Recensione a Laura Pugno, "La mente paesaggio", Giulio Perrone Editore, 2010

Daniele Claudi

Poco prima del finale – a pagina 88 de La mente paesaggio – si staglia l’immagine definitiva di una foresta. È l’approdo a un’‘oasi’ marina. D’improvviso: appare un’isola che si raggiunge varcando una porta di casa… «la spiaggia circonda il bosco / in un cerchio / non puoi passare se non dal mare // e il mare si ripete, / lo specchio ripete / superficie / ti dice // adesso mondo, // ti quieta in sonno / tu-isola / coperta di bosco». Nell’ombra della foresta – lo sappiamo – c’è solitudine estrema e riparo. Si tratta, inoltre, di un’isola. Alberi e piante, col suolo del bosco naturale, qui rappresentano gli spazi irregolari del mondo marginale. (È un rifugio: contrapposto – nel sistema di valori degli uomini dell’Occidente – al luogo organizzato della città.) Il modello di figurazioni di questo tipo, è inutile dire, ha radice lontana. Si origina anzitutto con l’ambiente desertico figurato nella Bibbia in connessione al fenomeno religioso. Come a dire che viene dall’Oriente. In un bel saggio di Jacques Le Goff, Il deserto-foresta nell’Occidente medievale, leggiamo che «Nel cristianesimo medievale, l’ideologia del deserto si presentò in una forma inedita: [in assenza di grandi distese aride nel mondo temperato] il deserto fu la foresta». Più estrema, oggi, questa radiosa figura uscita dalla penna di Laura Pugno, dove l’ingresso nel bosco – come vedremo – conduce dritto a una fusione col paesaggio. Bene. Seguendo un suggerimento da Paesaggi, mappe, tracciati (2010) di Giancarlo Alfano – a cui si deve la cura della collana in cui è apparsa La mente paesaggio – «Perdersi nell’oggetto significa consegnarsi all’attività, all’azione, significa concedersi al puro divenire sino a perdere ogni staticità»; mentre ora ci si congeda anche dal linguaggio. Ed ecco allora il finale del libro. «dove sei adesso / il sole cuoce il pane / è perfezione // completato il corpo / e tu lingua puoi perderti / qui e non / altrove». Tenga presente il lettore che La mente paesaggio si compone di cinque sezioni, disegnando un viaggio per allegorie – figura cara a Laura Pugno è infatti l’allegoria – che si chiude nella foresta marina. La prima sezione del volume ruota attorno all’immagine tormentosa della perla, raffigurando ‘qualcosa’ che sta per venire alla luce. L’ostrica ricopre un corpo estraneo, strato su strato, di una sostanza minerale: così viene al mondo l’oggetto desiderato. Ma, davvero, Laura Pugno ne fa un’immagine cruda. «non è pace, non è pace / questa è taglio / soltanto / fino alla perla nuova nel cervello / e tu guscio di calcio». Qui negli ultimi versi l’allegoria si sgrana d’improvviso – è una tecnica consueta a Laura Pugno – e il significato appare chiaro e assoluto. Ciò che struttura è la lingua… Nella poesia che segue – la lingua è, alla lettera, un emblema. È esattamente, nella scena, un segno di riconoscimento fra individui colti nel processo. «alla / perla che quella ha nella mano / rispondi / con la perla sotto / la lingua / dopo è vuoto / non c’è ragione di paura / se questo che è corpo quasi identico – / ti sparge». Ma l’immagine di Laura Pugno è ambivalente. Perché se ‘io’ ridotto a corpo è male; «perdere ogni staticità» vuol dire ad ogni modo consegnarsi al corpo. E addentrarsi nel mondo. Come esattamente? Collocando l’occhio ‘dietro il paesaggio’ (la lezione – lo sappiamo – è quella di Zanzotto). Si prendano questi altri versi. «alza le braccia – / sono i fiumi / in cui si versa il verde // corpi visti da sott’acqua / movimento di capelli, / gambe / verso superficie – // il non mai visto / sta per rompere l’acqua». È in gioco, a ben pensarci, la sovrapposizione di spazio e orizzonti di attesa. L’obiettivo è la frattura degli orizzonti. Tutto il libro è stato scritto per questo. Con quale meccanismo? Ebbene, la prima parte del libro mette in circolo (con la parola «misura») continui tentativi di orientamento: preparazione, ossessiva, degli orizzonti. «dici – è così, dici, / lascia andare / chiudi la misura». Con altrettanta freddezza La mente paesaggio comincia poi a ruotare attorno all’emblema del «bianco». L’occhio si dissolve in ciò che è smisurato: privo di misura. E la penna qui si scioglie nell’affabulazione, dallo stile pulito, di figure leggendarie di mutanti. La scena è aurorale. «la pianura / si copre nella stessa misura di erba e sale, / la superficie è piatta, / gli amundsen / entrano nel bianco – // è tutto lento e veloce, / grida di uccelli». Qui è davvero perfetto il cenno obliquo all’Amundsen, esploratore coraggioso, scomparso nell’Artide in un tragico volo. Finito – si può dire – nel paesaggio.

Daniele Claudi

[ già in: “Semicerchio”, n. XLIII (2010/2), luglio 2011, p. 106 ]

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