Andrea Raos. Un lirismo geneticamente modificato

Andrea Inglese

 La figura di Andrea Raos, classe 1968, è una delle più difficilmente definibili nel panorama poetico italiano. Esordisce nel 1996 con la raccolta Discendere il fiume calmo, che parrebbe situarsi in una zona intermedia tra l’affermazione distaccata, ironica, della norma, propria delle correnti neometriche, e una esigenza di rinnovare il paradigma lirico, non negandogli una dimensione veritativa. Nel corso del tempo, però, emerge un’attitudine di spregiudicata sperimentazione, che investe forme e metri delle tradizione per innovarli, deformarli, e non di rado stravolgerli. Questo è ciò che accade in Aspettami, dice del 2003, e in modo radicale e definitivo nel libro ancora parzialmente inedito Lettere nere. Un’autografia. Lettere nere è un libro anticipatore, non solo perché riunisce in una stessa architettura testuale brani in versi e in prosa, ma perché insiste nel salvaguardare una sorta di canto, contaminandolo con una quantità di materiali eterogenei, antilirici, saggistici, narrativi. L’estremo ripiegarsi su di sé, sul proprio idioma oscuro, della voce lirica, che sonda in continuazione un terreno di prossimità, incandescente e autobiografico, si fa nello stesso tempo strumento di captazione di una quantità di elementi provenienti dal mondo, da universi artistici, storici e culturali più disparati (dai videogiochi elettronici ai fumetti, dai film di fantascienza alla musica jazz e colta).

Il libro successivo, che è senz’altro il libro della maturità artistica dell’autore, esce nel 2007 con il titolo Le api migratori. Si tratta di un unico poema costituito da quattro capitoli e cadenzato dagli interventi grafici e fotografici dell’artista visivo Mattia Paganelli. Fin dal titolo, il libro di Raos si pone come una sfida nei confronti delle convenzioni conoscitive del lettore: il titolo, nella sua evidente sgrammaticatura, esibisce in forma sintetica la vicenda del libro: una modificazione genetica, che trasforma uno sciame d’api in una macchina di distruzione. Muovendo da un soggetto che si situa tra fantascienza e cronaca, tra problematica bioetica e studio scientifico, Raos riesce a elaborare una partitura ampia, senza mai abbandonare la pretesa estrema, esasperata del canto lirico, che si fa però frantumato fino alla dispersione della singola particella sintattica. Siamo ormai oltre la dicotomia tra il pluristilismo di ascendenza neoavanguardista di un Ottonieri e il lirismo astratto e freddo di un Cesare Greppi. È un nuovo territorio quello aperto da Raos, il territorio forse di un “lirismo geneticamente modificato”.

Andrea Inglese

[Scheda apparsa in «Journal of Italian Translation»]

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