Manuel Cohen

 

Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora/ quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora” (Dipendenza cellulare). La critica più accorta ha ampiamente registrato ‘l’impronta totalmente lirica’ (M. Raffaeli) della ‘voce rastremata ma limpida’ (B. M. Frabotta) che ‘sceglie di correre sul terreno rischiosissimo dell’immediatezza’ (M. Gezzi) di Adelelmo Ruggieri (1954), giunto all’esordio in età matura con La città lontana (2003), quindi Vieni presto domani (2006), ed ora alle stampe con Semprevivi, terza e perfetta tappa di una evidente trilogia-canzoniere o polittico in progress uscita tutta da peQuod. Eppure, il percorso di questo autore parte da molto lontano, dalla fine degli anni Settanta, quando a Fermo, assieme al narratore e sodale Angelo Ferracuti, fonda la rivista «Alias», nel momento in cui tutta l’area regionale è un pullulare di avventure letterarie e un affiorare di nuove voci. Questo forse va ricordato, per un poeta e prosatore che ha fatto della residenza alla Scatiglini e del Moloch leopardiano una declinazione molto personale ed elettiva. In questo senso, la trilogia del nostro, può essere letta alla stregua di una lapide votiva, a motivi e stigmi residenziali, in cui il paesaggio non fa da sfondo per un qualche Grand Tour pubblicitario, né da cartolina oleografica, ma interagisce con l’umano, ne consustanzia attitudine e destino. Tutta la poesia del nostro vive nel continuo movimento di risistemazione e riadeguamento dei rapporti tra il soggetto eminentemente lirico e gli altri, il presente e il tempo, l’attualità e la memoria, la natura e il sentire; e in fondo, la poesia ha questo, di autenticamente civile, ovvero riguardante la civitas, intendo il ricollocare i rapporti affettivi ed elettivi attraverso l’assetto della voce, il dato ancora umano, il collante tra astanti e trapassati, vite in atto e vite vissute. Un viaggio stanziale, da dimora quotidiana, la casa, metonimicamente terrena e ultraterrena, provvisoria e definitiva. Un continuo cammino tra presenze discrete e ossessi, tra avvertire e immaginare; qui, come vuole Leopardi, una attitudine razionalista e scientista che coniuga l’endiadi ragione-sentimento: un pezzo che ci vado pensando/ a qual è stato il sentimento dominante/ e non so nominarlo/ Certi pomeriggi, tuttavia/ che ho da fare poco, alle quattro/ pressappoco, quella tale cosa/ che giudico essere un sentimento/ io l’avverto”. La parola di Ruggieri è un corso placido di chiare lettere e sabianamente oneste formule espressive, in cui si annidano sapienti inserti di parlato (un ricorrente e ossessivo vai a sapere” in luogo di ‘chissà’, ad esempio), le profondità e gli smottamenti di un fiume carsico: deriva infatti e precipita nei gorghi della ratio alle prese con un’autobiografia marcata a fuoco dalla perdita del padre e del fratello.

In botanica i semprevivi sono piantine grasse particolarmente resistenti e adattabili ai vari climi, e sempervirens è anche il genere del cupressus, il cipresso, la pianta ornamentale che solitamente fa compagnia ai defunti e, per sineddoche, evocato nell’enunciato ruggieriano; il richiamo non è casuale per una poesia che deambula quotidianamente tra le tombe e i loculi, i fornetti, del cimitero fermano, e che palesa qualche ascendenza con la poesia cimiteriale e romantica inglese (Shelley è protagonista di una suite di testi), ma il richiamo botanico, per analogia rinvia ancora alla ginestra Leopardiana: duttile, solitaria e resistente: Tu guarda un albero/ guardati in un albero/ Guarda nel tuo sguardo/ come scrive un albero/ piano nello spazio/ solo rami e fronde e nodi/ e nidi”.

 

Adelelmo Ruggieri, Semprevivi, peQuod, Ancona, dicembre 2009.

 

[già in Punto: almanacco della poesia italiana, 1.2011]