John Picchione
La poesia di Antonio Porta è segnata da una scrittura nomade che ostinatamente rifiuta soste definitive. Scrivere è per Porta un interminabile viaggio linguistico ed esistenziale che mira a cogliere le mutevoli manifestazioni dell’esistere. Quella di Porta, infatti, è una poesia che manda costanti segnali di passaggi e di mutamenti, sempre vissuti nella concretezza delle forme poetiche, in un costante e faticoso scontro-incontro col linguaggio. La sperimentazione di Porta non rivela solo la necessità di evitare il pericolo della cristallizzazione delle forme, il loro ridursi a manierismo di se medesime, ma una irrequietezza e tensione che esprimono un autentico tentativo di gettare lo sguardo sul reale, avvicinarlo, scrutarlo, penetrarlo attraverso le infinite possibilità offerte dagli strumenti della poesia.
Gli accampamenti poetici di Porta sono motivati da una duplice necessità: un inesauribile desiderio di conoscenza e una volontà di aprire passaggi verso altri mondi possibili, capaci di riscattare le atrocità del presente. Storia e utopia, visibile e invisibile, quindi, linguaggio in frantumi e comunicazione, rivolta contro le lacerazioni del vivere individuale e collettivo e apertura verso l’altro: sono queste le tappe più significative dell’opera di Porta.
In questo poeta novissimo, la poesia si nutre di un intenso rapporto con la cultura dell’avanguardia: da un lato essa esprime l’urgenza di spazzare via le forme usurate della tradizione e, dall’altra, è mossa dalla spinta a costruire progetti di nuovi possibili inizi. Come dire, la forza trasgressiva e demolitrice dell’avanguardia mira a progettare nuove cartografie mentali e sociali. L’abbattimento di forme convenzionali e atrofizzate di scrittura muove dal desiderio di disfare percezioni e versioni ossificate del mondo. Anche quando la scrittura poetica di Porta ricnoquista, come nelle sue ultime raccolte, limpidezza e andamento comunicativo, essa non esprime una tappa definitiva o il rifiuto dei linguaggi che l’hanno preceduta. Il linguaggio poetico di Porta non resta mai immobile, non si lascia circoscrivere da confini permanenti; esso si misura costantemente con il fluire dell’esistenza. “Da questo mestiere (fare poesia) si parte”, egli scrive, “per bucare la pagina, per sfondare oltre i linguaggi automatizzati che una società ben pianificata vorrebbe imporre… che significato do alla frase «bucare la pagina»? Questo: uscire dalla letteratura per raggiungere quell’immagine dell’esistenza che in qualche modo intuiamo possibile… Oppure: anche rimanere nell’ambito della letteratura purché si identifichi “letteratura” come luogo di interazione tra storia e immaginazione, il cui prodotto è quell’immagine forte che segna ogni passaggio o trasformazione dell’esistenza” (“Chi è il poeta?”, in Il progetto infinito, pp. 14-15).
Porta lascia alla cultura poetica italiana e alle nuove generazioni di poeti e di lettori uno sguardo intenso e ossessivo sul linguaggio e sul mondo. La sua poesia identifica ferite, orrori, angst, e tragedie della modernità, ma anche pulsioni vitali dell’esistere, la straordinaria capacità della vita di rigermogliare. Le antinomie della poesia di Porta, sia al livello della ricerca formale sia al livello delle dicotomie tematiche, nascono dalla stessa discordante e dualistica natura del reale.
Dalle prove iniziali (La palpebra rovescita e Aprire) a Cara e Week-end, da Passi passaggi all’ultima raccolta uscita un anno prima della morte (1989), Il giardiniere contro il becchino, Porta ha dimostrato una una forza straordinaria di rinnovamento, la capacità di far rinascere la poesia dilatando generi e accogliendo una pluralità di registri linguistici.
In un bellissimo poemetto, “Airone”, della sua ultima raccolta, i segni della scrittura sono chiamati a rinnovarsi ancora una volta per mettersi in salvo dall’immobilità claustrofobica della condizione di morte: la poesia come l’airone deve spiccare sempre nuovi voli. La presenza della poesia comporta l’assenza dell’io o il suo trasformarsi nell’altro, uniche possibilità atte a mantenerlo in uno stato di salutare mobilità e a rendere accessibile il palpitare della vita: “quando l’airone si alza come un falco / quando poi picchia giù io scompaio / il vento si fa leggero / non c’è più nessuno qui intorno / la mia penna si mette a scrivere da sola / senza occhi che la sorvegliano / il petto dell’airone è il foglio candido / ne ascolto il palpito sul morbido guanciale dell’alba… (lo stellato mi ha attraversato senza dolore / ora sono albero, ora bottiglia” (sez. 16).
Il poeta esplora le proprietà riproduttive e rigenerative dell’airone, e quest’ultimo, come figura della scrittura e della poesia stessa, ricerca nel ventre del poeta elementi fecondativi (“Airone / mi frughi nel ventre e trovi umida sabbia / e piccole uova di rettile”, sez. 18). Il desiderio della fecondità è espresso ulteriormente dalla presenza del femminile, dalla figura mitica della madre che genera e nutre la vita con la propria placenta. Nel mondo fertile, costruttivo e amoroso delle madri non c’è posto per gli impulsi distruttivi dei padri (“sotto rimane nascosta / la placenta che tutto contiene, / cunicoli di dove la vita risale veloce”, sez.17). Il ricongiungimento con il principio materno rappresenta l’ultima conferma del passaggio di Porta verso le possibilità di un riavvicinamento al mondo al di là degli ostacoli traumatici della sua prima produzione. Tensioni, angosce ed antinomie non si sono dissipate, ma sono riuscite a lasciarsi invadere, tramite passaggi appena percettibili, dall’amore gioioso dell’esistere: “voglio essere una strega / con una scopa tra le gambe, airone, / ridere, ridere, ridere in volo / verso un passaggio strettissimo (il sesso di una sterlizia?) / che mi succhia, mi digerisce / poi mi partorisce/in una forma che non conosco ancora” (sez. 12).
Il rinascere di Porta dimostra una problematica che va oltre i confini del singolo. La condizione dell’io non è ravvisabile al di fuori delle componenti sociali, civili, antropologiche, e politiche che costantemente informano la sua poesia. In questo ultimo poemetto, l’io anticipa la fine con serena accettazione dei limiti, nella convinzione di poter lasciare ad altri il compito di continuare il proprio dialogo con il mondo e con il linguaggio della poesia: “quando non ci sarai più né io / sarò più con te / insieme sciolti nelle acque / un altro airone, un altro sguardo / altre parole simili a queste / e chi continuerà a parlarti / ci sarà non io / e il pensiero non mi dà tristezza né gioia / ma quiete, soltanto, felicità del limite” (sez. 9). All’io basta sapere di aver tentato autenticamente una vita, quella offerta dalle possibilità della terra: “vivere un intero mattino, / questo è un risultato, la mia lingua batte su questo mattino, / voi stelle estranee siete dove siete / io rimango al di qua / in preda al vento” (sez. 9).
Ecco, Porta ha lasciato a noi il compito di rinnovare la poesia di fronte a qualsiasi orrore degli eventi quotidiani e della storia che continuano a devastare la vita. Contrariamente a quanto affermava Adorno sull’impossibilità della poesia dopo Auschwitz, Porta ci fornisce gli strumenti per coltivare, come il suo giardiniere, un terreno che, malgrado tutto, dimostra sempre di poter offrire nuovi e salutari frutti.
(già apparso su L’Ulisse n. 12)
John Picchione