"Novembre" di Cipriano, una ricorrenza

Francesco Filia

Leggo con ritardo il poema di Domenico Cipriano, Novembre – Transeuropa (2010), opera ispirata dal terremoto che sconvolse l’Irpinia e altre zone del sud Italia il 23 novembre del 1980. Questi appunti non vogliono essere una recensione, già altri prima di me hanno recensito egregiamente questo libro e poi sarei fuori tempo massimo visto che la pubblicazione è avvenuta un anno fa, ma le mie vogliono essere le annotazioni di suggestioni che le poesie hanno suscitato in me, anch’io bambino, come l’autore, all’epoca del sisma che si avvertì potentemente anche nella città di Napoli dove vivo.

Dirò subito che questo è un libro che molti di noi “attendevano”, un libro che restituisse il senso di quell’evento a noi che lo subimmo da bambini. E proprio la cifra dell’infanzia mi sembra la chiave d’accesso privilegiata a questi testi. Il terremoto del novembre del 1980 – oltre a essere stato l’evento che ha sconvolto intere popolazioni del sud lasciando su di loro ferite ancora aperte e da questo punto di vista l’opera di Cipriano è epica perché “dice” il sentire di un popolo – è stato per un’intera generazione, che all’epoca era bambina o appena adolescente, un evento paradigmatico, uno spartiacque assoluto tra un prima di tranquilla bambagia familiare e un dopo che non sarebbe stato più lo stesso “stasera ceniamo con la morte, così ogni notte/ ci riuniamo e guardiamo le pietre ancora scosse/ la terra senza volto arresa”. Un evento mitico, dunque, nel senso antico del termine, al tempo stesso “cosa” e “parola” di cui continuare a narrare in maniera ossessiva e rituale (i  numeri delle date, delle ore, dei minuti, di cui parla l’autore nella nota), liturgia che ci mantiene in rapporto appunto con il mito fondativo di un’intera generazione e con coloro che ne sono stati sommersi dalle macerie “..altrove erano i corpi senza vita”. E qui sta il paradosso, ciò che ha caratterizzato, fondato per sempre una generazione di campani e lucani è una catastrofe, un evento in cui la terra non fonda, non nutre, non è madre, ma distrugge e uccide con forza matrigna, inghiotte ogni cosa in una voragine abissale;  come dice in  maniera mirabile il nostro autore nel primo frammento di cui nel dettato si sente, anche attraverso le allitterazioni, il ritmo percussivo “…è fuoco/ la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema/ riempie memoria. Ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.” La terra qui  si manifesta come un mostro ctonio che in un corpo a corpo con gli uomini stessi e i suoi manufatti li abbatte, li devasta “..si mostra così la forza/ della terra attaccando i progetti realizzati/ rendendo instabili i traguardi idealizzati”. E  del bambino che ha vissuto quell’evento ( qualcuno mi diceva di dormire, ora che/ nel lampo dei miei 10 (dieci) anni affrontavo/ le paure.) è la meraviglia nel senso dell’etimologia greca, thaumázein, lo sgomento che nasce dal thaûma, dal colpo degli elementi che si manifestano nella loro originarietà terrificante. Di quello sgomento originario Cipriano conserva lo sguardo “solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti/ il gioco nel vivere insieme in un non-luogo.”, sguardo indagatore e attonito che si fa parola e illumina con luce vera e spietata anche i gesti del dopo, gesti a volte eroici, a volte quotidiani e compassionevoli, altre volte meschini e criminali ma comunque indelebili nella memoria di chi è rimasto e nelle pietre dei paesi devastati, dei paesi ricostruiti e traditi “sciacalli sui resti delle case, tra i morti/ e le pietre, ma nel freddo si nutrono/ aiuti improvvisati, attrezzati con la forza/ della stessa notte”.

Infine la parola non serve solo a ricordare -attraverso una memoria offesa e affaticata dal dolore che spezza il dettato (si vedano i frequenti enjambement)  pur controllatissimo, per mostrarne tutta la straziante veridicità – perché  la visione originaria che  scaturisce dall’evento  del terremoto e dà forza alla parola, fa sì che le cose non siano più quelle che sembravano essere prima, ma siano liberate dal peso del passato, da ciò che pur rimanendo incancellabile deve essere visto nella luce di un futuro, di una vita che su fondamenta diverse e più labili deve continuare ad abitare la stessa terra “la morte ha soggiornato per anni/ ora le nostre case hanno bisogno/ di respiri, abbandonate come sono/ al silenzio. Abbiamo traslocato/ i nostri corpi e lasciato solo/ le crepe nude delle rughe/ a vegliare sulla piazza”.

 

Francesco Filia

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