Marco Giovenale

Il libro di Carlo Bordini I costruttori di vulcani (Luca Sossella Editore, pp. 496) raccoglie sostanzialmente tutte le sue poesie, uscite presso vari editori dal 1975 a oggi. Lo accompagnano una bella nota di Roberto Roversi e una non meno bella prefazione di Francesco Pontorno.

Bordini non è ‘poeta a contratto’, inquadrato in un ruolo, iper-presente, sovraesposto: anzi per molti anni non ha pubblicato (quasi) nulla. Ha – inoltre, e semmai – fatto politica, da militante, fuori partito, fuori solco. E ha insegnato Storia moderna all’università; ha scritto anche prosa, come i romanzi Manuale di autodistruzione (Fazi) e Gustavo. Una malattia mentale (Avagliano), e la raccolta di frammenti Pezzi di ricambio (Empiria). Semplicemente, ha vissuto – contrastando per quanto possibile la deriva (in)civile dei tre decenni italiani ultimi. (Con la coscienza che i precedenti, di fatto, ne erano fondazione).

La poesia in incipit di Costruttori di vulcani  termina con l’ironia amara di un riferimento all’«analisi di gruppo». Segnale netto. È quasi come se Bordini ci dicesse: foto di gruppo: «…questa discesa negli abissi / profondi di se stessi / l’analisi – l’analisi di gruppo». Il volume è dunque anche una fotografia abissale degli anni tra il 1975 e il 2010, appunto: molte pagine suggeriscono o raccontano la realtà della finis Italiae, nera. Allo stesso tempo, in virtù del sale antigrazioso delle poesie, degli scatti su interni e gesti e visi, attraversiamo quegli (=questi, nostri) anni giovandoci della compagnia di una comunità fotografata – a colori – fatta di comparse e silhouettes e autori e attori e folli selvaggi della piccola metropolis capitale. Non ci lasciano soli a osservare la china.

Scrittori, amici, figure, luoghi e volti non spariti, se pure svaniti, fissati. Insomma: si tratta sì del mondo del trentennio ultimo, precisamente, con le sue distruzioni e distrazioni, ma questo è allo stesso tempo còlto preso ripreso e abbandonato nei lineamenti di chi, nonostante il trascinamento e la violenza della storia, ha pur fatto opposizione. Ha tentato.

In parallelo si dovrà allora rammentare (o ipotizzare) che Bordini appartiene in linea di massima a quel gruppo o generazione o numero impreciso e non amplissimo di autori che con maestria e dolcezza – e con il bizzarro rigore che la dolcezza implica – hanno praticato, specie a Roma, una felice libertà sintattica nel narrare, e una dissoluzione di modi metrici e istituzioni formali che non ha tuttavia affatto il significato netto di un beat tout court. (Nonostante sia vero che anche di dissoluzione e sofferenza di vita si tratta sempre, nei suoi versi).

Altro nome caro a Bordini e a chi scrive, entro la medesima linea o area di lavoro, può essere per esempio quello di Paola Febbraro. (Su un fronte strettamente tematico, la stessa Rosselli potrebbe trovare qui collocazione critica, è un’idea non indifendibile).

Potrebbe esser detta, questa, un’area o modalità/tonalità di – vigile e politica – “loose writing”. Dove l’aggettivo che fa la scrittura libera, sciolta (loose), non implica affatto né perdita di emissione di senso né cadute gratuite di strutture stilistiche. È anzi proprio in una leggerezza da quasi non volendo, da partitura impeccabile, mozartiana, che risiede il fascino del modus operandi e punto di forza di Bordini.

Allo stesso tempo il libro pubblicato da Sossella ci mostra un autore a tal punto ricco di complessità da potersi permettere di venir inquadrato in più categorie: tutte esatte, tutte parziali. È un realista, ma saldamente onirico, un autore di scrittura di ricerca, però volentieri epigrammatico, ossia classico, citabile memorabile, è un poeta giocoso, un ritrattista, un narratore, un dada, un confessional. Gli manca l’epica? No, ci suggerisce Roversi in prefazione. Quale impresa infatti è più epica del riuscire – come accade – a tenere coerentemente/coesivamente insieme tanti versanti climi stili? Molti gusti sulla stessa tavola. Sarà allora anche un satirico. E un lirico, poi, addirittura. Lirico al modo in cui può esserlo chi indossa una maschera iperrealisticamente fedele ai propri lineamenti veri, da persona-pessoa anche troppo smaliziata, in tutte le sue identità multiple, che sono in definitiva una, in una precisa linearità, singolarità tranchante, e ingenuità perfino.

Ingenuità. Ecco una parola chiave per leggere Bordini. Il suo è candore o meglio autenticità che staglia superfici e primissimi piani di eventi, di vocabolario asciutto, svagatezza di taglio walseriano (Roversi daccapo annuisce), per esempio là dove inquadra la bontà delle cose:

Le cose sono natura,
paradossalmente
gli oggetti moderni son piú vicini alla natura
degli oggetti antichi: son fatti per perire ed
essere incalzati dai loro figli, come gli asini,
i cani, gli animali. …

(p.132)

E ancora:

Le cose sono buone,
non fanno del male. Stanno
lí, ce le abbiamo messe noi,
e obbediscono. Sono
fatte di polvere, loro, di polvere
molto compatta, colorata,
e non si rompono. Non sono cattive.
Non mangiano altre cose.
Non danno fastidio, e stanno buone,
ad aspettare.
Noi, invece, siamo cattivi.
Le cose piú buone sono
le case, con le loro facciate spesso
serene, e gli utensili,
colorati. Anche i vestiti;
ma sono troppo simili a noi. Sono
egoisti. Vogliono per forza
essere belli.
Le cose sono buone, sono belle,
non danno fastidio, non si muovono.
Ci vogliono bene e sono fatte
per noi. Le cose sono tutte
un po’ pop, se ci fate
caso, hanno un’aura pop, una
luminosità che si espande
intorno a loro. Le cose migliori
sono le case, le cose migliori,
perché sono le piú buone. Anche
i quadri sono buoni, e le fotografie.
Ma le
case sono ancora migliori; sono
le migliori di tutte.
Le macchine sono buone sono brave sono
sagge,
non mangiano
sono loro Dio,
le cose sono femmine.

(pp. 185-186)

Testo praticamente francescano? Un animismo materialista? Neocrepuscolare? Fauve? Fou? Direi – sbilanciandomi, con coscienza – un cantico (ripensato) delle creature, che ci costringe a prassi di responsabilità, coscienza, nei confronti del mondo. Il contesto in cui può inserirsi il lavoro di Carlo Bordini è – infatti – decisamente più ampio di quello della fine d’Italia (e della sua politica).

Marco Giovenale
[ versione ampliata della recensione comparsa (con il titolo redazionale di
Da Carlo Bordini versi asciutti e candidi) in «il manifesto», 1 ago. 2010, p. 12 ]