Tre speculazioni

Giulio Marzaioli

La speculazione filosofica (una speculazione filosofica) è presupposto di gran parte dei percorsi avviati in ambito artistico e letterario. Se però stringiamo il campo alla scrittura – in versi o per frammenti – possiamo individuare alcune esperienze in cui scrittura creativa e speculazione filosofica sono sintetizzate in unica soluzione, quasi che l’una non possa trovare origine se non nell’altra.
È facile individuare il modello moderno di questa prassi in autori come Hölderlin, Leopardi (in particolare il Leopardi de La ginestra), Eliot (in particolare l’Eliot dei Quattro quartetti), Montale, in cui possiamo riconoscere una presenza predominante del logos, che si svolge nei ritmi e nei modi della scrittura poetica.
Un atteggiamento similare può essere riconosciuto anche in alcune scritture italiane contemporanee (sarà superfluo ricordare che, nel secolo scorso, numerosi autori hanno ampiamente e diversamente “soggiornato” sul terreno della filosofia: Luzi, Pasolini, Caproni, Zanzotto, Sanguineti, etc.).
L’interesse, in questa sede, si incentra su alcuni autori che negli ultimi anni hanno attraversato e affrontato il tema della quotidianità (del rapporto tra identità e tempo quotodiano, con tutte le distorsioni che ne possono derivare) in una sorta di “assetto” speculativo e che, proprio grazie alla presenza della speculazione, hanno offerto ed offrono argomenti alla scrittura.
In particolare, per quanto riguarda i testi qui trascritti – di Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni e Gherardo Bortolotti – si ha l’impressione che in assenza di un’istanza puramente speculativa non si avrebbe scrittura.

Nel primo degli autori citati la riflessione sul quotidiano – dal quotidiano astratta – svela un punto di osservazione sollevato rispetto alla percezione del tempo (o sulla dis-posizione del proprio tempo) in funzione della propria autodeterminazione:

Biagio Cepollaro, dal poemetto Da strato a strato (La Camera Verde, 2009)

è come in treno la complicità
di passeggero: ti tirano dentro
con un noi tra gli altri
e prenotati i posti a sedere
viene su un ordine rassicurante
delle cose: e le parole seguono
già comprese nel biglietto
e nella destinazione: tra due punti
il dire di sé si riassume
come in un passaggio per radio 

s’inganna il tempo con la sospensione
come se scesi e dispersi
di lì a poco non fosse ancora
tempo lo squillo
del cellulare l’agenda
il riprendersi col passo
veloce un tono

Nella frammentarietà della giornata qualunque il tempo realmente occupato è quello perso, o meglio non impiegato in occupazioni, laddove l’occupazione non è altro che una linea tirata tra due orari di un consueto programma giornaliero. Il tempo sospeso affiora quale residuo ancora plasmabile in quanto non-tempo, paradossalmente definita in litote una scelta di possibile (ancora possibile) durata.
Fulcro del testo il rapporto tra persone, che tuttavia subisce una oggettivazione a causa  del costituirsi all’interno di procedure (l’orario di partenza, l’assegnazione del posto). In tal senso non viene letta come comparativa la giustapposizione dei due blocchi di testo. Il come assunto ad incipit si immagina riferito ad un precedente (e sottratto) primo termine di paragone. Si legge, quindi, in guisa di sintesi la stanza di sette versi che chiude il testo: una soluzione di resistenza nel distacco, una transitoria occasione di distanza da una titolata ed esterna investitura del tempo. Così la scrittura, percorsa in una forma aperta di versificazione, potrebbe essere trascritta in prosa se non fosse che l’enjambement offre la stessa resistenza, la stessa residuale occasione di sospensione rispetto ad una scelta (quella della versificazione) che si è spogliata di tutte le altre risorse retoriche.

Nel testo di Ostuni (a seguire) l’elemento della quotidianità è invece esso stesso occasione di scrittura, dal momento che il dialogo prende atto nel perimetro di una dimensione interna – che si potrebbe considerare ulteriormente accentuata dalla collocazione del testo tra parentesi tonde – comunque limitata ad una struttura dicotomica (domanda/risposta):

Vincenzo Ostuni, da “Avuto, visto” – Faldone 3  (il testo viene riprodotto in formato jpg per rispettare la giustificazione del testo originale)

In questo caso il consueto non assurge a riflessione ulteriore, configurandosi, invece, quale contesto per  una argomentazione gradualmente definita. La denuncia dell’artificio quale necessario reagente per lo svolgimento della speculazione è marcata dai due corsivi, portati in evidenza a connotare gli snodi del ragionamento (o ciò che dal quotidiano emerge a titolo di cogitatio). Da una parte l’esigenza della frattura, dell’errore, per una ri-alfabetizzazione del quotidiano stesso (il corso svolto/delle cose); dall’altra la consapevolezza che la frattura non può realmente interrompere se prodotta all’interno del codice consueto; che insomma l’opposizione all’interno della medesima retorica non è realmente oppositiva perché, per essere tale, dovrebbe collocarsi al di fuori dei consueti parametri di riconoscimento.
A differenza del testo di Cepollaro, in Ostuni la scelta del verso lungo offre minore resistenza formale al dipanarsi dell’argomentazione, che anzi sembra riprendere e ridefinire la struttura dei dialoghi platonici con l’innesto di una scansione prosodica avvertita e di una giustificazione frammentata del testo. L’impianto formale è comunque tenuto da un gioco allitterante (sospensione – spessosorti – cosa – esattamente – posacorso  – soluzione – pensarla) che ritma ulteriormente la lettura e mantiene quindi nell’ambito del genere poetico questa scrittura.

Di altro genere la scrittura di Bortolotti. Se nei due casi precedenti l’ambito di riferimento è – comunque – la scrittura poetica, nel terzo testo siamo pienamente nella scrittura in prosa (non poesia, non narrativa):

Gherardo Bortolotti, da Tecniche di basso livello (Lavieri, 2009)

195. Negli angoli dell’appartamento venivano ad accumularsi questioni irrisolte, concernenti la migliore o peggiore qualità della vita che conducevamo. Le distanze tra lo stato delle cose e la curva dei nostri progetti aumentavano il senso di una conclusione incongrua, di una specie di grosso equivoco sull’estensione ed il valore della nostra vita. Senza morali da trarre, guardavamo il telegiornale, affascinati dalle immagini in movimento.

Non interessa, in questa sede, definire ulteriormente quale specie di prosa pratichi Bortolotti. Ciò che invece preme sottolineare è il differente meccanismo di sublimazione del quotidiano. Nella prospettiva di Bortolotti siamo (nel testo la prima plurale include, invita alla condivisione) testimoni di come la dimensione quotidiana sia essa stessa inizio e termine di speculazione, quasi a determinare l’inutilità finalisitica di qualsiasi astrazione, che tuttavia permane negli angoli del quotidiano come unica forma di malinconica sopravvivenza del pensiero. Tuttavia, proprio perché intrisa di consuetudine, anche la riflessione intellettuale equivale al programma televisivo, anzi alle immagini del programma, perché l’ascolto della “notizia” del telegiornale richiederebbe un livello di attenzione più alto rispetto al campo inquadrato dall’autore.
L’apparente indifferenza stilistica, adottata quale modus, in realtà consiste in una precisa scelta di astensione rispetto alla retorica e ai suoi strumenti. L’impronta autoriale viene però smascherata dall’uso dell’imperfetto, che pone la registrazione dei dati e dei rilievi topografici dell’esistente (di un’esistenza) in una sorta di inventario delle giacenze. È in una prospettiva “storica” (verrebbe da dire epica) che Bortolotti affronta le mappatura delle tracce lasciate da un vissuto-pensante che non trova più ospitalità nella scrittura al presente; non nel presente, dal momento che l’impressione è di un posizionamento in avanti rispetto al proprio tempo al fine di distanziare l’attuale stato delle cose che in tal modo, per mezzo di un fittizio prisma temporale, diviene meno impellente e raggelante.

Giulio Marzaioli

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