Mese: giugno 2011

Saluto impenitente al signor G.

Luca Lenzini

«Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto. // Andammo a piedi sul posto che non era / Quello che normalmente penso che dovrà essere, / Ma nel paese vicino al mio paese / Su due terrazze di costa guardanti a ponente. / C’era un bel sole non caldo, poca gente, / L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.» Ora che Giovanni Giudici ha lasciato il suo paese e il nostro, tornano alla mente i versi dell’ultima poesia di O beatrice (1972), intitolata Descrizione della mia morte. Questa la chiusa: «C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte. / Morire la mia vita non era naturale.» Non aveva ancora cinquant’anni, Giudici, quando compose quella poesia; ma di visitazioni della morte i suoi versi, strada facendo, ne avrebbero conosciute altre ancora, come in Stalinista, del 1984 («Morivo come Tolstoj… ») e infine, con apparente leggerezza e in aria di congedo, nelle pagine di Quanto spera di campare Giovanni (1993). Qui il testo eponimo (con ripresa a distanza di Una casa a Milano di Una vita in versi) recita all’inizio: «Mettere su una casa / Alla sua età – quanto spera di campare Giovanni / Ti sei domandato: / E io che non ho osato / Replicare alcunché / Nemmeno tra me e me – sui due piedi / Per quanto approssimato tenendo un calcolo […]» – e dopo Empie stelle (1996) e Eresia della sera (1999), quasi un decennio di silenzio; la casa ormai sgomenta sul golfo, con la signora che aspettava paziente.

Nei versi della Descrizione, con andamento pianamente e solidamente narrativo, il motivo onirico poteva richiamarsi tanto a Gozzano che a Sereni: due poeti che, senza darlo troppo a vedere, agirono tuttavia in profondità nell’opera di Giudici, proprio perché seppero includere il sogno e la dimensione interiore (con le loro rivelazioni, i loro presagi e segnali) entro un articolato organismo narrativo, aperto al movimento del tempo. Ed altri nomi, da Pascoli a Caproni, son stati fatti dalla critica, con buone ragioni, per Giudici; ma ora, mentre ripercorriamo mentalmente il suo itinerario poetico, poco c’importano le triangolazioni, gli influssi, le sistemazioni. C’importa piuttosto ribadire la qualità e la singolarità della sua presenza nel Novecento; e queste, se nessuno potrà metterle in dubbio, nemmeno vanno annacquate nelle svelte e insipide apologie dei necrologi, o in quelle canonizzazioni che non si rifiutano ormai a nessuno. Diciamolo subito, allora: quanto mondo è entrato nella poesia italiana per merito di Giovanni Giudici… e non generico mondo, generica vita, bensì vita e mondo immersi nella società, nel tempo minore di tutti, nei dialetti delle culture che vivevano dentro e attorno al suo “personaggio” poetico, nelle tante personae che i versi han messo in scena, e che brulicano tuttora vivissimi nella memoria. Continua a leggere “Saluto impenitente al signor G.”

Recensione a: Sonia Gentili, Simona Foà (cur.), "Cultura della razza e cultura letteraria nell'Italia del Novecento" (Carocci, 2010)

Fiammetta Cirilli

A settant’anni dall’introduzione delle leggi razziali in Italia (1938-2008), si è svolto a Roma, presso la Facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza e la Facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata, un convegno dedicato a “Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento”, organizzato da Sonia Gentili e Simona Foà, entrambe studiose e docenti di letteratura italiana. Raccolte in un volume edito da qualche mese da Carocci, le relazioni presentate in quell’occasione indagano, sotto punti di vista differenti, una concezione dell’uomo che senza dubbio ha prodotto «una delle più lunghe e peggiori avventure della storia del pensiero» (S. Gentili, Cultura della razza: alcune strutture concettuali, in Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, a cura della stessa e di Simona Foà, Roma, Carocci, 2010, p. 13); e che tuttavia, mostrando a tutt’oggi una sua inquietante vitalità, costringe quanto meno a chiedersi se non sia il caso di parlare «di mancata neutralizzazione delle premesse concettuali che resero possibili i fatti che siamo condannati a ricordare» (ibid.), piuttosto che di cattiva gestione della memoria. Gentili registra e denuncia infatti – a fronte di una riflessione articolata  su ricordo e testimonianza, responsabilità tedesche e italiane – una minor insistenza d’indagine sulle coordinate che sono a monte di una concezione “razzizzata” dell’individuo, e che in un modo o nell’altro legano tra loro i razzismi novecenteschi. Di qui la necessità per le curatrici di impostare un discorso che, toccando ambiti disciplinari diversi, affronti su un piano di storia delle idee il nodo della “cultura della razza” in Italia; e che, ferma restando la stretta relazione con l’esperienza della Germania nazista, lumeggi quanto di quella cultura sia stato filtrato e abbia trovato una sponda, più o meno solida e ampia, nella letteratura. Date queste premesse, appare ben calibrata la partizione del volume in tre sezioni corrispondenti, rispettivamente, alla storia del pensiero filosofico, politico e scientifico, alla linguistica, e alla storia della letteratura; mentre una quarta sezione ospita scritti di Primo Levi, Aldo Zargani e Lia Levi. Continua a leggere “Recensione a: Sonia Gentili, Simona Foà (cur.), "Cultura della razza e cultura letteraria nell'Italia del Novecento" (Carocci, 2010)”

Dentro la somiglianza

  di Franca Mancinelli

 

[Questo saggio è nato dall’esperienza di “Poesia di classe”, un’iniziativa dell’associazione culturale Nie Wiem di Ancona che per due anni, nel 2008 e nel 2009, ha portato giovani poeti marchigiani, tra cui Massimo Gezzi, Luigi Socci, Renata Morresi, a tenere laboratori di poesia negli istituti d’istruzione secondaria. Un libro avrebbe dovuto raccogliere e dare testimonianza di questa esperienza.

Il breve saggio, scritto nell’estate del 2008, è apparso poi con alcuni tagli redazionali e con il titolo Dentro la somiglianza. La poesia di Milo de Angelis tra i banchi di scuola, nella rivista «Chichibìo», XII, gennaio-febbraio 2010, n. 56, pp. 14-15 e, con alcune modifiche, in «Soglie», Dentro la somiglianza: Milo de Angelis, XII, n. 1. aprile 2010, pp. 57-64.

Il testo che segue, privo dei tagli e con l’aggiunta di alcune note, è la versione apparsa su «Chichibìo».]

Ci sono almeno due motivi per lavorare ad un incontro tra gli studenti e la poesia di Milo De Angelis. Il primo è che, tra i poeti dei nostri anni, De Angelis è quello che più di altri è stato intriso dall’adolescenza, dai suoi abbagli accecanti, dalle sue ferite cercate come marchi sul corpo, come patti di sangue. Pensare inoltre, con la sua opera, alla poesia come gesto atletico e come gesto verso la vita (anche in senso erotico), può essere utile a sfatare i numerosi luoghi comuni che fanno della poesia un referto mostrato per documentare le diverse figure retoriche, gli stili e le fasi con cui si conserva, mummificata, la lingua. Continua a leggere “Dentro la somiglianza”

Senza fondare e senza narrare. La “scrittura fredda” di Giovanna Frene

Marco Giovenale


La raccolta di poesie di Giovanna Frene, Sara Laughs (Edizioni d’if, collana i miosotìs, pp.32, Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2006) ha doti di icasticità e limpidezza innegabili. Quella di Frene – autrice da sempre vicina alle scritture di ricerca più eversive della tradizione del Novecento – è una ‘semplicità’ saldamente conquistata e attestata: chiarezza perfino sovraesposta del dettato che non cede a semplificazioni (di stile, di pensiero) ed è anzi traccia di una complessità raggiunta per sentieri sottili: il lessico è freddo, piano, non ‘accessibile’. L’orditura sintattica rigorosa, non ‘esplicativa’. L’icasticità è giustezza e giustizia, non cedimento alla felicità facile dell’aforisma. La pagina di avvio della raccolta racconta di una «perfetta» e insieme sanguinante vita/persona che «saluta con la mano» e osserva l’io scrivente. Appare, e appare il testo. È questa la prima poesia della serie: inaugura in soli quattro versi l’intero giro d’orizzonte dei temi toccati e sondati dal libro: la percezione fatta essa stessa corpo, il vedere e l’essere visto, il saluto ambiguo (di partenza? di arrivo? di aggressione?), la ferita, la perdita, una Colpa imprecisata, l’impossibilità di uscirne, lo specchio tra esistere e non; e infine l’ironia delle cose viste e vedenti: che, proprio mentre si annunciano, si negano a una comprensione, allontanate, imprecisabili, interrogate inutilmente – come, appunto, le intenzioni di un nemico, di un’apparizione. (Che possono essere insieme le intenzioni di «uno sguardo altro» e del «nostro che ritorna», come suggerisce in nota l’autrice). Continua a leggere “Senza fondare e senza narrare. La “scrittura fredda” di Giovanna Frene”

Recensione a Nicola Fanizza, Piero Delfino Pesce. La rinascenza mediterranea nel centenario della rivista «Humanitas» (Giuseppe Laterza, 2011)

Attilio Mangano

Nicola Fanizza ha vissuto la sua infanzia e prima giovinezza a Mola di Bari e ricorda come da bambino guardasse con curiosità  e ammirazione la casa di fronte, il palazzo della famiglia Pesce, senza sapere niente di speciale sulla figura e la storia di Piero Delfino Pesce se non le poche cose che si sentono raccontare. Ma un giorno in cui i ladri organizzarono un furto in quel palazzo trafugando gran parte dei mobili si ritrovò a tenere in casa una parte di quei mobili tra cui un comò al cui interno erano presenti numerose lettere che cominciò a leggere per curiosità scoprendo che il personaggio in questione, Piero Delfino Pesce, era stato un intellettuale locale  che aveva costruito una fitta trama di rapporti  nei primi decenni del Novecento promuovendo una rivista che aveva avuto una diffusione nazionale, Humanitas negli anni 1911-1924.

Fortuna volle che Nicola Fanizza, trasferitosi intanto a Milano e divenuto insegnante di storia e filosofia, dove ci siamo conosciuti diventando amici, decise di trasferire quella curiosità iniziale sulle sorti di un illustre vicino di casa  in un vero e proprio lavoro di ricerca storica e culturale, sapendo che quei carteggi contenuti nel comò erano una piccola miniera d’oro e consentivano di ripercorrere la storia di una vita intensa e culturalmente forte, ricca di contatti e di scambi. Alla curiosità iniziale veniva subentrando il riconoscimento e l’omaggio, ai carteggi iniziali venivano aggiungendosi carte e archivi vari che un buono storico sapeva rintracciare nelle varie biblioteche in cui erano presenti le annate della rivista. Credo di poter aggiungere inoltre che il mio amico ritrovava nel lavoro di Delfino Pesce delle risonanze e delle suggestioni con dei filoni di ricerca cui aveva cominciato a lavorare da anni, prima ancora di conoscere i lavori dello stesso Pesce.   Per usare una formula di riferimento basta far riferimento al tema della mediterraneità come tratto culturale specifico riemerso negli ultimi dieci anni del Novecento e connesso a filoni interpretativi che il nostro osava collegare con audacia, da Camus a Cassano, per indicare i referenti più noti e significativi. Continua a leggere “Recensione a Nicola Fanizza, Piero Delfino Pesce. La rinascenza mediterranea nel centenario della rivista «Humanitas» (Giuseppe Laterza, 2011)”

Adelelmo Ruggieri, Semprevivi

 

Manuel Cohen

 

Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora/ quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora” (Dipendenza cellulare). La critica più accorta ha ampiamente registrato ‘l’impronta totalmente lirica’ (M. Raffaeli) della ‘voce rastremata ma limpida’ (B. M. Frabotta) che ‘sceglie di correre sul terreno rischiosissimo dell’immediatezza’ (M. Gezzi) di Adelelmo Ruggieri (1954), giunto all’esordio in età matura con La città lontana (2003), quindi Vieni presto domani (2006), ed ora alle stampe con Semprevivi, terza e perfetta tappa di una evidente trilogia-canzoniere o polittico in progress uscita tutta da peQuod. Eppure, il percorso di questo autore parte da molto lontano, dalla fine degli anni Settanta, quando a Fermo, assieme al narratore e sodale Angelo Ferracuti, fonda la rivista «Alias» Continua a leggere “Adelelmo Ruggieri, Semprevivi”

Il teatro di poesia di Giovanni Testori

Tiberia De Matteis

La centralità della parola come unico corpo materico e sonoro da frapporre all’afasia e al silenzio dell’ineluttabilità della morte è la risposta concreta della poetica teatrale di Giovanni Testori alle tendenze sceniche degli anni Sessanta. Una drammaturgia intesa come il tentativo «di ‘verbalizzare’ il grumo dell’esistenza» (1) costituisce una reazione al dominio della fisicità, dell’improvvisazione e dell’immagine che aveva contrassegnato l’impegno laboratoriale e collettivo di tanti artisti contemporanei alla ricerca di inedite, ataviche e universali forme di comunicazione antitetiche o divergenti rispetto alla natura convenzionale del linguaggio parlato. In un rappel à l’ordre condiviso anche da Pasolini nel Manifesto per un nuovo teatro (2), Testori riscatta la dimensione verbale dall’ormai imperante soggezione agli altri codici espressivi dell’allestimento, propugnata con convinzione e pervicacia dalle avanguardie, e le attribuisce la missione primaria e fondante di una teatralità concepita come trasformazione della carne in materia dicibile. Continua a leggere “Il teatro di poesia di Giovanni Testori”

Recensione a Marco Giovenale, “Shelter” (Donzelli, 2010)

Cecilia Bello Minciacchi

Uno dei motivi più intensi e ricorrenti della poesia di Marco Giovenale – motivo fondante – è la vulnerabilità, l’esposizione al dolore, l’«essere-senza-difesa», per citare Derrida a proposito dei Minima moralia di Adorno. Derrida e Adorno, certamente, ma anche Foucault e Deleuze sono stati a lungo meditati da Marco Giovenale, che ha dato ora alle stampe un denso volume di poesie, Shelter (Donzelli, pp. 117, € 14), libro decantato, che raccoglie testi scritti tra il 2003 e il 2009. Pur giovane – è nato nel 1969 a Roma –, Giovenale è autore di sicura e provata esperienza, straordinariamente produttivo: a poca distanza da Shelter sono apparse le prose di Quasi tutti (Polìmata, 2010) e le poesie di Storia dei minuti (Transeuropa, 2010). Shelter, come si leggeva nei primi appunti di lavoro, è un «luogo-parola», significa rifugio, ricovero, asilo, ospizio. Dunque, lo shelter offre riparo e cura, ma al tempo stesso separa e chiude, «ingabbia e protegge», scrive Giovenale in calce al volume. A tratti, in eco, si avvertono Serie ospedaliera di Amelia Rosselli e Residenze invernali di Antonella Anedda. Ma c’è in Giovenale una diversa, vincolante cristallizzazione.

Libro asciuttissimo, dal dettato nitido, esatto e affilato, Shelter ha un effetto spiazzante. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, “Shelter” (Donzelli, 2010)”

Il poeta e il coro del silenzio

Tiziano Scarpa

La poesia è assoluta e inospitale. Non c’è posto per la voce, né per il poeta, che viene sfrattato dalla sua stessa poesia. Il lettore di poesia, con l’atto stesso della sua lettura, è come se dicesse: “Tu, poeta, non c’entri. No, non c’entri nemmeno con le tue poesie. Sta’ zitto: faccio da solo. Leggo da solo. Va’ via. Lasciami solo con la poesia. Non mi importa se l’hai scritta tu. Me la leggo da me.” È un atteggiamento legittimo, un’estetica della lettura, una concezione della poesia che anch’io pratico, come lettore silenzioso e solitario delle poesie altrui.

Ma se le cose stanno così, che cosa si mette in scena, allora, quando si legge poesia in pubblico? Cosa si vuole quando si invita un poeta a leggere i propri versi? Si vuole che egli sia assoluto, inospitale e inospitato.

L’attore, la statua e l’esibizionista

Al poeta non è consentita l’incorporazione dell’alterità, l’ospitalità dell’altro. Pensate invece a ciò che avviene comunemente a teatro: l’attore attua la personificazione di un altro, incorpora il personaggio, si lascia possedere idealmente, e fisicamente, dalla personalità altrui: la ospita dentro di sé. Cambia voce e andatura, si trucca, si mette un costume. Al poeta è consentito soltanto porgere parole, e casomai incorporare un’unica porzione di mondo: quella che coincide con i suoi contorni personali. Il proprio corpo, la propria voce, le proprie parole, e basta. Il resto è espulso. Il poeta deve andare in scena vestito soltanto di se stesso. È un poemoforo puro, e anche un egoforo, non un eteroforo com’è l’attore. Continua a leggere “Il poeta e il coro del silenzio”

Per una lettura di "Giù la piazza non c'è nessuno" di Dolores Prato

Fiammetta Cirilli

Uscito in prima edizione nel giugno del 1980 per Einaudi, Giù la piazza non c’è nessuno [1] non è un testo che si lascia facilmente incasellare. Troppi, infatti, gli elementi che presuppongono una più o meno pronunciata e consapevole presa di distanza da ogni ipotetica “norma”: a cominciare dall’età dell’autrice, Dolores Prato, giunta solo ultraottantenne a pubblicare con una casa editrice di rilievo nazionale.

Non che il suo sia stato un vero e proprio esordio: perché – come puntualizzava in risposta a quanti insistevano sulla sua “tardiva” vocazione autoriale – scrivere aveva scritto da sempre; e, sia pure restando nell’ambito di un’editoria di margine, aveva visti stampati un romanzo, Sangiocondo – uscito a sue spese nel 1963 nonostante avesse ricevuto anni prima una segnalazione speciale della giuria al «Premio Prato» – e un racconto lungo, Scottature, vincitore del concorso «Stradanova» a Venezia nel 1965, anch’esso autoeditato. A questi si aggiunga una serie non troppo abbondante di articoli – apparsi soprattutto su «Paese Sera» – dedicati alla storia e alle tradizioni di Roma: pezzi «di taglio leggermente strabico rispetto alle esigenze di un quotidiano» [2] e che tuttavia consentivano all’autrice, nella prospettiva di una diffusione presso il pubblico del giornale, di plasmare in qualche modo l’esercizio di scrittura senza dover rinunciare all’inclinazione, in lei vivissima, all’indugio descrittivo. Un’inclinazione che si attivava specie se a dover essere delineati nero su bianco erano oggetti, strumenti, marchingegni di una quotidianità in via di sparizione; oppure luoghi la cui visibilità discreta e/o desueta evocava una sorta di arcaica, inquieta/inquietante fascinazione, probabile sintomo del perdurare di quel perturbante architettonico otto-novecentesco che poneva «il desiderio di “casa” e la lotta per raggiungere la sicurezza domestica di fronte a quel che ne sembra l’opposto: la homelessness reale e intellettuale» [3]. Continua a leggere “Per una lettura di "Giù la piazza non c'è nessuno" di Dolores Prato”

Altre forme: alcune note sulle Bozze di Rachel Blau DuPlessis

 

Renata Morresi

 

Poiché la scomparsa è il soggetto

di tutto ciò che faccio

 

se non la scomparsa

allora quel che è qui. (1)

  

Propongo una serie di note sulle forme poematiche a partire da alcuni esempi d’oltreoceano. Già qui mi ero occupata di Dictée, il long poem dell’americana Theresa Hak Kyung Cha, in cui l’identificazione tra poema e narratività salta a favore di uso più sperimentale dello spazio, orizzontale e verticale. Come se il postumano, il postmoderno e il postcoloniale (‘post-‘ tutt’altro che sovrapponibili, s’intenda) avessero spostato le forme della poesia dall’evocazione della presenza / rimozione dell’assenza, verso un sistema di casualità (tutto è già presente e abbandonato) / ripetizione, una serialità in cui ‘le cose’ accadono per accumulazione, struttura frattale, probabilità. Certamente la forma lunga, a dispetto dell’apparente neutralità dell’aggettivo, attiva una serie di possibilità (di posizioni del soggetto, del discorso, dell’argomentazione, nonché di variabili dello stile) e una vastità di campo, che esulano dalla lirica come macchina per creare aura. Essa sembra segnalare insomma un intervento (o un diverso tipo di intervento rispetto alle forme brevi) nel traffico politico di ciò che costituisce affermazione, soggetto, relazione, rivolta.

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Poesia della prosa e prosa della poesia in Giovanni Raboni

Prose tra i versi

Concetta Di Franza

Una poesia a bassa concentrazione di liricità, qual è quella di Giovanni Raboni, con i suoi toni smorzati, che mimano la colloquialità del parlato anche nella selezionata adozione di una terminologia settoriale e specialistica, attrae irresistibilmente la prosa nella sua orbita, in un sottile equilibrio tra analogia e contrasto. La scrittura prosastica appare infatti, nella sua autonomia da vincoli metrici, affine a quel verso libero, che nell’arco della produzione raboniana predomina ampiamente, e al quale si mescola apportandovi il suo bagaglio di «temi tradizionalmente allotri» e «di registri stilistici tradizionalmente propri di generi prosastici».(1) La commistione prosa-poesia potrebbe peraltro indurre al sospetto che la prosa creativa, come esercizio autonomo, costituisca nella scrittura di Raboni un’attività collaterale, a cui dedicarsi nelle more dell’ispirazione: l’unica raccolta di «racconti (o prose o frammenti di romanzo)»(2) pubblicata da Raboni, La fossa di Cherubino (1980), si dice infatti «nata da una crisi di scrittura poetica (…) e dalla voglia di applicarsi comunque alla scrittura».(3) La prosa narrativa e artistica ne risulterebbe allora ristretta tra lo spazio ufficiale della poesia da un lato, quello della prosa di traduzione dall’altro. Continua a leggere “Poesia della prosa e prosa della poesia in Giovanni Raboni”

Antonio Porta e gli accampamenti della poesia

John Picchione
La poesia di Antonio Porta è segnata da una scrittura nomade che ostinatamente rifiuta soste definitive. Scrivere è per Porta un interminabile viaggio linguistico ed esistenziale che mira a cogliere le mutevoli manifestazioni dell’esistere. Quella di Porta, infatti, è una poesia che manda costanti segnali di passaggi e di mutamenti, sempre vissuti nella concretezza delle forme poetiche, in un costante e faticoso scontro-incontro col linguaggio. La sperimentazione di Porta non rivela solo la necessità di evitare il pericolo della cristallizzazione delle forme, il loro ridursi a manierismo di se medesime, ma una irrequietezza e tensione che esprimono un autentico tentativo di gettare lo sguardo sul reale, avvicinarlo, scrutarlo, penetrarlo attraverso le infinite possibilità offerte dagli strumenti della poesia.
Gli accampamenti poetici di Porta sono motivati da una duplice necessità: un inesauribile desiderio di conoscenza e una volontà di aprire passaggi verso altri mondi possibili, capaci di riscattare le atrocità del presente. Storia e utopia, visibile e invisibile, quindi, linguaggio in frantumi e comunicazione, rivolta contro le lacerazioni del vivere individuale e collettivo e apertura verso l’altro: sono queste le tappe più significative dell’opera di Porta. Continua a leggere “Antonio Porta e gli accampamenti della poesia”