Attilio Mangano

Nicola Fanizza ha vissuto la sua infanzia e prima giovinezza a Mola di Bari e ricorda come da bambino guardasse con curiosità  e ammirazione la casa di fronte, il palazzo della famiglia Pesce, senza sapere niente di speciale sulla figura e la storia di Piero Delfino Pesce se non le poche cose che si sentono raccontare. Ma un giorno in cui i ladri organizzarono un furto in quel palazzo trafugando gran parte dei mobili si ritrovò a tenere in casa una parte di quei mobili tra cui un comò al cui interno erano presenti numerose lettere che cominciò a leggere per curiosità scoprendo che il personaggio in questione, Piero Delfino Pesce, era stato un intellettuale locale  che aveva costruito una fitta trama di rapporti  nei primi decenni del Novecento promuovendo una rivista che aveva avuto una diffusione nazionale, Humanitas negli anni 1911-1924.

Fortuna volle che Nicola Fanizza, trasferitosi intanto a Milano e divenuto insegnante di storia e filosofia, dove ci siamo conosciuti diventando amici, decise di trasferire quella curiosità iniziale sulle sorti di un illustre vicino di casa  in un vero e proprio lavoro di ricerca storica e culturale, sapendo che quei carteggi contenuti nel comò erano una piccola miniera d’oro e consentivano di ripercorrere la storia di una vita intensa e culturalmente forte, ricca di contatti e di scambi. Alla curiosità iniziale veniva subentrando il riconoscimento e l’omaggio, ai carteggi iniziali venivano aggiungendosi carte e archivi vari che un buono storico sapeva rintracciare nelle varie biblioteche in cui erano presenti le annate della rivista. Credo di poter aggiungere inoltre che il mio amico ritrovava nel lavoro di Delfino Pesce delle risonanze e delle suggestioni con dei filoni di ricerca cui aveva cominciato a lavorare da anni, prima ancora di conoscere i lavori dello stesso Pesce.   Per usare una formula di riferimento basta far riferimento al tema della mediterraneità come tratto culturale specifico riemerso negli ultimi dieci anni del Novecento e connesso a filoni interpretativi che il nostro osava collegare con audacia, da Camus a Cassano, per indicare i referenti più noti e significativi.

Il fascino di questa ipotesi di ricerca che in qualche modo distingue fra culture insulari e culture territoriali, fra mediterraneità come tratto del sud che arriva all’Africa e filosofie occidentali novecentesche ben poco insulari, è sicuramente notevole e inoltre il nostro amico storico e filosofo ha da sempre manifestato delle attitudini a quelli  che io ironicamente definivo come dei veri e propri voli pindarici, a  una capacità spesso intuitiva e analogica, di costruire un tessuto di  connessioni culturali e simboliche. Se a suo tempo nei suoi voli pindarici mi era sembrato di cogliere dei rischi (di semplificazione, di primato delle analogie, di costruzione di nessi simbolici non sempre fondati) adesso che Nicola Fanizza aveva deciso di dedicare parte della sua ricerca alla memoria di archivio e alla storia culturale e politica del Novecento italiano si trattava per lui di una correzione e di un affinamento metodologico, di un recupero della memoria storica e degli archivi, di misurarsi con la correttezza filologica e critica del lavoro storico.  In questo senso il lavoro che egli è venuto svolgendo si è arricchito di un crescendo di confronti e connessioni, scavi e riscoperte, nello sforzo di dare a Delfino Pesce quel che gli spettava e di concorrere ad una ricostruzione del suo ruolo reale nell’intellighenzia novecentesca. Perché una cosa è certa, che se da un lato Delfino Pesce risulta pur sempre un “minore” rispetto ai Papini e Prezzolini, ai Gobetti e alle riviste fiorente, per citare alcuni nomi significativi, dall’altro i suoi contatti con l’intellettualità delle riviste e la sua partecipazione attiva alle culture della sinistra dell’epoca, il suo legame profondo  col mazzinianesimo e con la stessa massoneria, fa di lui un personaggio-chiave di quegli stessi anni, ingiustamente dimenticato, un oppositore al nascente mussolinismo, un brillante esempio di intellettualità meridionale non gattopardesca e non allineata. Ci sono insomma tutti gli ingredienti (a partire appunto dal discorso prima ricordato sulla mediterraneità) che consentono di riconoscere nella sua indipendenza e nel suo spirito critico, nei suoi solidarismi, nel tipo di formazione seriamente “classica”, nei suoi interessi  culturali multipli che spaziavano dalla poesia al teatro alla musica un personaggio decisivo della sinistra meridionale antimoderata e un vivacissimo organizzatore culturale ante litteram. Per questo il lavoro di Fanizza e la sua stessa capacità di spaziare dalla storia delle riviste culturali del novecento alle battaglie politiche e ideologiche di una sinistra non trasformista e attenta al cambiamento sociale, non è solo un grazioso atto dovuto a un illustre vicino di casa ma è un modo attento e prezioso di documentare il lavorìo di una sinistra che sta cambiando pelle e cercando la sua identità  mentre il dopoguerra, il movimento socialista, il nascente fascismo, stanno facendo la loro comparsa drammatica che sconvolge la società italiana ed è il preludio di dittature e  guerre civili. Rendere onore al massone Delfino Pesce e al suo mazzinianesimo, al suo meridionalismo e al suo approccio “Mediterraneo” è dunque qualcosa di più della riscoperta di un notabile locale cui un paese può dedicare statue e biblioteche, è un modo di ripercorrere oggi nel centocinquantenario della storia italiana alcuni momenti ancora troppo poco conosciuti, non eroici ma nemmeno mediocri, non esemplari ma nemmeno secondari, semmai tipici di una stagione e di una generazione. La strada intrapresa è quella giusta, i risultati si sono visti e il lavoro di Fanizza va segnalato per il suo carattere di svolta.

Attilio Mangano