Mese: ottobre 2011

Visività. Per Mario Benedetti

Italo Testa

Interfacce percettive. Umana Gloria (Mondadori 2004) e Pitture nere su Carta (Mondadori 2008) segnano due crocevia della scrittura poetica di Mario Benedetti, e si presentano come potenti e compatti oggetti espressivi, dotati di rara energia e di una potente capacità di risonanza, di radianza. Non c’è forse miglior modo di introdurre questa poesia che un verso di un sonetto – Sur sa fièvre – di Jean de Sponde, poeta francese del secondo cinquecento che Benedetti ostende in  un distico del capitolo VIII di Pitture nere su carte: “J’ai cent peintres dans ce cerveau”. Ut pictura poesis: in Benedetti non è questione di un luogo retorico, né della ripresa di un’analogia estrinseca. Si tratta piuttosto di un innervamento del topos, di una sua cerebralizzazione.  La pittura come modalità percettiva, modo di fare contatto col mondo. L’altissimo tasso figurale della poesia di Mario Benedetti non dipende solo dalla materia ricchissima di cui sono riempiti i suoi versi, ma è anzitutto una modalità del sentire, un angolo d’incidenza neurale che si configura nei termini della visività. Non solo la “fede ottica”[1] per cui il mondo si dà nello sguardo, ma l’evidenza tattile per cui lo sguardo è del mondo, è cosa che in esso si svolge. Questa visività riconfigura la poesia come arte visiva. Non più pittura cieca, secondo il motto di Leonardo, la poesia di Benedetti si implementa, attraverso il repertorio di tecniche dell’arte visiva, come interfaccia percettiva. Il rapporto con l’arte contemporanea non si risolve quindi nella citazione – che pure abbonda in Benedetti – del quadro, della scultura, della fotografia. Continua a leggere “Visività. Per Mario Benedetti”

"Viola di morte" di Tommaso Landolfi

Elena Frontaloni

«Ciò che io contemplo è l’ultimo paese, / È l’estrema dimora del mio sguardo: / Ché se la morte attendo ad ogni istante, / Ogni istante è la morte» (fp. 161) [*]. In Viola di morte, «diario in versi» pubblicato nel 1972 da Vallecchi, solo oggi riproposto da Adelphi, Landolfi guarda e abita un universo esploso, un limbo dove tutto è fermo, già accaduto (vi domina il passato remoto dell’«ebbi») e tuttavia, malignamente, è concesso alla «femmina umana» (dispregiativo e clinico insieme) di subire la tirannia dell’istante (che «preme e beffa, grida: / “Io son l’istante, e con me mai / Non comporrai la vita”», p. 39); gli strazi del nulla («Il nulla, è quel che mi scaldo dentro. / Subdolo, osceno, palpitante nulla / Qual feto in femminile ventre, che presto nascerà alla morte», p. 181); uno Streben rabbioso e autoironico insieme, dunque inerme, zoppo nei modi e persino nell’intenzione («Oh furioso volere / D’eternità sempre deluso, assalti / Non a te, donna: all’infinito», p. 114). Continua a leggere “"Viola di morte" di Tommaso Landolfi”

La disfatta delle illusioni: l'Egitto di Al-Aswani

Giampiero Marano

1. Alaa Al-Aswani, nato al Cairo nel 1957, rientra in patria alla fine degli anni Ottanta: arriva dagli Stati Uniti, dove ha ottenuto una specializzazione in odontoiatria. Rispettato professionista di giorno, di notte indossa i panni dello scrittore frequentando la più varia e composita umanità che sia dato immaginare, coerentemente con il principio secondo cui “la letteratura non è un’arte disgiunta dalla vita ma, al contrario, è la vita stessa” (1). La prova autoptica lo convince una volta di più della grave paralisi intellettuale e morale che ha colpito l’Egitto, la cui causa viene rintracciata nella tirannide di Hosni Mubarak e nella corruzione dilagante. Continua a leggere “La disfatta delle illusioni: l'Egitto di Al-Aswani”

Su “This is not my hour" di Peter Russell (Il Foglio Clandestino, 2010)

Federico Federici

 

«Let art hide art, dissimulate the truth»
(s. 15)

Al di là di ogni tentazione canonica, il sonetto rappresenta per Russell la capienza esatta entro cui disporre significati e suoni secondo un criterio unificante, dando vita a quella che chiamava ‘forma-pensiero’. Non è una scelta di “maggior letterarietà”, ma è per esprimere attraverso un meccanismo funzionale la propria disciplina interiore, elaborando soluzioni metriche diverse, quasi a tentazione di un mantra occidentale. La contesa tra scrittura e forma ricalca quella tra individuo e società, richiede lo stesso carisma, la stessa dedizione all’esperienza e abitudine all’astrazione per essere risolta. Solo così la parola poetica può incarnare, nell’estenuante reinterpretazione di una delle sue forme più letterarie, la novità di una vera norma morale e la sua ambigua versatilità.
Scrivere poesia significa esprimere l’aderenza dell’essere alla parola, secondo una disposizione di sé che non può semplicemente accoglierla quale termine ultimo di paragone, limitandosi a riflettere in essa la propria interiorità, quasi fosse luce ben disposta su materia inerte, quasi fosse un “fatto letterario” inconfutabile, un’illusione beatificante e consolatoria («Poetry for me is not just what I do,/ but what I am, perpetually. Days pass.», s. 23). Se il tempo tenta di corrompere persino la parola, Continua a leggere “Su “This is not my hour" di Peter Russell (Il Foglio Clandestino, 2010)”

Il riduzionismo come omologazione

 

Giulio Marzaioli

Introdurre “semplicemente” la complessità è un ossimoro che Ignazio Licata sembra considerare, più che una sfida, un falso problema.
Il libro (Complessità. Un’introduzione semplice, :duepunti edizioni), che prende spunto da un seminario tenuto dall’autore presso un convegno dedicato al management, mantiene dell’esposizione orale un’impostazione non eccessivamente tecnico-formalistica.
Premessa della riflessione è che la fisica non sia una scienza isolata dagli altri ambiti della conoscenza e della società e che, in una visione a 360°, i saperi si attraversano e si devono attraversare per essere ben compresi. In tale ottica si devono individuare gli ostacoli che possono impedire una visione circolare. In primo piano è dunque l’analisi dell’approccio riduzionista.
Non si tratta di condannare il riduzionismo, metodo a cui dobbiamo innumerevoli successi, bensì di individuare i limiti della sua applicabilità e la necessità, quindi, di invocare, per differenti realtà, diversi approcci di analisi. Emblematico, in tal senso, il teorema di Gödel, in forza del quale non è possibile dedurre tutte le leggi matematiche da un «numero finito di proposizioni assiomatiche fondamentali». In altri termini, un sistema che voglia essere coerente non sarà completo e viceversa. D’altra parte il famoso  Rasoio d’Occam, invocato per eliminare il superfluo teorico, diventa spesso la giustificazione di semplificazioni e omologazioni che, in un secondo momento, vengono promosse da scelte euristiche a criteri “fondamentali”. In questo modo al singolare e non omogeneo viene negato persino un criterio di evidenza empirica in nome della predominanza “teorica”. Continua a leggere “Il riduzionismo come omologazione”

Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa

Andrea Inglese

Parte I

Diversi sono i poeti italiani, in cui è possibile rintracciare un’influenza puntuale o un’affinità più generale rispetto all’opera di Samuel Beckett. Per influenze puntuali intendo tutto quanto segnala, in un testo, un richiamo stilistico più o meno esplicito; per affinità generali intendo delle prossimità quanto a temi o a immagini ricorrenti. Richiami stilistici beckettiani si possono individuare in certi testi di Porta, di Zanzotto o di Majorino, così come certe immagini ossessive le troviamo in Cattafi e certi temi dominanti in Caproni. Ma per nessuno di questi autori si può parlare, come avviene nel caso di Gabriele Frasca e di Giuliano Mesa, di un rapporto frontale e consapevole con l’intera esperienza letteraria beckettiana. Questo discorso mi sembra valere anche per i poeti della stessa generazione di Frasca e Mesa, nati entrambi nel 1957, e perfino per gli autori ancora più giovani. Frasca e Mesa rimangono, nell’ambito della poesia, coloro che in modo più sistematico hanno fatto i conti con la novità, l’eccentricità e la grandezza dell’opera di Beckett.

Di per sé questa constatazione non conferisce particolari titoli di merito, se si eccettuano quelli relativi a specifici lavori di critica o di traduzione letteraria. Ma questo aspetto non ci interessa qui, o solo indirettamente. Frasca, certo, è traduttore e studioso di Beckett. Ha tradotto i romanzi Murphy, Watt e Le poesie per Einaudi, e ha pubblicato nel 1988 il saggio intitolato Cascando. Tre studi su S. Beckett. Mesa, invece, non si segnala per contributi saggistici o di traduzione dell’opera beckettiana. Ma non sono qui le competenze del traduttore o dello studioso ad essere in questione, bensì una ben diversa faccenda: che cosa significa per un poeta frequentare assiduamente l’opera di Beckett? E quali sono gli effetti, sulla sua scrittura, di una tale, temeraria, frequentazione? Non dobbiamo per forza sposare nel dettaglio la dottrina di Harold Bloom sull’angoscia di influenza, per capire quanto sia rischioso per un poeta moderno avvicinarsi a qualche grande predecessore. E Beckett può essere un predecessore tanto affascinante, quanto letale.

Per diverse ragioni e con modalità diverse, sia Frasca che Mesa hanno scelto di confrontarsi in modo sistematico con Beckett e in una fase precoce del loro percorso poetico. In questo intervento, però, non mi occuperò di rintracciare le occasioni implicite o esplicite di tale confronto. Considero questo un dato acquisito, che risulta evidente a chi conosca tanto il lavoro di Frasca che quello di Mesa. Il mio intento sarà invece quello di evidenziare, seppure in un’ottica di sorvolo, il ruolo di una sintassi e di una semantica beckettiana nelle opere rispettive dei due autori. Non ho la pretesa di scendere in minuziose analisi testuali, che potrebbero probabilmente fornire una visione più sfumata della questione. Mi accontenterò qui di mettere in luce alcuni degli aspetti più importanti del dialogo con l’opera di Beckett che trovano una loro forma di manifestazione in ambito sintattico e semantico. Continua a leggere “Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa”

Rosaria Lo Russo, Nel Nosocomio (Transeuropa, 2011)

 Renata Morresi

A differenza che nell’ospedale, dove, etimologicamente, si raccolgono gli ospiti, nel nosocomio si cura la malattia, o, se si presta fede all’ipotesi della radice latina nex, la morte. Nel nosocomio di Rosaria Lo Russo, in un gigantesco e grottesco rovesciamento, ci si prende cura, letteralmente, della malattia e della morte, attraverso il culto del consumo e della dissipazione. Lo Russo ci parla con un “noi” ingenuo, impotente, tanto più disperato quanto inconsapevole della sua dissoluzione come corpo sociale e della sua assunzione a corpo docile di foucaultiana memoria.

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno

che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di

esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi-

interrato del nostro nosocomio, fornita di tutti

gli attrezzi necessari. Quelli che stanno peggio

possono anche fare yoga, c’è un tizio vestito di

bianco che viene apposta da fuori e fa anche

respirazione. […]

(10) Continua a leggere “Rosaria Lo Russo, Nel Nosocomio (Transeuropa, 2011)”

Fisica e poesia. Il corpo nero. Una lettura della quarta egloga di Elio Pagliarani da Lezioni di fisica e Fecaloro.

Vincenzo Frungillo

Il libro del 1968 Lezioni di fisica e Fecaloro inizia con un capitolo composto da sei Lettere o egloghe, come le chiama lo stesso Pagliarani, inviate ad amici e importanti personaggi della cultura del tempo. In queste lettere si discutono questioni di poetica e di estetica fondamentali. Il nucleo tematico che interessa questa prima parte del libro si può racchiudere in due punti: in primo luogo, con queste lettere Pagliarani riprende il coro finale di La ragazza Carla ed è come se lo dilatasse, trasformandolo in una lunga trattazione di estetica; si passa così dall’epica del poema del 1960 all’epica didascalica delle Lettere[1]; in secondo luogo, nel fare questo, il poeta tiene presente il dettato della poesia sperimentale che lui stesso ha pronunciato nel 1965[2]. Nella prima lettera, rivolta a Fortini, Proseguendo un finale, Pagliarani riprende espressamente, come dichiarato nelle note al testo, la parole finali del suo poema facendo del rapporto che unisce l’amore, la conoscenza e la forza il centro della sua missiva. La seconda lettera, rivolta a Pestalozza, dal titolo La pietà oggettiva, si concentra sul senso di una pietà laica nata dall’aver osservato le estreme possibilità dell’“essere” uomo. La terza lettera, rivolta a Alfredo Giuliani, dal titolo Oggetti e argomenti per una disperazione, discute sul senso stesso del fare poesia. La quinta, dal titolo Dalle negazioni, si concentra sulla possibilità della raffigurazione in arte e nasce da uno sodalizio con il pittore Giò Pomodoro[3]. Continua a leggere “Fisica e poesia. Il corpo nero. Una lettura della quarta egloga di Elio Pagliarani da Lezioni di fisica e Fecaloro.”

Recensione a L.Pugno, "La mente paesaggio" (Perrone, 2011)

Marco Giovenale

Il libro di Laura Pugno, La mente paesaggio, pubblicato quest’anno da Giulio Perrone nella collana inNumeri, viene forse a occupare, nel complesso dell’opera in versi dell’autrice, un posto di particolare densità tematica e insieme – senza paradosso – di marcata rarefazione e misura testuale. Ripercorrendo l’itinerario dei libri di poesia di Pugno, da Tennis (NEM 2002, con Giulio Mozzi) a Il colore oro (Le Lettere 2007) a gilgames’ (Transeuropa 2009, che anticipa una sezione qui presente, come pure fa madreperla, già nel Decimo quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010), si può osservare come il libro ultimissimo, ampio, da una parte confermi la misura e sapienza della sequenza di poesie brevi, in versi scolpiti in lettere minuscole, e dall’altra offra una prova ulteriore e felicemente estrema di raffreddamento, di asciuttezza, che va nel senso di un più inciso taglio (scavo nella sofferenza mai esibita) nel tessuto delle vicende attraversate.

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Recensione a Stefano Dal Bianco, "Ritorno a Planaval", Mondadori 2001

Stelvio Di Spigno

Riprongo e archivio su P.C. questo pezzo scritto in occasione della pubblicazione di Ritorno a Planaval di Stefano dal Bianco. Le categorie utilizzate sono quelle di un critico ancora in formazione, poco più che ventenne, ma che ha già ben chiaro, magari oscuramente e confusamente, ciò che gli pare essere poesia e ciò che, in poesia, intorbida solo un po’ le acque. Vogliate accoglierlo per ciò che è. Vi ringrazio.

A dispetto di quanto farebbe credere lo slabbramento formale, in bilico tra prosa e verso (come non manca di notare nel risvolto Pier Vincenzo Mengaldo), segno di una tensione forse esaurita, di una presunta mancanza di energia all’interno del singolo testo poetico come nel complesso del libro, Ritorno a Planaval sembra iscriversi nel solco di una tradizione tutta lombarda, quella del cosidetto romanzo in versi.  Tradizione inaugurata, nel 1976, dalla prima opera  di Maurizio Cucchi,  Il disperso, e ancor prima dal Raboni delle raccolte milanesi, quelle precedenti alla svolta funebre e quaresimalista dei sonetti. Questa novità espressiva, che apriva le porte alla prosa e alla quotidianità, sembrò rinnegare la rivoluzione formale del Novecento, portata avanti in primo luogo da Montale e Ungaretti, fomentando un discorso fin troppo privatistico. Ma negli ultimi decenni, in Italia, parlare di forme in poesia vuol dire alludere  alla variante poetica degli anni ’80, a un manierismo che imbelletta in quartine, centurie e sonetti la propria incapacità di espressione poetica e i contenuti di un esasperato erotismo e di un  espressionismo beckettiano privo di ogni risvolto etico. Continua a leggere “Recensione a Stefano Dal Bianco, "Ritorno a Planaval", Mondadori 2001”

Teratologia metropolitana. Cinque prodigia esperpentosi di Giorgio Mascitelli

Giovanni Palmieri

Questo saggio relativo al racconto Traversata della città in festa (scemo di guerra), ora pubblicato in Catastrofi d’assestamento, nove racconti di Giorgio Mascitelli (Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana 2011) è apparso nel 2007 in “Poesia italiana. Collana di inediti” 2007, http://cepollaro.it/poesiaitaliana/PalmTes.pdf.

Anatomia di un titolo

La Traversata della città in festa (scemo di guerra), cui allude l’omonimo titolo di un racconto di Giorgio Mascitelli1 è quella che compie il protagonista attraversando cinque spazi metropolitani, cui corrispondono altrettanti episodi narrativi distinti graficamente. Se si esclude il primo di questi spazi, che tematizza un chiassoso e volgare ritrovo giovanile in un palazzetto dello sport, la festa a cui fa riferimento il titolo non riguarda direttamente la città, ma allude con antifrastico sarcasmo alle “festose” occasioni sociali che caratterizzano la vita cittadina contemporanea: l’edonismo facile ma delirante del “mordi la mela” ancorché geneticamente modificata. Superfluo dire che la “traversata” è anche quella compiuta dallo scrittore nello spazio narrativo. La parentesi che completa il titolo (scemo di guerra), appartenente al discorso dell’autore, sembra poi riferirsi alla posizione distaccata e drammaticamente contraddittoria del protagonista nei confronti della realtà da lui narrata in prima persona. Una posizione che risulterà falsa o meglio prigioniera di una falsa coscienza, lo scemo di guerra essendo infatti meno responsabile della propria scemenza dello scemo tout court. Non a caso la soglia paratestuale dell’epigrafe beckettiana (« J’ai toujours été étonné du peu de finesse de mes contemporains, moi dont l’âme se tordait du matin au soir rien qu’à se chercher »), che nel contesto originale appare del tutto autoironica, suggerisce qui un particolare punto di vista di tipo estetico-decadente nei confronti della realtà. Un prezioso suggerimento per leggere l’animo del protagonista. Continua a leggere “Teratologia metropolitana. Cinque prodigia esperpentosi di Giorgio Mascitelli”