Recensione a Marco Giovenale, “Shelter” (Donzelli, 2010)

Cecilia Bello Minciacchi

Uno dei motivi più intensi e ricorrenti della poesia di Marco Giovenale – motivo fondante – è la vulnerabilità, l’esposizione al dolore, l’«essere-senza-difesa», per citare Derrida a proposito dei Minima moralia di Adorno. Derrida e Adorno, certamente, ma anche Foucault e Deleuze sono stati a lungo meditati da Marco Giovenale, che ha dato ora alle stampe un denso volume di poesie, Shelter (Donzelli, pp. 117, € 14), libro decantato, che raccoglie testi scritti tra il 2003 e il 2009. Pur giovane – è nato nel 1969 a Roma –, Giovenale è autore di sicura e provata esperienza, straordinariamente produttivo: a poca distanza da Shelter sono apparse le prose di Quasi tutti (Polìmata, 2010) e le poesie di Storia dei minuti (Transeuropa, 2010). Shelter, come si leggeva nei primi appunti di lavoro, è un «luogo-parola», significa rifugio, ricovero, asilo, ospizio. Dunque, lo shelter offre riparo e cura, ma al tempo stesso separa e chiude, «ingabbia e protegge», scrive Giovenale in calce al volume. A tratti, in eco, si avvertono Serie ospedaliera di Amelia Rosselli e Residenze invernali di Antonella Anedda. Ma c’è in Giovenale una diversa, vincolante cristallizzazione.

Libro asciuttissimo, dal dettato nitido, esatto e affilato, Shelter ha un effetto spiazzante. Mentre si muove all’interno e all’esterno del concetto stesso di clinica – malattia/salute, normalità/anormalità –, raggela il pathos, fa convergere le emozioni in oggetti e atti minimi, e lì le incardina. Le storie da cui è abitato, ellittiche, si condensano in immagini parcellari di spazi definiti e gesti puntuali: «delle pareti come cornee, / come di osso»; «sale d’asfalto, azzurrate»; «la torre giocattolo, il modulo / d’entrata, l’ossigeno, le garze»; «due / fibbie alle scarpe slacciate». Le immagini sono vivide, impressive, come «la luce di lutto del lenzuolo caldo», verso stemmatico, che della sinestesia fa uso non retorico o esornativo, ma sostanziale. Temi e concezione di Shelter sono legati alla storia, ma a quella minuta del presente e della datità del reale: «Piccoli malati e piccoli prigionieri battuti e illusi sono fitti e finiti nelle pagine, qui nell’andirivieni. Bloccati, narranti, riportati a mutismo. Se ne fa la storia, le vicende puntiformi, non “attraverso” ma “da dentro” la loro voce. Tutti i personaggi che compaiono non sono frutto di immaginazione, sì di travestimento. Tutto è reale, diffratto», così l’autore nelle Note conclusive. Il suo pathos è nell’esercizio elaborato e filtrato del travestimento; la sua lettura critica nell’inquadrare fotogrammi disvelanti, nel rendere obliqua e ambigua la sintassi, e nel sospettare «il reale / come irrelato»; la compromissione nel “dar voce da dentro” a singoli attanti anonimi. Il risultato è una tragedia corrosiva e sorda, accanita, che non smette e riparte. Ogni ossessione muove, inesorabile e severa, da clinica 1. Una mira alta, quella di Giovenale, che intende esperire con la scrittura dove e come si raggruma il dolore, mostrando «cretti» e grinze, crepe e piaghe, facendosi «voce che rileva / pietrisco, dal nero del fondale».

Cecilia Bello Minciacchi



[con titolo redazionale, Marco Giovenale, clinica a pathos freddo, in «alias» – supplemento a «il manifesto», XIV, 6, 12 febbraio 2011, p. 23]

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