Mese: settembre 2011

Il silenzio azzurro. Tratti di 'utopia' possibile e impossibile in poesia

Stefano Raimondi

             Sono i tratti, i lasciti, i respiri che si frantumano, che

s’interrompono a esplodere per povertà, sincerità.

            Tratti bianchi lasciati sulle strade, sui confini, sui bordi.

Traiettorie viste, intra-viste, desiderate.

           Nella nebbia si seguono i tratti, tra le luci insistenti dei fari,

che frugano, che ci avvertono, fino a un abbaglio strano, fino a

scomparire.

Ci si perde sui tratti come sulle tracce lasciate nel deserto: il vento le

scrive senza tatuaggi, senza pelle .

La parte più fonda è del buio, quello che resta per essere  incredibile,

incredibilmente vero.

            Si cerca tra i tratti lo spazio per resistere: quello tenuto da una

parte per spiegare il luogo di una parola impossibile, ancora non

scritta “per sempre”, come l’azzurro folle dei bambini quando

disegnano un cielo a memoria, senza più guardare .

           C’è chi nei tratti ha intravisto parole: alfabeti.


 

Primo tratto

 

“[…] si può essere attratti nella traccia fino a perdersi in essa, in una fissità che sottrae l’oggetto ad ogni possibile analisi razionale, ad ogni possibile uso.”

Franco Rella

Cercarsi dei luoghi utopici, o uno spazio coraggiosamente impossibile della poesia, rende paradossalmente felici. Quella felicità nata dalla precarietà, dall’instabilità, dalla disobbedienza. Uno strano percepire lo spazio là dove è precluso, la speranza là dove è annullata, sapendo bene – come sosteneva Walter Benjamin – che essere felici significa essere consci di sé senza terrore. La sensazione di appagamento è interamente inserita in una dinamica linguistica, dove il nominare parole o “ Nomi propri” porta a una conoscenza primaria: a un insonne incontro con l’Altro, col nostro primigenio Nome proprio che ci firma, c’intaglia, trascrivendoci nel mondo, nel giorno di tutti come una certezza. D’altronde lo spazio della poesia non è forse il luogo della nostra prima oralità, il nostro nome/immagine inciso a immagine tra il nerofumo di una grotta? O come scrive Emanuel Levinas:

“[…] non sono forse le prime parole che ogni linguaggio presuppone, persino quello che si ritrae nel silenzio del puro pensiero […] o che si isola nella scrittura?” Continua a leggere “Il silenzio azzurro. Tratti di 'utopia' possibile e impossibile in poesia”

Maschere e manichini. Su Julius von Schlosser, Storia del ritratto in cera, Quodlibet

Isabella Mattazzi

Sarà capitato a tutti di ricordare, fra gli episodi più tremendi della propria infanzia, una gita scolastica in qualche museo delle cere. Luoghi di vellutini e stucchi dorati, i vari gabinetti di Mme Tussaud europei sono da anni meta di scolaresche stanche e gruppi di cinquantenni in vacanza aziendale. A Parigi, il rituale pagano del turismo kitsch segue sempre, nell’ordine: Tour Eiffel, quadri in stile impressionista comprati a Montmartre, la tomba di Baudelaire a Montparnasse su cui sostare in rispettoso silenzio e, naturalmente, il Museo delle cere Alfred Grévin. Ma se pagare il biglietto per guardare Marat morto nella sua vasca da bagno sembra essere una delle situazioni più imbarazzanti in cui ci si possa mai trovare superata l’adolescenza, non è sempre stato così. La ceroplastica, l’uso di modellare statue in cera, ornandole con stoffe e capelli veri ha in realtà una storia lunghissima e natali aristocratici. Ce lo ricorda oggi la traduzione italiana per Quodlibet di un testo singolare, Storia del ritratto in cera, scritto nel 1911 da Julius von Schlosser. Continua a leggere “Maschere e manichini. Su Julius von Schlosser, Storia del ritratto in cera, Quodlibet”

Pasolini e Manzoni: 26 agosto 1973

Elena Frontaloni

I riferimenti ad Alessandro Manzoni nei saggi letterari di Pier Paolo Pasolini confermano che i giudizi pasoliniani, pur nei percepibili, a volte sussultori mutamenti di rotta, nascono e si sviluppano attorno al problema del «rapporto vitale e storico con la tradizione», dell’«uso anti-tradizionale della tradizione stessa» attivo già nel progetto della rivista «Eredi» [2]. Rispetto alle modalità di citazione, quello di Manzoni è spesso un “nome in codice”, gettato sulla pagina alla svelta sulla base di interpretazioni altrui (specialmente Graziadio Isaia Ascoli, non chiamato in causa ma presente fin dalla prima occorrenza, nel ’47, [3] e poi ancora Contini, e Gramsci). Compare però in tutti i principali momenti della riflessione pasoliniana (gli anni delle prime prove in prosa, il saggio La poesia dialettale, Passione e ideologia, Empirismo Eretico, Descrizioni di descrizioni), a disegnare un atteggiamento interlocutorio da parte di Pasolini nei riguardi di questo autore e dei suoi esegeti.

La precaria (minacciata dalle ansie di normalizzazione dell’autore) e pericolosa (per gli epigoni dello «stile semplice» [4]) grandezza dei Promessi sposi; l’importanza stilistica degli Inni Sacri (abbozzata nelle lettere [5], pronunciata distintamente nella Noterella sul Carducci[6]; la debolezza della posizione teorica in fatto di lingua da parte di Manzoni sono definizioni che Pasolini raggiunge negli anni Cinquanta, per mai più abbandonarle, e semmai scontornandole nel nuovo tono saggistico adottato a partire dagli anni Sessanta, quando risulta complesso distinguere tra i suoi scritti critici e quelli d’intervento, e in genere tra le varie strategie discorsive adottate per esprimere la disperata, letteraria «vitalità» da opporre all’orrore del post-genocidio [7].

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Il dono alto dell'apertura: "Lettere nomadi" di Luciano Neri (Puntoacapo, 2010)

 

«Ma prossima è la morte a una immortale
Vita, chiusa la falsa, apre le porte,
Vita di vita e morte della morte.
Chi gli agi fugge per amar naufragi?
A chi, più del riposo, il viaggio piace
E il lungo errare è più dolce del porto?»
Franco Fortini

«ma l’impegno è doppio la fatica è dura il rischio
è alto e nel vissuto vive (e nel vivere vivendo
continua a vivere e a morire) e morendo vive
fa un giro pieno ma senza tempo si fa presente
e con il dono alto di chi ha capito…»

(p. 84)

La nuova raccolta di Luciano Neri, dopo l’esordio visivo in ricognizione di un reale frantumato rappresentato da dal cuore di Daguerre, espone la parola poetica ad un tour de force itinerante che, proseguendo sulla scia del libro precedente, trasporta verso la maturazione che una perdita di rotta, ontologica in senso pieno, linguistica in rapporto allo strumento utilizzato, possa condurre ad una inedita definizione del reale stesso. Continua a leggere “Il dono alto dell'apertura: "Lettere nomadi" di Luciano Neri (Puntoacapo, 2010)”

Mesa e Di Ruscio: dittico degli insubordinati

Andrea Inglese

Nel 1997, per Anterem Edizioni (collezione del premio Lorenzo Montano), è uscito Improvviso e dopo (poesie 1992-1995) di Giuliano Mesa. Nel 1999, per la PeQuod di Ancona è uscito Firmum (1953-1999) di Luigi Di Ruscio. Improvviso e dopo costituisce la terza raccolta personale di Mesa, Firmum si presenta invece come un’autoantologia personale di Luigi Di Ruscio. Lascio al lettore il compito di approfondire le ragioni di un tale accostamento. I due autori possiedono voci molto diverse eppure sono accomunati da una rara intransigenza che rende i loro testi pochissimo sensibili alle necessità endoletterarie di posizionamento e visibilità. Lontani da poteri e contropoteri, questi due poeti vanno solitari, tenacemente insubordinati.

 

MESA

 

Ascendenze. Quali voci del Novecento italiano sono riconoscibili nel dettato di Mesa? In quale famiglia inserirlo? La lingua di Improvviso e dopo emerge compatta, coerente, nettamente distinguibile nel panorama contemporaneo, e proprio per questo remota, avulsa. Il riferimento più immediato ci porta oltrefrontiera, a Beckett. Di Beckett è riconoscibile il vocabolario del corpo smembrato e derelitto, il ritmo ossessivo delle funzioni biologiche elementari – tra cui va incluso il dire, che è un conato insopprimibile come la sete o la fame. Ma Mesa allarga lo scenario beckettiano, introducendo panoplie industriali e fregi faunistici propri di una versione contemporanea dei trionfi rinascimentali: scorci fantasmagorici e terrificanti di un paesaggio ibrido, in cui si accavallano immagini di preistoria e di dopo storia [dai cunicoli alla fonderia, torcia, basalto, elmo d’acciaio / tracce di sterratura, cavi di vetroresina, formiche, / mosche sugli occhi, polvere, prurito: finito]. Di Beckett è anche presente un motivo fondamentale: il tema dell’enunciazione. Non, si badi, poesia sulla poesia, bensì poesia sull’atto del dire, sull’evento di una voce che incessantemente produce significati, non volendo mai del tutto riconoscersi in essi [vita che dopo vita finisce e non fa somma, / qui non fa più che sottrarre poco al nulla, / qui si fa un’altra parlata, / rifinita e rifinita ancora, ancora].

Negazione. La poesia nega il mondo, in quanto si pone come promessa utopica di felicità; il mondo nega la poesia, smascherandone il carattere ipocrita e consolatorio. Di questo doppio legame le avanguardie novecentesche sono spesso rimaste prigioniere, incerte tra potenziare lo specifico letterario a difesa della futilità imperante o distruggerlo in nome di rivoluzioni politiche a venire. Queste opposte e simmetriche negazioni divengono in Mesa metafora di una lacerazione più diffusa che coinvolge l’intero edificio del linguaggio ordinario  ben al di là del ristretto idioma poetico. Qui si colloca quell’esercizio dell’enunciazione (provvisorio e precario) che, come ho già detto, è un Leitmotiv fondamentale del libro. La doppia negazione quindi, piuttosto che essere assunta a livello di presupposto dottrinario, fornisce il ritmo alternato di sistole-diastole attraverso il quale il dire nega l’essere della cosa e la cosa nega l’essere del dire [nome non dice cosa / cosa non fa spessore]. Non si tratta di schierarsi intellettualmente per una o l’altra delle due tesi, bensì di considerarle come momenti entrambi legittimi di una pratica della scrittura che mira a salvaguardare l’efficacia e la forza del linguaggio, misurandolo ogni volta con il proprio limite e la propria inconsistenza. Mesa è infatti è inconsapevole che chi grida contro la menzogna del linguaggio, si è comunque costruito attraverso di esso un’immagine della verità (la parola smentisce se stessa, dicendo che le cose stanno ben altrimenti da come vengono dette). Troveremo allora versi come questi: fare la figura immediata / ma sarebbero sempre altre parole / anche le dette con spasimo / contratte striate / idilli di lingua e mondo / reggicose spegnicause. La poesia che celebra il silenzio e l’afasia, non sfugge al paradosso dell’espressione: anch’essa produce «idilli di lingua e mondo». Dunque, inutile sacralizzare il silenzio, quasi fosse, esso almeno, zona franca e autentica. L’ibrido domina in Mesa come già in Beckett: non esiste silenzio perfetto né chiacchiera del tutto menzognera. Ecco allora l’atletica dell’enunciazione: tre parole in fila, / le stesse, oppure no: / se tornano, se cambiano, / bianche, dipinte, nere: / prendete tempo, ancora, / mancano il poco o il nulla. Ciò che conta è allora il passaggio della parola, la scansione delle frasi e la misurazione del tempo, l’alternanza e la mutazione dei significati, la caducità del senso. Inutile afferrare il nulla attraverso il linguaggio; il nulla (o il «poco») emerge dalla vita stessa del discorso, nel suo farsi e disfarsi, nelle digressioni che si spengono in amnesie o nell’ossessiva e demente ripetizione, nell’interruzione improvvisa, nel filo perduto e ritrovato. Continua a leggere “Mesa e Di Ruscio: dittico degli insubordinati”

L’ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia

 

Marco Giovenale

È vero: il racket degli illeggibili detiene ed esercita un duro potere: radio, cinema, teatro, jets, premi, tutti i premi, liquori costosi, tirature planetarie; e intanto, i leggibili e validi languono, appartati nelle loro soffitte, con mano scarna e tremula vergano le loro storie educative, ed ogni inverno muoiono come le mosche e, non fosse la pietas dei parrocchiani, li seppellirebbero nelle fosse comuni.

Giorgio Manganelli, La letteratura come mafia, in “Quindici”, n. 9 (mar.-apr. 1968; 
poi in Quindici, Feltrinelli, Milano 2008, p. 209)

 

Qua e là in siti web e riviste di letteratura si legge che la scrittura sperimentale, e specialmente la poesia di ricerca, sarebbe “egemone” nel nostro paese.

Trovo sia assolutamente fondato. A fatica la mattina mi faccio strada, in tram, fra gente che tiene ostentatamente aperto davanti a sé “il verri”; alcuni per tutto un viaggio in bus godono a infastidirti urlando al cellulare i propri progetti di traduzione di testi di Robert Smithson, di Kaprow, di Morris. Altri cianciano di Gysin. Viene la nausea. Cosa vogliono? Si ha la sensazione di essere circondati. Si ha questa sensazione, ogni giorno.

Non se ne può più di questi bestseller del cutup. Così come trovo “indegno di un paese civile” (credo si dicesse così, prima che gli Egemoni bandissero espressioni simili) che in edicola con il Corsera + 5 euro diano addirittura libri di Robbe-Grillet, ristampe di Isgrò, di Arno Schmidt. Basta con le prose brevi di Beckett, coi saggi su Christian Dotremont, su Gallizio.

Da Feltrinelli è letteralmente impossibile entrare senza imbattersi in scaffali e scaffali fitti di Costa, Niccolai, Cacciatore, Porta, Cagnone, Mesa, Pizzi, Toti, Reta, Beltrametti, Vicinelli, Spatola, Villa. Praticamente non ti puoi girare da nessuna parte. Villa e Burri, Burri e Villa; e Fontana. È un martellamento senza fine. Continua a leggere “L’ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia”

Federico Sanguineti, 1-23, con una postfazione di Tommaso Ottonieri, Napoli, Edizioni d’If, 2011.

Marco Berisso

Vorrei iniziare questa mia breve nota sulla raccolta (anzi, frammento di raccolta, come ci si deve attendere) 1-23 di Federico Sanguineti con un’affermazione preliminare che spero risulterà abbastanza condivisa: quel che da sempre è risultato il lato meno ambito e perseguito dei Rerum vulgarium fragmenta petrarcheschi, il loro punto di forza e, insieme, di opacità sino almeno al Novecento, è stato il loro carattere di racconto di un’anima (per ricalcare, ma un po’ tradendolo, il titolo del famoso saggio di Santagata), la loro struttura narrativa ed esemplare, nonché esemplarmente individuale. Il testo che, in questo senso, più ha scavato in questa direzione è quello, persino imbarazzante nella sua oltranza, confezionato nel corso dei decenni da Saba: Canzoniere, appunto, sistema di scavo, tramite la poesia, nella propria esistenza alla ricerca delle origini di un trauma (o della ripetizione dei traumi nel corso dei decenni, anche) che è sociale, certo, culturale, ma anche parecchio personale e persino egotico. Ebbene, questo libro di Sanguineti si pone esattamente su quella linea, resa tanto più visibile dal fatto che qui l’assunzione di Petrarca non avviene, per dir così, in modo traslato ma alla lettera. Continua a leggere “Federico Sanguineti, 1-23, con una postfazione di Tommaso Ottonieri, Napoli, Edizioni d’If, 2011.”

Jean-Jacques Viton. L’esplorazione dei resti.

Andrea Inglese

[ si riporta qui il saggio introduttivo a Jean-Jacques Viton, “Il commento definitivo. Poesie 1984-2008”, saggio critico, traduzione e cura di Andrea Inglese; postfazione di Nanni Balestrini; Metauro, Pesaro 2009, pp. 7-26 ]

 

Motivi per un’antologia

È opportuno dire subito che la proposta di un’antologia poetica, in Italia, dell’opera di Jean-Jacques Viton presenta un aspetto paradossale. Generalmente, una pubblicazione antologica di un poeta straniero, con alle spalle un ampio e assodato itinerario, interviene dopo che già si è avuto modo di leggere in traduzione una o più opere significative di quello stesso autore, o dopo che se ne conosca sufficientemente il lavoro attraverso traduzioni apparse in rivista. Viton, attivo come poeta dal 1963, indefesso promotore di riviste militanti, ed autore ad oggi di 15 libri di poesia, avrebbe senz’altro tutti i titoli per essere un nome ormai familiare presso quei lettori italiani che s’interessano di poesia contemporanea. Purtroppo le cose non stanno propriamente così. Non che Viton sia davvero ignoto in Italia, privo di legami con poeti del nostro paese, e mai apparso neppure in rivista. Egli ha persino partecipato più volte a dei festival internazionali di poesia a Milano e a Roma[1], e suoi testi sono stati in diverse occasioni tradotti in italiano. Inoltre, una lunga amicizia lo lega con Nanni Balestrini, personalità non certo appartata del nostro ambiente letterario, e attento osservatore di esperienze poetiche che travalicano i confini nazionali. Questi precedenti, però, non gli assicurano quell’autentica ricezione, in virtù della quale l’esperienza di un poeta straniero, una volta sedimentata attraverso letture e traduzioni, dovrebbe costituire un punto di riferimento e confronto per la nostra produzione poetica[2]. Ciò non accade neppure nel caso di tradizioni contigue, come quella italiana e francese, che lungo una buona parte del secolo scorso, a partire dalle incursioni dei futuristi a Parigi, non hanno cessato di dialogare e di interrogarsi a vicenda.

     Se oggi il dialogo non è interrotto, è certo più sporadico, casuale, e generalmente – per una diffusa pigrizia intellettuale – ricalca terreni battuti da entrambi i versanti. È abbastanza sconsolante che, tra i poeti francesi viventi, quello più tradotto e conosciuto in Italia sia da una ventina d’anni ancora Yves Bonnefoy, nato nel 1923. Se si eccettua poi il francofono Philippe Jaccottet, di origine svizzera, pochi rimangono i poeti francesi contemporanei di cui è possibile leggere qualcosa in Italia. Persino presso gli addetti ai lavori, si è attenuata quell’esigenza di confronto che è costitutiva della ricerca e della possibilità di rileggere criticamente il proprio panorama letterario, passando per una lingua e una tradizione altra, straniera[3]. Nel 1968, era ancora possibile la pubblicazione, presso un editore come Einaudi, di un’antologia militante di poesia francese: Poeti di «Tel Quel», a cura di Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset. Il neoavanguardista Giuliani, alla luce delle proprie curiosità e dei propri presupposti di poetica, individuava oltralpe interlocutori quali Marcelin Pleynet, Jean Pierre Faye e Denis Roche, che meglio si prestavano, rispetto a molti poeti connazionali, ad una discussione e ad un influsso reciproco.

     Pubblicando un’antologia di Jean-Jacques Viton il nostro intento è quindi duplice, sia documentario che militante. Non solo, infatti, si tratta di documentare l’opera di uno tra i maggiori poeti francesi viventi, ma di documentare proprio quell’opera, in quanto eccentrica rispetto alle aspettative di un pubblico italiano, ricettivo dal dopoguerra in poi soprattutto nei confronti della linea Mallarmé-Bonnefoy e di quella Rimbaud-surrealisti. Viton, infatti, s’inscrive in tutt’altro paesaggio, sollecitando in noi lettori una vera e propria ridefinizione dei confini del poetico, soprattutto in relazione alla poesia italiana attuale. Continua a leggere “Jean-Jacques Viton. L’esplorazione dei resti.”

Oscurato (su "Entrata nel nero" di Ranieri Teti)

Federico Federici

 

«Eingedunkelt
die Schlüsselgewalt.
»
P. Celan

Sin dal titolo, questo lavoro di Ranieri Teti contiene un’indicazione programmatica: l’esplorazione del nero, da intendersi non nell’unica accezione del colore, ma come categoria più vasta, una sorta di compendio biografico dell’oscurità. Di volta in volta interrogato è il nero della materia combusta, lo «spegnersi di finestre alla fine dell’estate», l’attesa/assenza «uguale al nero che vive nel giorno», l’occultamento delle cose, delle loro posizioni su una riga di confine, ultima barriera lungo (e oltre) la fuga del mondo. È l’esodo (o l’esilio) verso l’altro lato della notte, verso «la meta inabissata nell’opaco», che neppure la parola nomina e trattiene. Il fine unico è un ritorno anche se la partenza (o l’allontanamento) è stata senza testimoni.
Il “non scritto”, negativo dello scritto, ha valore interstiziale, definisce la raffigurazione cingendo d’assedio la parola, riducendola, contraendo lo spazio del testo («nella divisa unità della frase/ il bianco intorno unisce e separa»), rinnovando il monito di Celan: «Schreib dich nicht/ zwischen die Welten». Alcuni componimenti Continua a leggere “Oscurato (su "Entrata nel nero" di Ranieri Teti)”

La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)

Gianluca D’Andrea

La presa sul reale parte da una riflessione sul “niente”. Nell’epoca del nichilismo raggiunto e del disorientamento etico la poesia tenta una reazione spostando il proprio linguaggio allo stadio minimo della descrizione di esperienze che si accendono in un’atmosfera di raccoglimento, nei piccoli gesti quotidiani, nel comune formicolio delle esistenze e delle relazioni tra le stesse.

Il tema fondante nella seconda raccolta di Gabriel Del Sarto è proprio la relazione: dalla dimensione lineare del “viale”, di una strada che si allunga, partendo dalle proprie origini, attraversando incroci, siamo condotti ad una inedita vastità, infinita proprio perché non ancora esplorata, quella del vuoto. Sul vuoto è la ricognizione di un orizzonte mutato, anche concettualmente, a cui si giunge da coordinate precedentemente vissute ma ineluttabilmente perdute. Il “senza-dimensione” che il vuoto simbolicamente rappresenta illustra lo spaesamento del soggetto lirico che continua a ritrovarsi nelle micro-percezioni relazionali che lo hanno formato anche attraverso le inevitabili cadute. Scoordinazione e relazione, macro e micro testo (macro e micro cosmo), dimensioni che si creano nella loro apparizione, sciolte da ogni determinismo.

A conferma di quanto esposto andiamo a osservare retrospettivamente l’incipit de I viali: «Radiosa, quest’ora,/ e violenta di luce», sin dagli esordi è possibile notare la modalità di riflessione poetica di Del Sarto che è capace di cogliere l’accensione del reale nella presenza-assenza del soggetto poetico rispetto al contesto, in una posizione anti-dialettica: radiosa è l’ora nella sua violenza (l’aspetto negativo) ma in Sul vuoto troviamo: «I ricordi nella luce obliqua/ dalla porta a vetri, un vento leggero e un ritorno/ di senso, molecolare» (I tigli, p. 11, vv. 10-12), la luce da violenta diventa obliqua, il taglio verticale della stessa luce, correlativo della vista e della possibilità sensoriale del soggetto, si attenua in una percezione liquida e quasi tattile del reale, per questo sembra decadere l’affermazione della quarta di copertina sui toni più metallici della seconda raccolta rispetto alla precedente; piuttosto gli stessi toni aderiscono al panorama più vasto e spaesante e si abbassano in maniera ancora più decisa, rispetto all’humus relazionale che dominava I viali. Continua a leggere “La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)”

"13 storie inospitali" di Hans Henny Jahnn

 Stefano Zangrando

Fino a poco tempo fa, in Italia il nome di Hans Henny Jahnn (1894-1959) era noto a una sparuta minoranza di amatori e specialisti. La ragione, tuttavia, non andava ravvisata soltanto in un’omissione tra le molte, a volte imperscrutabili, dell’editoria nostrana. In realtà questo autore amburghese, di qualche anno più giovane dei suoi contemporanei Hermann Broch e Alfred Döblin – e distante ormai già una generazione da Thomas Mann –, è rimasto a lungo dimenticato anche in patria, quali che siano le ragioni di una tale rimozione e benché un critico di rango come Walter Muschg lo ritenesse, all’epoca, il più grande scrittore tedesco vivente. Dei suoi due maggiori esiti romanzeschi, il primo, Perrudja, apparve nello stesso anno di Berlin Alexanderplatz di Döblin; il secondo, la vasta trilogia incompiuta di Fiume senza rive, fu composto tra il 1935 e il 1947, anno in cui apparve il Doctor Faustus di Thomas Mann. Anche il trilite di Jahnn narra la storia di un compositore, eppure il canone gli preferì la vicenda di Adrian Leverkühn, così come la commistione ctonia di mito e utopia, eros e cosmogonia del suo primo romanzo subì una sorte meno grata dei cut-up metropolitani del dottor Döblin. Pochi dovettero dunque apprezzare che Jahnn, ben più di Broch e Mann, avesse composto il suo opus magnum secondo regole più musicali che letterarie, contribuendo così a quella musicalizzazione dell’arte del romanzo che in seguito – Milan Kundera docet – avrebbe conosciuto ulteriori e più raffinati sviluppi. Del resto Jahnn aveva dalla sua la competenza del costruttore di organi. Ma questo, a sua volta, non è che il più noto risvolto professionale di una poliedrica e inesauribile personalità di artigiano e visionario.

Dopo gli studi superiori, per sfuggire alla prima guerra mondiale Jahnn emigrò in Norvegia assieme all’amico e amato Gottlieb Harms. Rientrò in patria nel ’18 e, un anno dopo, fondò la comune di artisti Ugrino, i cui piani utopistici rimasero in gran parte irrealizzati – la traccia più durevole fu quella di un’impresa editoriale che dava alle stampe opere di compositori barocchi. La sua proposta, elaborata a fondo, di una nuova concezione costruttiva degli organi ebbe scarso seguito. Il suo primo dramma ottenne nel 1920 il prestigioso premio Kleist, ma la rappresentazione delle sue opere teatrali, che non risparmiavano incesti e mutilazioni, avrebbe sempre incontrato ostacoli. Pacifista convinto, negli anni Trenta aderì al partito radical-democratico finché, bollato e perseguitato dai nazisti come «comunista e pornografo», nel ’33 lasciò di nuovo il paese per stabilizzarsi presto in Danimarca, dove rimase fino al 1950. Rientrato infine nella Repubblica Federale, fondò l’Accademia delle Arti di Amburgo e fu strenuo oppositore al riarmo tedesco e allo sviluppo degli ordigni atomici. Fu in questi ultimi anni che Jahnn assemblò in un volume più abbordabile dei precedenti alcune prose estratte dalle sue narrazioni maggiori: «una costellazione minima dei temi e delle ossessioni dell’autore», scrive Domenico Pinto, curatore della collana Arno per l’editore Lavieri, nella bandella di queste 13 storie inospitali (pp. 196, € 16,00) – è appunto all’editore lucano, e alla lodevole traduzione della giovane Elisa Perotti, che si deve l’edizione italiana del libro, fresca di stampa. Continua a leggere “"13 storie inospitali" di Hans Henny Jahnn”

Per la poesia di Carlo Bordini

Francesco Pontorno

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Francesco Pontorno, Per la poesia di Carlo Bordini
[ Introduzione a: Carlo Bordini, I costruttori di vulcani, Luca Sossella Editore, 2010. Punto critico e Slowforward ringraziano l’autore e l’editore per aver concesso l’hosting di questo documento ]