Pasolini e Manzoni: 26 agosto 1973

Elena Frontaloni

I riferimenti ad Alessandro Manzoni nei saggi letterari di Pier Paolo Pasolini confermano che i giudizi pasoliniani, pur nei percepibili, a volte sussultori mutamenti di rotta, nascono e si sviluppano attorno al problema del «rapporto vitale e storico con la tradizione», dell’«uso anti-tradizionale della tradizione stessa» attivo già nel progetto della rivista «Eredi» [2]. Rispetto alle modalità di citazione, quello di Manzoni è spesso un “nome in codice”, gettato sulla pagina alla svelta sulla base di interpretazioni altrui (specialmente Graziadio Isaia Ascoli, non chiamato in causa ma presente fin dalla prima occorrenza, nel ’47, [3] e poi ancora Contini, e Gramsci). Compare però in tutti i principali momenti della riflessione pasoliniana (gli anni delle prime prove in prosa, il saggio La poesia dialettale, Passione e ideologia, Empirismo Eretico, Descrizioni di descrizioni), a disegnare un atteggiamento interlocutorio da parte di Pasolini nei riguardi di questo autore e dei suoi esegeti.

La precaria (minacciata dalle ansie di normalizzazione dell’autore) e pericolosa (per gli epigoni dello «stile semplice» [4]) grandezza dei Promessi sposi; l’importanza stilistica degli Inni Sacri (abbozzata nelle lettere [5], pronunciata distintamente nella Noterella sul Carducci[6]; la debolezza della posizione teorica in fatto di lingua da parte di Manzoni sono definizioni che Pasolini raggiunge negli anni Cinquanta, per mai più abbandonarle, e semmai scontornandole nel nuovo tono saggistico adottato a partire dagli anni Sessanta, quando risulta complesso distinguere tra i suoi scritti critici e quelli d’intervento, e in genere tra le varie strategie discorsive adottate per esprimere la disperata, letteraria «vitalità» da opporre all’orrore del post-genocidio [7].

Il giudizio complessivo sul problema della lingua – motivo principale dei riferimenti – è chiuso in due veloci stringhe appunto degli anni Sessanta: Manzoni come “gigante complessato verso la Madre Lingua” al pari di Folengo, Porta e Gadda (i lombardi attraverso cui passa la «famosa, troppo famosa “componente dantesca plurilinguistica”: a lasciare l’unilinguismo petrarchesco ai toscani»), e ancora come intellettuale in cui «consisteva, insieme al grande poeta (che ha rischiato di rovinare il suo romanzo) un linguista normativo inattendibile» [8].

L’unico pezzo dedicato per intero a Manzoni, la famosa recensione ai Promessi sposi editi da Davide Lajolo, pubblicata il 26 agosto del 1973 e poi inserita nel semipostumo Descrizioni di descrizioni (1979), tocca solo di scorcio le questioni affrontate nei richiami precedenti: Pasolini mette per iscritto, a suo dire, una serie di «chiacchiere più o meno brillanti su un argomento su cui spesso degli italiani, che abbiano fatto il liceo, usano parlare» [9]; trascorre da una veloce rassegna di preferenze sui personaggi dei Promessi sposi all’analisi dell’intreccio tra vicenda biografica e scrittura manzoniana, a una rapsodia sulla ricezione del romanzo nel presente (come suggerito dal volume recensito, il quale si conclude con una rassegna di giudizi sul romanzo da parte di parlamentari).

Sotto questa divagante chiacchierata, batte una questione centrale per il Pasolini degli anni Settanta, apparentemente fagocitato dalla politica, dalla schiuma dell’attualità, ma forse piuttosto interessato a ciò che sanguina nel tessuto biografico del suo essere uomo e scrittore: il destino dell’omoerotismo e dell’arte nel mondo moderno, l’uno connesso all’altra e entrambi minacciati dai tentacoli del potere, del «cinismo cattolico» [10].

Il pezzo ovviamente dialoga, senza però informarne il lettore, con le diverse interpretazioni date al romanzo dai contemporanei ed è pure un tentativo di proiezione, già accertata come impossibile, su un autore da cui si sono già prese distanze, nonostante l’attenzione ai medesimi problemi e un irrevocabile apprezzamento («una mano che pare non aver nervi» [11], la definizione data da Ascoli allo stile di Manzoni, ritorna, liberamente citata ma quasi come una formula, in brevi raffronti con Bernardo Bertolucci, nel 1962; con Junichiro Tanizaki, nel 1974; con Edward Morgan Forster, nel 1972) [12].

Fin dall’incipit della recensione, in più, si ventila l’idea di scrivere sui Promessi sposi come per accettare uno sciocco e pericoloso gioco di società che si rivela, nel seguito dell’articolo, comune a letterati, cittadini in possesso del diploma liceale, parlamentari, e dentro al quale l’estensore dell’articolo entra per pronunciare un discorso estremamente amaro, «anti-illuministico» [13].

Posto che «i personaggi del Manzoni sono diventati […] qualcosa come i personaggi delle carte da gioco» [14], segni, ghirigori su cui si sa quanto una specie di regola involontariamente accettata da tutti vuole far sapere, e che valgono, vengono gerarchizzati e preferiti in base a quanto questa stessa regola decide, la predilezione di Pasolini va a Renzo, in seconda battuta a Don Abbondio e Gertrude (aborriti, «pronti per un tecnhicolor americano degli anni Cinquanta» [15], sono invece il Cardinal Borromeo, l’Innominato, Cristoforo e Lucia). Il motivo della scelta è che si tratta di figure diversamente espresse dallo «stile comico». Renzo è il personaggio preferito in quanto si muove nell’«unica zona neutra» del romanzo, la quotidianità (la mitizzata «realtà» dell’idioletto pasoliniano), fatta di una mescolanza di bene e di male (così che Manzoni può riservargli un «comico bonario»), mentre Don Abbondio e Gertrude, ritagliati come sono sopra l’abisso del male, costringono Manzoni a fare del comico gesuitico, del «manierismo moralistico (li perdoniamo, non li perdoniamo) e a scherzarci un po’ su, con non troppa convinzione» [16].

Massimo Fusillo ha già parlato, per l’ultimo Pasolini, di una sorta di valorizzazione della categoria del cinismo antico, vitale e mite, da contrapporre a quello moderno, sterile e teppistico [17]: appunto a questa categoria fa eco la «neutralità» comune cui viene richiamato il personaggio di Renzo, la sua piccola quotidianità senza futuro e senza storia certa disegnata da gran parte del romanzo e garanzia dell’inarcatura poetica di cui si riveste il personaggio. Pure su Renzo però Pasolini getta un’ombra, in quanto nelle ultime pagine dei Promessi sposi egli diventa «odioso», un «padrone», «arricchisce approfittando di un bando governativo che permette di tener basso il salario degli operai», si trasforma in un «piccolo ometto tutto pratico, un lombardo pieno di buon senso certo destinato a diventar moralista per difendere i suoi beni, esattamente come coloro che son stati alleati dei cinici potenti che l’hanno perseguitato» [18].

Dunque il «reale lieto fine del romanzo»[19] sottrae il personaggio alla zona di neutralità-realtà («caos indefinibile e irrelato») in cui Manzoni era riuscito a inserirlo fino a quel momento; così che il Renzo «ometto pratico» diventa doppio dei ragazzi immersi nell’irrealtà consumistica contro cui Pasolini si scaglia nel «Discorso» dei capelli (7 gennaio 1973), con le loro «maschere ripugnanti» che «ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre», tanto da far rispuntar fuori «le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti» [20].

Non si tratta solo di un’assonanza, peraltro facilitata dal richiamo a personaggi dei Promessi sposi: il nodo omosessualità-omoerotismo, estetica-etica, che Marco Belpoliti ha sottolineato nel Pasolini corsaro e luterano [21], e specialmente nel «Discorso» dei capelli, confrontandolo col pezzo sul Maurice di Edward Morgan Forster inserito anch’esso in Descrizioni di descrizioni, sembra ancor più centrale nello scritto di cui si va discutendo. Qui Pasolini, come si diceva, impossibilitato ad avvicinare l’autore per via di poetica e di postura stilistica, e esaurita la prima questione del pezzo (le predilezioni rispetto ai personaggi, sulla base della rispondenza allo stile comico), opera sul profilo di Manzoni una controversa proiezione autobiografica, esibendo un atteggiamento che spiega bene il motivo per cui amerà tanto la “vita scritta” di Manzoni composta dall’«autore di destra» Pietro Citati (ben due le ricorrenze in Descrizioni di descrizioni: [Autore di destra], 18 ottobre 1974 e Palladio, Pietro Citati, 15 novembre 1974, dove Citati è definito «crudele e commosso» nei riguardi di Manzoni, «cinico e comprensivo, tutto presente. Irriverente per amore. Sacrilego per confidenza») [22].

Sotto i personaggi prediletti e sotto i Promessi sposi in genere, osserva difatti Pasolini sulla scorta di un Freud velocemente rivisitato, vanno messi i «tragici» rapporti di Manzoni con i genitori e in specie con la madre, rapporti che l’hanno costretto a un difficile commercio con le donne, fatto anzitutto di divieti, così che nella scrittura è discesa una cristallizzazione del femminile (Gertrude e Lucia, la peccatrice che non deve avere rapporti con l’uomo e la giovane madre che non può avere rapporti con l’uomo) e «una certa tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata all’omosessualità»: un corso secondario, una pozzanghera, nella vita sessuale di Manzoni, continua sempre Pasolini, e però l’insegna sotto cui si svolge il sistema dei personaggi dei Promessi sposi, a guardare oltre l’apparente motore dell’azione, l’amore uomo-donna.

Pasolini non vuole illuminare questo punto della sua tesi; piuttosto gli preme sottolineare come la «strana intensità (fraternità o odio) omoerotica» che struttura i rapporti tra personaggi costitutivi l’intreccio del libro sia modo caratteristico «di tutti i grandi romanzieri», e nel caso specifico promuova la costruzione del personaggio di Renzo:

 Renzo è il simbolo della salute e dell’integrità. Questo amore per la gioventù solida e ben piantata di Renzo, ragazzo senza problemi, fa sì che il rapporto tra Manzoni e il suo personaggio sia sempre poetico: le pagine in cui Manzoni parla di Renzo traspaiono sul reale, hanno l’assolutezza del reale, e anche la sua sostanziale leggerezza. Il rapporto tra Manzoni e Renzo, ricorda un po’ quello di Ivan Ill’ic – nel racconto di Tolstoj – con il suo giovane contadino: il ricco padrone malato trovava un po’ di sollievo dal suo male solo nella presenza di un ragazzo, suo servo (ma divinamente sano, rozzo e giovane, e quindi libero da lui e da ogni altro padrone, imprendibile, «altro»). Nei momenti di crisi della sua malattia (probabilmente cancro) Ivan Ill’i? faceva venire in camera sua il ragazzo, e appoggiava sulle sue spalle le gambe: in quella posizione si sentiva meglio, e si illudeva di guarire. Son certo che il Manzoni provava la stessa sensazione redigendo la sezione romanzesca di Renzo.

Vale la pena sottolineare che Pasolini sposta dunque la sua discussione dal rapporto tra i personaggi a quello tra l’autore e il suo eroe, trovando in questo rapporto la soluzione della scrittura, il suo motivo di felicità. La descrizione del rapporto tra Manzoni e Renzo è inoltre colorata da accenni alla fisicità del personaggio, alla sua «gioventù solida e ben piantata», ridisegnata anche tramite il riferimento al ragazzo di Ivan Ill’ic, con una girandola di appellativi – «divinamente sano, rozzo e giovane, e quindi libero da lui e da ogni altro padrone, imprendibile, “altro”» –, dove invece il rapporto è tra il protagonista e un altro personaggio, come a significare che la scrittura tolstoiana trova la sua condizione di grazia dall’interno, mentre quella di Manzoni è fatta d’un dialogo tra l’esterno della scrittura (lo scrittore) e la narrazione – non molto differente era la considerazione che Pasolini aveva di Manzoni nel ’47, quando lo metteva insieme a Moravia e Piovene nel novero degli scrittori che insufflano nell’atto creativo una «serenità» data dal mondo, aprioristicamente decisa, così da comporre in «stile semplice» ma vivere l’atto scrittorio con la «paura» di derogare al principio assunto, anziché risolvere dentro la partitura narrativa stessa, con doloroso lavoro artigianale, il dialogo tra incertezza-impeto al dire e serenità [23].

Il riferimento a Tolstoj, insieme al contenuto del pezzo, crea un ponte significativo tra questo articolo e le Lettere luterane, in specie con la sezione pedagogica destinata a Gennariello, personaggio tutto di carta, introvabile oggetto d’agape, solo immaginato “servo libero” per via d’alterità: nonostante questo, anzi proprio per via della sua inesistenza nel mondo dell’«irrealtà» consumistica, chiamato sulla carta ad accogliere l’amore sublimato in pedagogia dello scrittore-Pasolini. Un po’ come Gennariello, per continuare un parallelo che non sembra troppo ardito, Renzo sembra farsi cartone del «non destinato a morire»: un ragazzo bello, del popolo, «altro» rispetto alla cultura dominante, appunto per questo tanto più tentato, e fragile, davanti alla bruttezza del conformismo (Siamo belli, dunque deturpiamoci, è il titolo del penultimo capitolo del trattato dedicato a Gennariello).

Manzoni imbruttisce Renzo, nelle ultime pagine del romanzo, lo fa rientrare nella logica della incruenta, furbastra aggressione reciproca dentro cui s’integrano oppressori e oppressi, lo uccide. Cosa accada a Gennariello è impossibile sapere: Pasolini viene ucciso, piuttosto, lascia le sue cose interrotte. Ma rimane il fatto che non destina il suo ragazzo né alla morte per mancato cedimento alla morte né alla bruttezza dell’«omino» Renzo; non può e non vuole farlo, in quanto sa bene che il suo è un personaggio di carta, immaginato strumento d’amore-conoscenza, «realtà» di valori non in corso, infine metafora di una parola scritta che non si lascia mangiare dal Potere com’è avvenuto a quella manzoniana la quale, quasi per conservare se stessa, ha sacrificato il suo personaggio.

Una volta descritto il rapporto tra Manzoni e Renzo, il momento della proiezione su Manzoni difatti cede, si ristabiliscono le distanze: tramite i giudizi dati dai parlamentari, Pasolini sposta il centro dell’attenzione su ciò che lo differenzia dall’autore dei Promessi sposi, biecamente ricordato dagli intervistati secondo preconcetti di «stretta osservanza cattolica», quando invece «a nessuno [dei parlamentari] è balenato nemmeno lontanamente per la testa che Manzoni è una delle forme storiche che ha assunto l’Anticristo: niente è infatti stilisticamente più contrario al Vangelo che l’umorismo. Cristo non era né bonario né spiritoso (né, naturalmente, sentimentale)»[24]. I parlamentari, figli storpi della morte del sacro decisa dal cattolicesimo progressivo, hanno risposto con «diligenza e sincerità», e ciò li rende doppiamente colpevoli: le obliate qualità corrosive dell’umorismo, estranee a Pasolini quanto al testo evangelico, smascherano, da parte dei parlamentari, una profonda incomprensione, in un miscuglio pericoloso di buona e di cattiva fede, rispetto al tono e al quid manzoniano – «per il Manzoni il cattolicesimo era una ideologia che, nel suo particolare momento storico, nella sua particolare psicologia, era un elemento di equilibrio: e, nella sua componente liberale, era anche progressivo», aveva scritto già nel ’61 Pasolini [25].

Dai giudizi dei parlamentari, l’apocalittico equilibrio raggiunto da Manzoni nel suo momento storico, nella sua psicologia di scrittore, col suo «grande romanzo ideologico»[26] sospeso sopra l’abisso del male e del non senso, risulta dunque depotenziato e ammansito, recluso in una reclusione: l’inutile vecchiaia bambinesca di un potere fatto d’uomini vecchi, mezzi furbi e mezzi sinceri, che leggono i Promessi sposi dalle ultime pagine alle prime, dalla salvazione-morte di Renzo imprenditore felicemente congiunto alla sua sposa al gesto di uno scrittore che s’inventa un passato (di carta), e lo riscrive (sulla carta) in caratteri leggibili per il proprio presente, stretto tra il desiderio di comunicare una sfida al proprio tempo e quello di allontanarsene per sempre. Che è il nodo sciolto da Manzoni (in favore del tempo) e lasciato significativamente (non volutamente) insoluto dal Pasolini nelle Lettere luterane e in Petrolio, per conservare alla letteratura-agape uno spiraglio di sopravvivenza nel futuro.

Elena Frontaloni


Abbreviazioni bibliografiche per le opere di Pier Paolo Pasolini: SLA I/II: Saggi sulla letteratura e sull’arte, I/II, a c. di W. Siti e S. De Laude, Mondadori Milano 1999; SPS: Saggi sulla politica e sulla società, a c. di W. Siti e S. De Laude,  Milano, Mondadori,1999.

[2] Cfr. G. Santato, Pier Paolo Pasolini. L’opera,  Vicenza,  Neri Pozza, 1980, p. 184.

[3] Cfr. SLA I, pp. 210-211.

[4] Ivi, p. 210.

[5] LL I, p. 83.

[6] SLA I, p. 1901.

[7] Cfr. C. Segre, Vitalità, passione, ideologia, in SLA I, p. XXXVII.

[8] SLA II, p. 2330 ([Profili delle regioni nell’antologia Scrittori della realtà]); SLA I, p. 1277 (Un articolo su “Il Giorno”).

[9] SLA II, p. 1864.

[10] SLA II, p. 1866.

[11] Cfr. G. I. Ascoli, Il Proemio all’«Archivio glottologico italiano», in Id., Scritti sulla questione della lingua, a c. di Carlo Grassi, Torino, Einaudi, 1975, p. 31.

[12] Gli ultimi due pezzi inseriti in Descrizioni di descrizioni, cfr. SLA II, pp. 1690, 2011, 2365.

[13] Cfr. G. Contini, Ultimi esercizi ed elzeviri (1968-1987), Torino, Einaudi, 1988,  pp. 389-395.

[14] SLA II, p. 1863.

[15] SLA II, p. 1861.

[16] SLA II, pp. 1861-1862.

[17] Cfr. M. Fusillo, Cinismo antico e cinismo moderno: potere e sessualità in Petrolio, «Studi Pasoliniani», I, 2007, pp. 69-78.

[18] SLA II, p. 1862.

[19] Ibid.

[20] SPS, p. 276.

[21] M. Belpoliti, Pasolini in salsa piccante, Parma, Guanda, 2010, pp. 29-57.

[22] SLA II, pp. 2151, 2171-2172 (citazione).

[23] SLA I, pp. 210-211.

[24] SLA II, p. 1865.

[25] SPS, p. 934 (Dai “Dialoghi con Pasolini” su “Vie Nuove”, n. 5, 15 aprile 1961).

[26] SPS, pp. 1618-1619 (Se nasci in un paese piccolo sei fregato, «La Fiera letteraria», XII, 50, 14 febbraio 1967. Intervista rilasciata a M. Cancogni).

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