di questo giudizio scagliato sugli uomini come una maledizione. La scrittura di Leone ha una vis giuridica, affermativa, come se la frase uscisse dal novero di possibilità subito scartate: impossibile abbellire, manipolare, rendere suasiva Ananke.
La forza costrittiva delle parole mina la vita, non perché la indebolisca, ma perché la espone a forze indifferenti alla sua salvaguardia: da Dostoevskij a Céline l’autodistruzione è forte almeno quanto l’autoconservazione. Friedrick fa sapere che si suiciderà, la ragazzina ha come unica ragione di vita la morte dello scrittore, che coinciderà con il suicidio di lei. E prima la lunghissima, velenosa, confessione di Friedrick. Confessione che ha i tratti di un automatismo psichico: lo scrittore, scrive Büchner, «non collega nella sua immaginazione come gli pare ciò che i signori chiamano la bella natura e che, per dir la verità, non è altro che natura sbagliata. Egli prende posizione – e poi deve per forza fare quel collegamento». Il collegamento è la forma, lo stile, che tenta di arginare lo sfacelo: «L’esistenza non è che una forma complessa di putrefazione, una putrefazione pensante. Alcuni muoiono con la testa, e diventano pazzi, altri muoiono con il corpo, e diventano cadaveri». Giudicare se la vita valga la pena di essere vissuta, per Il suicidio di Holly Parker, significa affrontare «un processo che si perde, qualunque cosa si faccia e chiunque uno sia» (Thomas Bernhard). Sembra che solo «la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti» (Zibaldone 4177). Per Andrea Leone restano solo «accessi di perfezione, accessi di dissoluzione attraverso l’esistenza, attraverso il referto, attraverso il gelo eterno, attraverso l’inferno». Il tribunale esiste solo per condannare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...