Recensione a Marco Giovenale, "Storia dei minuti", Transeuropa 2010

Daniele Claudi

A guardia del nuovo libro – una raccoltina da leggere e rileggere felicemente – Marco Giovenale ha sistemato una delle sue poesie più mature. Davvero, in assoluto, una delle più belle. E così, sulla soglia del libro, questa poesia addita – è da supporre – una svolta: la (piena) maturità dello stile di Giovenale. A prima vista, l’eleganza compiuta della punteggiatura, con pause ben dosate, l’intonazione ferma e il respiro delle inarcature, il motore a lento giro del ritmo che aggancia la sintassi (mobilissima) sono altrettanti indizi di una nuova stagione. E si ascolti la melodia ‘vetrosa’ del testo, dove il tema dello «scasamento», a cui l’autore ha intitolato La casa esposta del 2007, ritorna come tema scopertamente d’autore. «Poi l’ultimo è stato cruciale, / l’ultimo compratore – fa. Per chiarire / sapere la prima volta / (in mezzo secolo, di teatro) / quali fossero i confini della casa, / effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola / si è potuta vedere: intera (altrui). Esattezza, poi / testarda, senza oggetti / nei colori solo millimetrati: / i detriti, il tetro / puro dei dati». Ad apertura del volume si entra d’improvviso, in medias res, nella Storia dei minuti. Qui, si diceva, fa subito comparsa il motivo della ‘casa lasciata’: da una angolatura, diciamo così, espositiva. Il termine che qui risuona al secondo verso, «fa», ritorna alcune poesie più avanti, a delineare con identica funzione l’atteggiamento narrativo eterodiegetico. «Non hanno messo il gas – fa lui, e copre / con la lana il tubo viola. Cattura gli insetti / e li folgora […]»: dove la qualità poetica è poi data dallo stile ellittico di Giovenale, con ‘sottrazione’ del soggetto dal primo al secondo periodo. Come nel libro del 2007, anche qui si tratta di «una narrazione continuamente allusa ed elusa»: che si fonda – lo ha chiarito Bello Minciacchi – «sulle ellissi, sulle connessioni negate». Stavolta però, già col titolo, c’è un orizzonte più compatto; e il sottotitolo del libro, (casa. clinica), distingue perfino in due tempi. Di quale storia si tratta? Anche questo lo dice il titolo: è una storia che si consuma ‘in un lampo’. Un tempo che precipita. Ma è valido anche l’altro significato. È la vicenda dei personaggi «minimi», che riparano nell’ombra della clinica. A conforto della prima immagine, si possono citare versi dal libro del 2007: «Dopo lungo commercio andando / in perdita ha imparato / a entrare solo in quelle / case che stanno per crollare. / In cose corte, per i minuti / che reggono, listate tenute / solo dai raggi, abita. // […]». Della versione francese di Michele Zaffarano, collocata a fronte nel volume (a cui è anche allegato un CD di Claudio Lolli), si può dire che, là dove la punteggiatura di Giovenale sottrae legami, la tradizione aiuta nel raffronto a disambiguare la frase. Un esempio: «Cosa creaturale, attenua»: «Chose à créature, elle atténue». Ma ora, per concludere, ciò che importa sottolineare della raccoltina è questo. La dimensione compiuta del ‘libro’.

[ già in “Semicerchio”, n. XLIII (2010/2), luglio 2011, pp. 103-104 ]

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