L'ironia linguistica di Michele Zaffarano

Andrea Inglese

 

Fin dal suo primo libro apparso nel 2007, E l’amore fiorirà splendidamente ovunque, l’ironia costituisce l’orizzonte fondamentale all’interno del quale si muove l’invenzione poetica di Michele Zaffarano. Questa ironia solo in parte può essere considerata di derivazione romantica. Essa, infatti, afferma una condizione di non-appartenenza nei confronti delle identità socialmente disponibili e delle espressioni storiche offerte dalla propria cultura. Ma in Zaffarano tale condizione non presume l’inadeguatezza del soggetto finito di fronte a una realtà ontologicamente superiore, come l’infinito dei romantici. Lo scollamento tra individuo e comunità, tra individuo e mondo, avviene innanzitutto all’interno del linguaggio. Ciò non dipende però dalla difficoltà di esprimere una supposta esperienza interiore e autentica, che le parole della tribù finirebbero per tradire o deformare. Ogni individuo non ha che le parole degli altri per parlare di sé; il mondo che incontra è un immenso serbatoio di frasi fatte ed ogni tentativo di edificare un linguaggio più puro e autentico non fa che ampliare questo serbatoio. L’ironia di Zaffarano è di natura linguistica, in quanto è l’infinità degli enunciati possibili a rendere vana in partenza la ricerca di un’espressione di sé attraverso la parola. L’armamentario retorico e lessicale della lingua poetica non delimita che un piccola zona nell’universo in espansione degli enunciati sociali. Per questo motivo la sua prima mossa consiste nel rompere ogni residua partizione tra la lingua poetica e la lingua ordinaria.

Pur dissociando la ricerca poetica da ogni ideale di autenticità, Zaffarano non abbraccia l’opzione manierista di un ludico, ma anche mortifero, riutilizzo delle forme tradizionali, opzione assai in voga in Italia, a partire almeno dagli anni Novanta. La forza della sua poesia sta proprio in questa capacità di negare i privilegi del dettato cosiddetto poetico, senza rinunciare ad un’invenzione e ad un gioco che avvengono però sull’intero spettro di possibilità offerte dalla lingua, scritta e parlata, gergale e standard, letteraria ed extraletteraria. Zaffarano, appassionato lettore e traduttore della poesia francese contemporanea, ha ereditato da Denis Roche il principio della versificazione come gesto arbitrario, convenzionale, atto a instaurare, attraverso il semplice intervallo tipografico, una forma di sospensione e straniamento degli enunciati che, di per sé, ne garantisce un interesse estetico.

A questo procedimento, in Bianca come neve, il libro uscito nel 2009, se ne affianca un altro altrettanto importante. In questa serie di testi particolarmente felici, l’ironia di fondo della scrittura di Zaffarano approda a dei risultati propriamente comici. La comicità emerge però, in questo caso, per vie del tutto diverse rispetto a quelle tipiche della tradizione poetica, legate al registro grottesco e basso-corporeo. Nella disarmante banalità dell’immaginario popolare contemporaneo, Zaffarano riesce a trarre un’energia comica imprevista, grazie a un’abile tecnica di accostamento di sintagmi, che ora rispettano ora violano la struttura sintattica, sempre in equilibrio tra frase fatta, stereotipo, e non-senso, frammento avulso. Il risultato è sorprendente, perché dai residui quasi morti e decomposti dell’immaginario più stereotipato emergono lampi di fantasia sorgiva e liberatoria.

Andrea Inglese

[Scheda apparsa in «Journal of Italian Translation», Vol. IV, n. 2, 2009]

Annunci

Un pensiero riguardo “L'ironia linguistica di Michele Zaffarano

I commenti sono chiusi.