Vito M. Bonito

Sono trame fittissime quelle dei Quattro quaderni di Giuliano Mesa, trame che non trovano requie. Il movimento quartettistico del testo si dirama attorno a un centro evanescente, immateriale, privato di sé fino allo scorticamento ritmico-esistenziale. È qui l’esposizione etica di una lingua. Dentro queste trame la poesia, celanianamente, si mostra come parola senza passaporto, senza radici; e attraversa un paesaggio muto dovendo caricare su di sé il peso di una verticalità che deve annodarsi con l’orizzontalità della vita.

La poesia segna meridiani, trame incorporee di un senso che deve farsi ‘terreno’ su cui camminare, nell’impossibilità di redimere la vita. Non c’è catarsi nell’arte, non deve esserci. Questo Mesa lo sa; e la griglia quadripartita – come uno stringersi di meridiani e paralleli – è un reticolo progettato non a disegnare una forma; piuttosto a sottrarla, a scarnirla, a renderla impura perché è forma che deve attraversare l’esistere ed essere disposta a uscirne lesa, ferita.

Dolore e memoria sono i due nodi su cui si concludevano I loro scritti (1992) e Improvviso e dopo (1997), in un corpo-libro che si racchiude su di sé, sul proprio persistere: «e poi le mani si posano sulle ginocchia, / gli occhi non guardano nulla, / la schiena si incurva un poco, / le palpebre, pian piano abbassate, / cercano di coincidere, di combaciare: così è perfetto, è vero», «(braccia e gambe intrecciate / proteggono dal caldo, dal freddo, / fuori polvere e fumo. / ancora un altro dopo, se viene, / da fessura, da ferita, / arriva rapido e finisce, / dentro, fra polvere e fumo, / da fessura, da ferita, / se arriva come se dovesse tornare, / fuori, e dentro, ancora)». I Quattro quaderni principiano da questo stretto, e dal suo “dopo”, dal suo essere cioè corpo del testo, lingua senza più aldiquà, mani che raschiano il ‘terreno’ facendo strada, segnando un cammino dentro una realtà in rovina.

Inversione di respiro. Le parole vuote della lingua – quelle che non dicono, ma indicano – circoscrivono l’enunciazione, lasciano accadere le cose. La sospensione sintattica del deittico, quasi colta in un dialogo tra Beckett e Leopardi, rifiuta la luce di uno sguardo totalizzante. L’io smiccia la storia dalle feritoie di un tempo svuotato, avverbiale (come accade per altri versi al soggetto poetico di De Signoribus o al lettore di fumo delle Didascalie per la lettura di un giornale di Magrelli). Mesa, quasi in ascolto di Celan («il mio udito si è trasferito nel mio tatto dove esso impara a vedere», Edgar Jené e il sogno del sogno), scrive «cinque per dieci, occhi, / che non guardano, / che vedono, soltanto, / ciò che sta per essere, / tanto che solo non guardando, / facendo specchio / con dieci mani aperte, / alle fessure, ferite, / così, vedono ancora», come a dire che il corpo – quello che non passa nell’immagine, ma la trapassa – resta «l’ultima risorsa di una verifica storica» (Andrea Inglese), il progetto desublimato di una politica che accede a un luogo comune della parola. Di una parola che deve distruggersi nella sua coazione a rappresentare per farsi lingua di passaggio, voce intorno a, non su qualcosa. In tal modo si consegna a nessi sintattici azzerati, a verba che dicono ciò che non nominano, costruendo un paesaggio privo di segnali visivi, ma interamente costituito dalle risonanze etiche della reticenza, dal ritmo ossessivo di una biologia della pulsazione avverbiale. «Il risultato lirico – scrive Guido Caserza – non è quello di una designazione perentoria dell’oggetto, ma quello di creare nel lettore un’attesa di senso che non viene risolta».

Della luce. Che non dà direzione. In Mesa è la parola nel buio che fa strada: «luci luci… / come riluce / ciò che ha una luce, dentro, / che si spegne // splende perché accalora // perché non tace? / perché se tace dice / “va bene, tutto questo buio – / dopo sarà soltanto un po’ più scuro”». La rima è scuro crimine, scriminatura, che separa la parola dal dominio della luce. “Bava di lumaca”, misura dell’esistere, corpo del tempo, margine di una voce che sporca l’ordito e rende ombra la forma, ombra di sé: «[ombra, che è un’ombra, / che la forma si forma come ombra di sé]».

«L’artigianato, come in genere la pulizia nel mestiere, è un presupposto di qualsiasi poesia (…). Un manufatto – è questione di mani. E quelle mani poi appartengono soltanto a un uomo, cioè a un unica mortale creatura, la quale con la voce e con il suo silenzio cerca di aprirsi una strada»,  Paul Celan, lettera a Hans Bender, 18 maggio 1960.

La precisione della lingua è il passo che misura la realtà, mano che tasta il terreno, segna i margini di una vita dentro le parole, tenta di nominare e stabilire il campo di ciò che è dato, di ciò che è ancora possibile: «fatti cupa, / occùpati di ciò che muove il moto, / la cuspide, / l’erosione che consente di premere, / posando, mettendo a posto, / nel posto in cui starà // fatti incupita, / muovi, da qui a dopo, la parete, / l’argine, / margine che ricomincia a stare, / segnando, facendo segni, / ancora, per starci ancora».

«Che cosa accade al linguaggio quando la verità gli è completamente sottratta?» – è una “frase dal finimondo” di Mesa; è, credo, il nodo dei Quattro quaderni, la sua domanda.

Il tempo, il corpo, il margine sono microeventi della verità. La loro residualità è fondamento esistenziale. La domanda etica del linguaggio di Mesa non va verso una rappresentazione del reale e della lingua stessa, quanto verso la cancellazione della falsità del dire, dell’inconciliabile rapporto parola-evento. La strategia del deittico, dell’avverbio, dell’interstizio spazio-temporale è radice, matrice della parola, del pensiero, poiché è luogo dell’esistere. I Quattro quaderni nascono da una ricerca dell’esperienza e della sua dicibilità, da una domanda di lingua in un tempo che non ha più lingua.

«Se ci si limita a manipolare la lingua per darle una patina di modernità, ben presto essa si vendica e mette a nudo le intenzioni dei suoi manipolatori. Una nuova lingua deve avere un modo nuovo di incedere, il che può accadere soltanto se un nuovo spirito la abita. Noi tutti crediamo di conoscerla, la lingua, e infatti la adoperiamo; non così lo scrittore, lui, lui soltanto non può adoperarla. La lingua lo spaventa, non gli appare qualcosa di ovvio; essa esiste già, infatti, prima della letteratura, in movimento e in divenire, destinata a un uso che a lui è negato», Ingeborg Bachmann.

È parola da un finimondo, che deve ritrovare la sua direzione. Come il Mahood dell’Innominabile beckettiano è corpo smembrato, frantumato, che pensa in ogni sua propaggine perché il pensiero possa farsi ancora domanda, possa rimanere in vita in quanto domanda.

Sono margini della voce che attraversano la propria fragile consistenza, si annidano nelle contrazioni ritmiche della canzonetta (cfr. il secondo passaggio del II quaderno), segnando una posizione (“qui – dove – qui – dopo – mai”) fino alla dissoluzione: «mai / e mai e mai e ancora mai per sempre / e ancora questo sempre che non dura».

La parola di Mesa da I loro scritti a Quattro quaderni perde sempre più ogni connotazione metadiscorsiva. Ove questa persiste, risplende della stessa inconoscibilità del gesto (poetico, umano); è atto conoscitivo che conosce e non dice di conoscere. Chi legge è inscritto, eticamente, dentro questo atto. Non può esimersi dal condividerlo, se non con il rifiuto di leggere. Ogni segno sulla pagina è testimonianza di conoscenza, ha occhi e labbra, è volto che ti guarda – e si arrende al tuo volto quanto più alta è la responsabilità della parola condivisa.

È desertificazione di nomi, il cammino di Mesa. È rendere residuo il sostanziale e sostanza il residuale. È come se tutto riprendesse a parlare dopo una guerra. La guerra non è solo quella conclamata delle armi. La guerra è permanente e passa nelle immagini, nel fiato corto e inautentico della rappresentazione, nella falsificazione assoluta della parola che vuole (credendo di sapere) dire ogni cosa, che non arretra di fronte al dolore, alla violenza, all’orrore perché sì è garantita «un avamposto, protetto, dal quale osservare e descrivere il massacro altrove in atto come fase inevitabile» (G. Mesa).

La poesia di Mesa ingaggia una vera e propria resistenza etica allo stato delle cose, o meglio alla sua rappresentazione. Tale resistenza – che è testimonianza fibra per fibra, sillaba dopo sillaba – è schierata contro la produzione spettacolarizzata di una forma verbale del vuoto, contro l’organizzazione delle apparenze, la tele-visione del mondo. La deittica avverbiale dei Quattro quaderni sta a testimoniare la metaxý esistenziale di una poetica della presenza, tanto più affermata quanto più residuale. La parola in versi si fa resto, scoria, corpo effratto in dialogo con quanto sopravvissuto.

È nell’ ‘ineistere’ del frammento, nel suo moltiplicarsi sotto le mani che recupera corpo una storia. Nel trànsito dall’immagine al tempo, dal vedere al sentire il silenzio esistenziale e politico trova respiro, allarga il proprio spazio, il proprio dolore.

«Non si tratta di liberare l’Io, si tratta di liberarsi dall’Io, liberando così la storia dal principio. E questo, fin d’ora. Non c’è nulla da aspettare. Il tempo è questo tempo, il tempo della fine del dolore è il tempo in cui il dolore si fa intollerabile» (Giorgio Cesarano).

È da questo dolore intollerabile che l’io va in frantumi, deve arretrare nella propria cancellazione, farsi resto, residuo, dopo, “nel dopo” di ogni dire – tenendo in vita (con quel “nel”) un tempo del sogno, il gesto di una mano che «nel tuo sonno, ti stava accarezzando»: «e poi (e poi) – / e poi è tutto nel ridursi? / dopo, nel dopo, / a poco, poco dopo? // non rosso d’anguria / (di globuli increspati d’ossigeno) / non questo giallo d’aria stinta / (eppure tinta, ancora, come se tingessimo) / non questo azzurro e il bianco / che fanno le nubi, lassù, / che fanno, ancora, anche paura / (e ancora dire, e ancora – pensa – un tremito) // (e poi il nero che non finirà) // (una tua mano, nel tuo sonno, ti stava accarezzando – / non moriremo più)».

Ciò che resta alla lingua poetica è arretrare, riconoscere l’impronunciabile, la propria posizione indifesa – a difesa di un luogo comune, di un respiro.

 

Bibliografia di riferimento

P. Celan, La verità della poesia, a cura di G. Bevilacqua, Torino, Einaudi, 1993

I. Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni francofortesi, Milano, Adelphi, 1993

G. Cesarano, Manuale di sopravvivenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2000

G. Mesa, I loro scritti. Poesie 1985-1991, Roma, Quasar, 1992

G. Mesa, Improvviso e dopo. Poesie 1992-1995, Verona, Anterem 1997

G. Mesa, Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998, Lavagna, Zona, 2000

G. Mesa, Frasi dal finimondo, in Akusma. Forme della poesia contemporanea, Fossombrone, Metauro Edizioni, 2000

A. Inglese, Mesa e Di Ruscio: dittico degli insubordinati, ibidem

G. Caserza, Il naufragio dello stile, in G. Mesa, Quattro quaderni, cit.

[in «Versodove», n. 13, dicembre 2001, pp. 61-62]