La prosa seriale di Gherardo Bortolotti

Andrea Inglese

È difficile dire se i testi di Gherardo Bortolotti debbano essere catalogati nel genere poesia. Non credo che questo sia neppure un problema sentito come particolarmente rilevante per il loro autore. È indubbio, però, che questi testi interroghino in modo radicale la scrittura poetica, mostrando ad essa un campo di possibilità ancora pochissimo esplorate. In Italia esiste una tradizione della poesia in prosa, anche se si tratta di un filone minoritario, che ha i suoi maestri non tanto in attardati continuatori della cosiddetta “prosa lirica”, ma in autori importanti quali Camillo Sbarbaro, attivo fin dai primi decenni del secolo scorso, o Giampiero Neri, per citare uno dei poeti in prosa più recenti. Ma Bortolotti sembra difficile da ricondurre anche a questa tradizione, quasi che la lontananza rispetto a modi e vocabolari del genere poetico sia ormai tale, da annunciare una sorta di genere ulteriore o di confine, ancora da definire nei sui tratti caratteristici. Diciamo subito che non vi è nessun compiacimento postmoderno né iperletterario, tale da esaurirsi in una semplice ibridazione o parodia dei generi esistenti. D’altra parte è impossibile collocare Bortolotti nel campo della semplice narrativa, sia essa incentrata sul racconto breve o sul romanzo. Anzi, per certi versi il  lavoro di Bortolotti si caratterizza per essere anti-narrativa, per dimostrare come ogni forma di narrazione sia presuntuosa di fronte a quella collezione di istanti irrelati di cui sono costituiti le nostre vite o rispetto a certi scenari che, all’opposto, rinviano alla monotonia del fotogramma bloccato. Se la poesia, favorisce l’adesione lirica e verticale alla pienezza dell’attimo, ricercando nella discontinuità del tempo gli elementi di senso che la routine della vita sembra azzerare, ciò non accade in Bortolotti, dove ogni attimo si distingue dagli altri, in quanto riesce a manifestare in modo più lancinante la sua vuotezza, il suo carattere ripetitivo e seriale. D’altra parte, non vi sono svolgimenti narrativi plausibili, ai quali fornire credito. La disponibilità degli intrecci è tale, così massiccia e gratuita, che essa non si distingue dalla simultanea offerta di una gran quantità di merci, che ritarderà solo di qualche tempo il bisogno dell’individuo di senso e di realtà. Né la lirica dunque né il romanzo, possono davvero esprimere, per Bortolotti, questa nostra condizione di comparse nella società dello spettacolo. Queste brevi prose, però, costruite con straordinaria perizia, capaci di unire il tratto aforistico e lucido del miglior saggio novecentesco con un tono struggente e nostalgico, costituiscono in definitiva un’esplorazione della nostra vita considerata come “resto”, come residuo non riscattabile. Ognuno di questi frammenti, infatti, sembra spingere sullo sfondo le “grandi questioni” dell’esistenza, lasciando che l’automatismo delle abitudini, il tremolio delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupi interamente il campo.

Nel 2009, è stato pubblicato presso Lavieri, il volume Tecniche di basso livello, che raccoglie una parte consistente del lavoro di questo autore. Bortolotti è però attivo anche su altri fronti. È redattore, assieme ad Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Raos, Michele Zaffarano e il sottoscritto, del blog GAMMM (gammm.org) che si dedica alle varie forme di letteratura sperimentale, con particolare attenzione per la poesia statunitense e francese. Inoltre, insieme a Zaffarano, è anche redattore della collana “Chapbooks” per l’editore Arcipelago, presso cui ha tradotto e curato testi del poeta canadese Jeff Derksen e degli statunitensi K. Silem Mohammad e Rodrigo Toscano.

Andrea Inglese

[Scheda apparsa in «Journal of Italian Translation», Vol. IV, n. 1, spring 2009]

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